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Posted on 2apr, 2019

Il Manuale di Erasmo da Rotterdam

downloaddi Carlo Nardi • Erasmo da Rotterdam (1466/69-1536), in una pagina del Manuale del cristiano in guerra contro il peccato, con la sua finezza di buon conoscitore degli uomini, rileva alcuni sintomi dell’affievolirsi della vita di fede. Quali sono questi campanelli d’allarme? Con la sua amabile ironia che conosce le nostre umane debolezze, con più efficacia dei disperanti censori, esorta a prenderci sul serio davanti a Dio, a noi stessi, al prossimo.

Primo sintomo. È il disinteresse, si direbbe un’uggia dinanzi alla parola di Dio. Così, quando lo stomaco ha le nausee, non è un buon segno di salute. Probabilmente Erasmo ha in mente sant’Agostino, a lui carissimo, il quale nelle Confessioni definisce la memoria ‘stomaco dell’anima’. Quindi attenti alla disappetenza per l’ascolto e lettura della Sacra Scrittura, che Erasmo voleva tradotta nelle lingue correnti, soprattutto amata, studiata possibilmente in ebraico, greco e latino, comunque pregata, anzi cantata.

Secondo punto dolente. Col rinviare di volta in volta la preghiera si finisce per non pregare più: prima la disattenzione, poi la disaffezione per i momenti di colloquio con Dio, per quei tempi preziosi. Erasmo, uomo della libertà dello spirito, è pungente circa esteriorità imbonitrici o meschinità avvilenti che sanno di una meccanica superstiziosa. Ma egli sa anche quanti infingimenti e scuse possiamo trovare nelle nostre coscienze svagolate per non pregare. Nella preghiera è questione di gusto, ma di un gusto orientato e disciplinato. Governato da nostro signore Gesù Cristo.

Altrimenti l’insensibilità invade la mente e la vita, propria e altrui. A questo proposito Erasmo, parlando ad un tu ipotetico, non è meno concreto: «Vedi un fratello che soffre e nulla ti commuove, perché i beni tuoi stanno al sicuro? Ancora un esempio più chiaro. Hai ingannato, hai commesso adulterio: l’anima ha ricevuto una ferita, eppure non solo non ne soffri, ma te ne compiaci, come di un guadagno e te ne vanti. Perché l’anima non sente nulla? Proprio perché è morta. Ma in che senso è morta? Perché non ha la vita, cioè Dio, che è carità?» (Manuale cap. 1: trad. ital. A.M. Erba, Roma 1994, pp. 100-101).