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Posted on 1apr, 2018

La personalizzazione della democrazia e la minaccia al sistema democratico

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idi-marzodi Mario Alexis Portella Il 9 novembre 1989, dopo decenni di oppressione sovietica, cadde il muro che separava Berlino Ovest da Berlino Est. Storicamente, questo evento determinò un’ondata rivoluzionaria in tutti i paesi del blocco comunista che si concluse con la fine della stessa URSS. Si tratta di un sovvertimento ideologico presentato come un progetto legittimo di apertura alle libertà democratiche del comunismo russo i cui vertici politici, giocando bene tutte le loro carte sul piano interno ed internazionale, miravano in realtà, e vi son riusciti, a ricostruire il loro stato imperiale. Nell’entusiasmo delle ribellioni libertarie nessuno ebbe a pensare che la democrazia sarebbe stata ormai in pericolo. Malgrado le elezioni democratiche nella maggior parte dei paesi del mondo, i trionfatori come Vladimir Putin in Russia, Abdel Fattah el-Sisi in Egitto, Rodrigo Duterte nelle Filippine, Recep Tayyip Erdgoan in Turchia e Viktor Orbán in Ungheria hanno sempre cercato di indebolire i bastioni della democrazia, ad es., per mezzo di una giustizia asservita al potere e dei servizi segreti. Ma ancora più inquietante per l’equilibrio democratico appare l’elezione di Donald J. Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America, il 45°, un uomo che non ha mai ricoperto cariche pubbliche e che mostra scarso rispetto nei confronti dei diritti costituzionali.

Le sfide alla democrazia provenivano in precedenza dai dittatori democratici, cioè quelle autorità elette al governo dei vari stati — ad es. gli USA e il Regno Unito — per promuovere “la politica della libertà”, in altre e più veritiere parole, per sostenere gli interessi statunitensi e britannici. Un esempio lo rinveniamo nel Cile, e precisamente l’11 settembre 1973, quando, dopo mesi di crescenti manifestazioni di massa e relative tensioni, in particolare per le strade della capitale Santiago, gli aerei Hawker Hunter, costruiti dagli inglesi, bombardarono La Moneda, il palazzo presidenziale dove il presidente cileno Salvador Allende era barricato. Durante il colpo di stato, Allende lanciò parole di sfida ai suoi avversari in un discorso da una trasmissione radiofonica nazionale, nella speranza che i suoi ancor numerosi sostenitori scendessero in piazza in difesa della democrazia.

Allende, sin dalla sua elezione nel 1970, introdusse leggi per migliorare le condizioni sociali ed economiche delle donne; venne fondata nel 1971 la Segreteria delle Donne che si occupò di assistenza prenatale, e furono istituiti servizi di lavanderia, programmi alimentari pubblici, centri diurni, e grande cura si riservò alla salute delle donne. La durata del congedo di maternità fu estesa da sei a dodici settimane. Allende cercò anche di diffondere l’arte tra la popolazione cilena, attraverso il finanziamento di una serie di attività culturali. Con la concessione del voto ai diciottenni e agli analfabeti, la partecipazione di massa al processo decisionale fu incoraggiato, e le tradizionali strutture gerarchiche furono contestate sulla base del principio dell’egualitarismo. Ciononostante, a causa delle sue idee socialiste, i paesi democratici occidentali, e soprattutto gli Stati Uniti, iniziarono a temere che il Cile potesse ben presto diventare una nazione comunista ed entrare nella sfera d’influenza dell’Unione Sovietica. Avendo già dovuto subire minacciosa situazione di Cuba e le difficoltà provocate dai governi non allineati come il peronismo argentino, la vittoria di Allende fu considerata un disastro dal governo statunitense, che voleva proteggere gli interessi commerciali delle multinazionali nordamericane in America latina e prevenire la diffusione del comunismo durante la Guerra Fredda. Per tale motivo, il Presidente Richard Nixon informò la CIA che un governo di Allende in Cile non sarebbe stato accettato e stanziò 10.000.000 di dollari per frenare la corsa al potere di Allende o per spodestarlo ove al potere fosse pervenuto. Il risultato finale fu la sconfitta di Allende e la conseguente dittatura del Generale Augusto Pinochet.

In modo simile, ma con un risultato ben diverso, il 15 luglio 2016, una parte dell’esercito turco tentò di rovesciare il governo del Presidente Erdogan con un colpo di stato durante il quale morirono almeno duecento persone e ne rimasero ferite oltre duemila. Tra le molte vicende che ne derivarono ricordiamo una videochiamata di Erdogan trasmessa in diretta per invitare i cittadini a scendere in piazza per difendere le istituzioni contro i golpisti: addirittura l’aereo sul quale viaggiava Erdogan arrivò a tiro dei jet dei ribelli, che tuttavia non fecero fuoco. A tarda notte, stando alle notizie che arrivavano, sembrava che i golpisti ce l’avessero fatta: alla mattina la situazione era del tutto rovesciata, e le forze fedeli ad Erdogan avevano ripreso il totale controllo della situazione. In realtà, questo falso colpo di stato in Turchia non fu altro che un contro-colpo di stato (con migliaia di prigionieri militari, giornalisti, Rettori delle università, molti poliziotti): insomma golpe e contro-golpe furono opera dello stesso Erdogan al fine di realizzare uno stato interamente islamico in Turchia sotto la sua guida.

A giudizio di diversi politologi, i politici come Trump intimidiscono la stampa libera e minacciano di calpestare i risultati delle elezioni, affermando che si tratta di esiti manipolati come quelli recenti che hanno proclamato Vladimir Putin Presidente della Federazione Russa. Il punto cruciale di questa realtà politica abbastanza diffusa è che lo stato democratico viene forgiato a misura della personalità del detentore della guida di una nazione, nonostante la sua non-idoneità all’ufficio. Essa diventa una “democrazia autoritaria” che, come disse il Beato Paolo VI nella Sua Lettera Apostolica Octogesima Adveniens (1971), assieme al socialismo burocratico ed il capitalismo tecnocratico, è << [un] appello all’utopia è spesso un comodo pretesto per chi vuole eludere i compiti concreti e rifugiarsi in un mondo immaginario. [Proponendo] un futuro ipotetico rappresenta un facile alibi per sottrarsi a responsabilità immediate >>.

Questo non vuol dire che questi governanti non abbiano fatto e non facciano niente di positivo soprattutto per il loro paese. Infatti, Trump non ha soltanto migliorato l’economia, incluso l’abbassamento della disoccupazione, ma ha persino convinto i cittadini americani che sono essi a governare tramite lui che tutti impersona. Lo stesso fece Adolf Hitler in Germania, eletto democraticamente! Ma a quale costo? Non è mia intenzione, sia chiaro, mettere sullo stesso piano Trump e Hitler, e neanche penso che siano giuste o ben fondate le accuse di razzismo, xenofobia e misoginia che gli vengon rivolte: intendo solo rimarcare la strategia del presentarsi come un’autorità politica pronta ad impegnare tutte le proprie energie per perseguire gli interessi del popolo, approfittando della sfiducia nel sistema politico, e di conseguenza incrementando il suo prestigio e la sua forza, e nel contempo creando un clima di paura per esercitare il potere sui “sudditi” invece di governare effettivamente soltanto per il bene della nazione. Così muore la democrazia. Speriamo che in America — nazione leader del mondo libero — e così per il resto del mondo, il sistema del “checks and balances” rammenterà a Trump ed al suo “entourage”, come già avvenne per Nixon, che un’autorità eletta dal popolo non può impunemente oltrepassare le ragioni della sua elezione, addirittura intaccando, poco o molto non importa, i principi costituzionali.