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Posted on 1apr, 2018

San Giovanni XXIII e i diritti dell’uomo

1ddeaeb1eca66be48e4bee424a1e7a40_XLdi Andrea Drigani • Settanta anni fa, il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, approvava la «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo». A questa «Dichiarazione» dette il suo contributo il filosofo cattolico Jacques Maritain (1882-1973), non solo con la pubblicazione di articoli e libri, ma pure con l’espletamento di ruoli istituzionali in rappresentanza del governo francese presso le conferenze internazionali. Maritain aveva indicato nel diritto naturale, inteso nella concezione tomista, la radice dei diritti dell’uomo. Per San Tommaso d’Aquino il fondamento della legge naturale va ricercato primariamente nel Libro della Genesi, laddove si dice: «E Dio creò l’uomo a sua immagine» (1,27); perciò il Dottore Angelico afferma che la legge naturale non è altro che impressione della luce divina in noi («Lex naturalis nihil aliud est quam impressio divini luminis in nobis»). Riprendendo poi un altro testo della Sacra Scrittura: «Chi ci farà vedere il bene, se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?» (Sal 4,7), San Tommaso vede un riferimento alla luce naturale per mezzo della quale discerniamo ciò che è bene e ciò che è male, che è la ragione della nostra ragione. Ma oltre alla luce naturale Dio si direttamente rivelato col Decalogo, coi Profeti e con la Parola di Gesù. Dalla ragione e dalla Rivelazione emerge, dunque, che Dio ha dato al mondo e agli uomini la sua legge. Proseguendo su questa linea il grande teologo e canonista Francisco Suarez (1548-1671) parla dello «ius divinum, sive naturale sive positivum» cioè della medesima legge divina presente nella natura, intellegibile «sub lumine rationis», o direttamente posta da Dio, comprensibile «sub lumine Revelationis». Questa conclusione di Suarez, che compendia la plurisecolare dottrina cattolica, è in qualche modo esclusa nelle teorie di un suo contemporaneo: il giurista olandese Huig van Groot, detto Grozio, (1583-1645). Grozio era un protestante arminiano, che rifiutava il rigorismo dei calvinisti, propugnando moderazione e tolleranza in nome di un ideale umanistico di libertà. Nella sua opera più famosa «De iure belli ac pacis» vorrebbe fondare un scienza del diritto universalmente valida, per garantire una pacifica convivenza tra le nazioni. Per Grozio questa scienza può essere fondata a prescindere dall’esistenza di Dio («etiamsi daremus…non esse Deum»). Tale tesi provoca un cambiamento profondo nella storia del pensiero giuridico europeo creando un giusnaturalismo laicizzato e secolarizzato, nell’intento, forse, di favorire un’ampia convergenza pragmatica a difesa della persona umana. Su questa scia si muove, diversamente dalla Costituzione degli Stati Uniti d’America del 5 settembre 1787 nella quale si fa un esplicito riferimento a Dio e al diritto naturale, la Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789. Nella seconda metà del secolo XIX inizia, sia pur lentamente, un’azione politica e diplomatica per la tutela dei diritti dell’uomo; nel 1860 viene istituita la Croce Rossa, sono altresì stipulate le Convenzioni internazionali del Ginevra del 1889 e dell’Aia del 1907 per contenere i danni dei conflitti armati. Nel 1919 nasce la Società delle Nazioni che per varie difficoltà non fu in grado di svolgere i propri compiti e si dissolse all’inizio della seconda guerra mondiale. Nel 1945 viene costituita l’Organizzazione delle Nazioni Unite che ha nei suoi primi atti la predetta Dichiarazione del 1948. Su quest’ultima apparvero alcune note critiche, ad esempio da parte del gesuita Antonio Messineo (1897-1978) che rilevava una certa sottolineatura individualistica e razionalistica. Per il filosofo cattolico Giuseppe Capograssi (1889-1956), invece pur non vedendo nella Dichiarazione un adeguato fondamento metafisico, tuttavia l’apprezzava come risposta concreta ai bisogni pratici delle società, in riferimento alle devastazioni corporali e spirituali prodotte dai regimi totalitari e dalla guerra. La visione cristiana dei diritti umani, nei nostri tempi, trova la sua prima presentazione, tenendo conto della migliore tradizione cattolica, delle discussioni filosofiche e politiche, nonché dei drammatici e devastanti eventi bellici, nell’Enciclica «Pacem in terris» pubblicata da San Giovanni XXIII l’11 aprile 1963. Papa Roncalli afferma, infatti, che la pace può essere instaurata solo nel pieno rispetto dell’ordine voluto da Dio, attraverso quelle leggi da ricercare là dove Dio le ha scritte, cioè nella natura umana. Rilevando che ogni convivenza ordinata e feconda si fonda sul principio che ogni essere umano è persona, la cui dignità, alla luce della Rivelazione divina, appare incomparabilmente grande, perché gli uomini sono stati redenti dal sangue di Gesù Cristo e con la grazia sono divenuti figli e amici di Dio e costituiti eredi della gloria eterna. San Giovanni XXIII elenca una serie di diritti e di doveri, inseparabilmente connessi, sostenendo che il bene comune delle singole comunità politiche, come il bene comune universale non può essere determinato che avendo riguardo alla persona umana. Circa la Dichiarazione del 1948, pur rammentando che era state sollevate obiezioni e riserve, San Giovanni XXIII annotava che, comunque, il documento aveva segnato un passo importante nel cammino verso l’organizzazione giuridico-politica della comunità mondiale.