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Posted on 1apr, 2018

Verità e false notizie ai tempi di facebook

visual-paoline-70x100-def_bassa-rdi Antonio Lovascio ‍• Dopo la bufera che ha travolto Facebook, non si placano le polemiche. Questo vero e proprio scandalo della “privacy violata”, grazie allo scoop dei giornalisti inglesi su Cambridge Analytica, ha portato davanti all’opinione pubblica un’emergenza. Ci si interroga su come funziona l’uso dei dati personali al fine di modificare gli orientamenti delle persone. Un’urgenza che in realtà riguarda tutto il mondo occidentale, Italia compresa; ma non solo i Paesi più tecnologicamente avanzati. Il “caso Facebook “ha aperto gli occhi oltre ogni aspettativa: non solo per il numero di chi è coinvolto, ma per avere toccato il processo stesso della formazione del potere politico, come è successo nelle elezioni americane che hanno portato Trump alla Casa Bianca, in quelle russe dove è stato rinsaldato il dominio ormai ventennale di Vladimir Putin e come si è temuto nell’ultima campagna elettorale italiana. Un capitolo nel quale non si parte più dall’ipotesi che siamo noi a servirci dei social media, ma che sono i social media a servirsi di noi, avvelenandoci con notizie false, create ad arte da profittatori telematici e spioni internazionali.

Il modello precedentemente indiscusso, per cui si cedono informazioni personali per ricevere servizi gratuiti “on line”, viene improvvisamente messo sotto accusa. E, in pochi giorni, si rovescia l’atteggiamento nei confronti della Rete che, secondo le più recenti analisi, ha perso la sua “sacralità” e, con questa, la fiducia dei cittadini. Ora i Social sono visti come generatori e moltiplicatori di “fake news”, che hanno un respiro temporale lungo e sono sostenute dalla spinta dello sciame e per questo sono in grado di spostare voti, creare allarmismi e manipolare le masse. Il web doveva essere la nuova prateria della conoscenza, il luogo della scorribanda del pensiero e dell’incontro dei nuovi saperi, liberi di viaggiare facendosi beffa delle frontiere nazionali. Sta invece diventando un recinto ristretto, dove incontrare gli sconosciuti è pericoloso, dove gli altri e le loro opinioni diverse dalla nostra fanno paura.

Di fronte a questa emergenza bisogna però evitare il rischio di demonizzare Internet e i nuovi media, che hanno invece agevolato e tanto ancora servono alla nostra vita quotidiana. Essi devono semplicemente essere sottoposti alle regole che caratterizzano gli equilibri di ogni democrazia. Disciplina che favorirà il recupero di un codice etico dell’informazione e del valore della professione nella comunicazione della verità, educando al discernimento, alla verifica, all’attenzione alla persona: aiuterà Scuola e famiglie ad esercitare il ruolo educativo che hanno nei confronti di tanti ragazzi che usano la Rete.

L’approccio cristiano all’etica dell’informazione può essere un modello per tutti, soprattutto con i messaggi che Papa Francesco diffonde nella ricorrenza della Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali. Per esempio, pur avendo definito Internet un dono di Dio, ha sempre chiesto di prestare attenzione all’incontro, alla relazione, all’ascolto dell’altro. E spesso ha insistito sulla necessità di cooperare e di convergere per fronteggiare le sfide dell’ambiente digitale e delle reti sociali. Richiamando alla “buona notizia” intesa non come volontà di nascondere il male o tendenza all’ottimismo ingenuo, bensì come impegno a raccontare i fatti tracciando una prospettiva di speranza e di possibilità.

Temi su cui Bergoglio si è soffermato anche quest’anno in vista della “Giornata” che la Chiesa universale celebrerà domenica 13 maggio. Con una vera e propria lezione di giornalismo, Bergoglio ha messo in guardia operatori dei Media e lettori, tutti i cittadini, contro il “serpente astuto” delle notizie false ma verosimili. Una strisciante e pericolosa seduzione che si fa strada nel cuore dell’uomo con argomentazioni allettanti. Il titolo del Messaggio è il versetto del Vangelo di Giovanni “La Verità vi farà liberi”. Ma il sottotitolo applica alla stringente attualità quell’affermazione evangelica: “Fake news e giornalismo di pace”. Francesco non fa differenza tra fake news riportate online o nei media tradizionali, a cominciare dai quotidiani di carta. Definisce inoltre le fake news con la più precisa categoria concettuale di “disinformazione”, che è ben più sottile, efficace e pericolosa per la pubblica opinione della pura e semplice propaganda; perché la loro diffusione “può rispondere a obiettivi voluti, influenzare le scelte politiche e favorire ricavi economici”.

Allora come difenderci? si chiede Papa Francesco. Per il Pontefice “ il più radicale antidoto al virus della falsità è lasciarsi purificare dalla verità, ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere”. Tradotto per i giornalisti della multimedialità, l’unico rimedio è la verifica delle fonti. Si tratta di un principio antico che oggi rappresenta una sorta di bussola per orientarsi nell’era della cosiddetta “post verità” dove sempre più spesso si confonde il verosimile con il vero, le emozioni con le notizie, le opinioni coi fatti, il sensazionalismo con l’imparzialità. Che la 52esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali serva almeno ad avviare una riflessione sul ruolo e sull’etica di quello che è, a tutti gli effetti, il quarto potere delle democrazie contemporanee; sullo stato di salute dell’informazione e sulla sua capacità di svolgere ancora oggi il compito di critica radicale del potere.