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Posted on 2mag, 2014

Due Papi Santi e i “Sacri Canoni”

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di Andrea Drigani • Domenica 27 aprile 2014 sono stati iscritti due Papi nel Catalogo dei Santi della Chiesa Cattolica: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Papa Francesco ha voluto che questa duplice canonizzazione avvenisse insieme. Molte sono le motivazioni di questa decisione, di certo vi è quella che entrambi sono stati Romani Pontefici e che tutti e due hanno avuto una popolarità così sentita e diffusa che si è trasformata, ben presto, in una vera e propria fama di santità. Tra i diversi elementi che accumunano Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, uno, in particolare, vorrei sottolineare: il loro grande interesse per l’aspetto legislativo della Chiesa, cioè per il diritto canonico. E’ bene rammentare che San Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959, nel famoso discorso tenuto presso la Basilica di San Paolo fuori le Mura, dopo aver annunciato la celebrazione di un Sinodo diocesano per l’Urbe e di un Concilio ecumenico per la Chiesa universale, aggiungeva che questi due avvenimenti avrebbero condotto all’«auspicato e atteso aggiornamento del Codice di diritto canonico». E’ evidente che Papa Roncalli collegava, in maniera stretta, lo svolgimento del Concilio Ecumenico (che lui volle denominare Vaticano II) con una nuova legislazione canonica. San Giovanni XXIII pensò che il Vaticano II non dovesse essere un concilio disciplinare, proprio questo vi era la necessità di un corpo normativo per accompagnare e coronare le indicazioni conciliari. Il Codice di diritto canonico, vigente nel 1959, era stato promulgato poco più di quarant’anni prima, nel 1917, da Papa Benedetto XV anche se la sua redazione era stata decisa, nel 1904, da San Pio X.  Il Codice canonico del 1917 rappresentava una novità nella storia della Chiesa, poiché non c’era mai stata una legislazione che avesse completamente assorbito la precedente e abolite tutte le collezioni normative anteriori. Taluni ritenevano che un «Codex» fosse in contrasto con la tradizionale flessibilità del diritto canonico attraversi gli istituti della consuetudine, della dispensa e dell’equità. San Giovanni XXIII era certamente a conoscenza delle discussioni, anche critiche, che avevano condotto alla codificazione del 1917. Il 28 marzo 1963 Papa Roncalli costituisce la Pontificia commissione per la revisione del Codice di diritto canonico, per dare inizio, come lo stesso Pontefice affermò, al terzo punto del programma enunciato il 25 gennaio 1959. Poiché il nuovo Codice doveva essere la conseguenza del Concilio, la Commissione decise di iniziare i lavori dopo la conclusione del Concilio stesso. I lavori, infatti, ripresero sotto il pontificato di Paolo VI per terminare nell’aprile del 1982 quando fu presentata a San Giovanni Paolo II la bozza del nuovo Codice per la definitiva approvazione. Papa Wojtyla, personalmente, con l’aiuto di alcuni esperti, rivide tutto il testo e decretò che il Codice fosse promulgato il 25 gennaio 1983, nell’anniversario del primo annuncio dato da San Giovanni XXIII sull’aggiornamento del Codice. Il riferimento a questa data, festa della Conversione di San Paolo, veniva ribadito e precisato da San Giovanni Paolo II nella Costituzione Apostolica «Sacrae disciplinae leges» nella quale dispose, per il 25 gennaio 1983, la pubblicazione del Codice di diritto canonico. Papa Woityła dichiarava che, così facendo, il suo pensiero si portava al medesimo giorno dell’anno 1959 quando Papa Roncalli comunicò la sua volontà di riformare il vigente «Corpus» delle leggi ecclesiastiche promulgato nl 1917.  Giovanni Paolo II si domandava, inoltre, perché Giovanni XXIII avesse avvertito la necessità di revisionare il Codice, la risposta – continuava Papa Wojtyla – forse si poteva trovare nello stesso Codice del 1917, oltreché nettamente voluta e richiesta dal Concilio Vaticano II. L’intuizione di Giovanni XXIII – scriveva Giovanni Paolo II – fu esattissima e bisogna dire che la sua decisione provvide in prospettiva al bene della Chiesa. Papa Francesco ha detto che: «Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno collaborato con lo Spirito Santo per ripristinare e aggiornare la Chiesa secondo la sua fisionomia originaria, la fisionomia che le hanno dato i santi nel corso dei secoli. Non dimentichiamo che sono proprio i santi che mandano avanti e fanno crescere la Chiesa». Ed è per questo che la salvezza delle anime (salus animarum), come proclama l’ultimo canone del codice di diritto canonico, deve essere sempre nella Chiesa la legge suprema.