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Posted on 1giu, 2018

L’annullamento e il “rinvio” del vertice Trump-Kim Jong-Un — Un’opportunità per la pace o tempo perso?

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coreadi Mario Alexis Portella Il 9 marzo di quest’anno è stato annunciato che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva accettato l’invito del leader della Corea del Nord Kim Jong-Un ad un incontro storico. Lo scopo apparentemente era la distensione dei rapporti diplomatici e la risoluzione della crisi fra i due stati determinata dall’incremento della potenza nucleare nordcoreana. L’invito è stato avanzato dopo la dura reazione di Trump alla capacità del regime di Jong-Un di lanciare missili nucleari contro la Corea del Sud. La stessa America di Trump ha avuto una reazione che suona anche come condanna della politica dei suoi Predecessori che avevano permesso a questa minaccia nucleare, di svilupparsi sino al punto di non ritorno. Trump escludendo cedimenti e servendosi a volte anche di toni insultanti, ha aperto un confronto con il giovane leader della Corea del Nord. Trump ha sempre dimostrato una chiara volontà di incontrarlo direttamente, facendo leva anche sulle sanzioni sostenute dalle Nazioni Unite per portare la Corea del Nord al tavolo dei negoziati o a piegarsi alle condizioni poste dalle potenze mondiali.

Per un breve lasso di tempo, sembrava che questo sforzo funzionasse. Dopo una serie di contatti diplomatici senza precedenti che hanno coinvolto gli Stati Uniti, le due Coree e la Cina, la Casa Bianca ha annunciato che un vertice tra Trump e Kim era previsto per il 12 giugno a Singapore. Per manifestare pubblicamente le sue buone disposizioni, Kim Jong-Un ha deciso un blocco dei test nucleari e della produzione di missili balistici; egli ha anche chiuso un sito di test nucleari e rilasciato tre prigionieri americani dopo aver incontrato il nuovo Segretario di Stato di Trump, Mike Pompeo. Ma, il 24 maggio il previsto vertice è stato bruscamente annullato da Trump ponendo così fine alla trattativa, almeno temporaneamente, giacché il giorno dopo il presidente statunitense sembrava titubante sulla decisione presa. Sebbene egli abbia attribuito l’annullamento del vertice alla “tremenda rabbia e aperta ostilità” contenute nelle dichiarazioni ufficiali della Corea del Nord, la spiegazione più plausibile della marcia indietro di Trump è da rinvenire nella consapevolezza che il vertice era destinato al fallimento, dato che la Corea del Nord mostrava segni evidenti di rifiuto a smantellare completamente il suo arsenale nucleare e le sue capacità di difesa – offesa.

Se tutti e due leader si incontreranno come previsto — e solo il tempo lo dirà — ci sono due aspetti, secondo me, da sottolineare riguardo al raggiungimento della vera pace nella penisola coreana. Il primo è che, nonostante le trattative tese a normalizzare i rapporti tra Corea del Nord e Corea del Sud con la rinuncia delle mire espansionistiche della prima sulla seconda, il ruolo della Cina non è scontato. Infatti, a causare la frenata nel percorso di dialogo avviato con Pyongyang, secondo il Presidente Trump, il secondo incontro tra Kim e i vertici cinesi avvenuto l’8 maggio. << Xi Jin Ping è il più grande giocatore di poker del mondo >>, ha dichiarato Trump, indicando un possibile ruolo di Pechino nelle difficoltà sorte nei giorni prima della cancellazione dell’incontro storico. << Qualcosa è cambiato, dopo che Kim è rientrato dalla Cina >>, ha commentato il capo della Casa Bianca.

L’autorità cinese mal tollera il regime di Kim Jong-Un, ma come aveva fatto nel passato con suo padre Kim Jong-Il, fornirà ancora un sostegno sufficiente per evitare, così, la prospettiva di una Corea unita alleata degli Stati Uniti. Pechino seguirà questa strada anche se ben comprende i costi strategici di tale scelta, sia in termini di aggiornamento e consolidamento della difesa missilistica della Corea del Nord, sia nella fosca prospettiva di un Giappone possibile avamposto nucleare americano. In realtà la Cina non aspira a nulla di più che alla permanenza dello status quo nella penisola coreana.

Il Presidente Trump, come già con gli accordi (e patti) con l’Arabia Saudita, non si è mai interessato alla questione dei diritti umani. La Corea del Nord è accusata di essere uno degli Stati in cui i diritti dell’uomo sono violati.

Parecchi ex-funzionari e diplomatici degli Stati Uniti hanno criticato Trump per aver spesso sminuito il tema dei diritti umani nella sua politica estera, tranne quando si tratta di abusi da parte di certi avversari come Cuba, Venezuela e Corea del Nord, almeno fino a poco tempo fa: nei campi di prigionia di quest’ultimo stato, infatti, ci sono tra 80.000 e 120.000 detenuti politici che non hanno avuto un processo giudiziale per difendersi, e che sono spesso torturati. Lo stesso Kim Jong-Un è sospettato di aver ordinato l’assassinio del suo fratellastro Kim Jong Nam in Malesia nel febbraio scorso, così come l’esecuzione di suo zio Jang Song Thaek nel 2013.

È molto più difficile interpretare il pensiero di Pyongyang. Vari e validi osservatori attribuiscono l’apparente flessibilità del paese al costo economico delle sanzioni e al timore di un attacco militare degli Stati Uniti, che, potrebbero minare l’esistenza stessa dello stato nordcoreano. Secondo questa visione, Pyongyang può essere spinta a rinunciare a tutte le sue armi nucleari, e altro ancora, al fine di assicurare la sua sopravvivenza e migliorare il suo status economico. Ma dopo che il nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton ha detto che la denuclearizzazione della Libia deve servire da modello per quella della Corea del Nord —facendo allusione all’abbandono a dicembre 2003 del programma nucleare da parte dell’allora leader libico Muammar Gheddafi, rovesciato e ucciso nel 2011 — rende difficile, se non impossibile, per Kim Jong-Un di sbarazzarsi del suo arsenale. Comunque, una cosa è certa: non ci sarà mai una pace vera e duratura finché le violazioni dei diritti umani non saranno affrontati in modo deciso. Sappiamo che la politica estera di Trump, in particolare con l’Arabia Saudita, la Cina e lo Stato di Israele, è mossa dagli interessi economici delle ristrette e influenti cerchie economico-finanziarie. Ed è qui la vera causa del fallimento di ogni solida opportunità di reale e stabile pace!

Forse sarebbe opportuno inneggiare a quello che il papa S. Giovanni XXIII disse, rispetto ai rapporti tra gli Stati, nella sua Enciclica Pacem in terris (1963):

I rapporti fra le comunità politiche vanno inoltre regolati secondo giustizia: il che comporta, oltre che il riconoscimento dei vicendevoli diritti, ladempimento dei rispettivi doveri. [E] che la ragione dessere dei poteri pubblici non è quella di chiudere e comprimere gli esseri umani nellambito delle rispettive comunità politiche; è invece quella di attuare il bene comune delle stesse comunità politiche; il quale bene comune però va concepito e promosso come una componente del bene comune dellintera famiglia umana.”