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Posted on 1mag, 2014

Paolo VI, Don Renzo Rossi e le torture brasiliane

di Antonio Lovascio • Il compito del Papa oggi è quello di riportare il mondo a Dio attraverso l’annuncio del Vangelo,  il dialogo con la storia, la predicazione della Giustizia, la riaffermazione dei diritti umani. Bergoglio punta spesso i riflettori sull’America Latina, da cui proviene, non sottraendosi dal  proporre una rilettura critica di quella che è stata – a partire dalla fine degli Anni Sessanta – la “Teologia della liberazione”, riaffermando il primato della fede sull’uso dell’ermeneutica marxista.  “Una Chiesa povera per i poveri”, all’insegna della concretezza, senza orpelli filosofici: il motto di Papa Francesco lo troviamo perfettamente incarnato nell’esperienza missionaria vissuta nell’ultimo mezzo secolo – senza contagi e condizionamenti dottrinali –  da tanti sacerdoti italiani. Uno per tutti, don Renzo Rossi, il prete fiorentino dell’Opera Madonnina del Grappa, approdato in Brasile nel 1965, agli inizi della dittatura, e lì rimasto per 30 anni. La sua storia, ad un anno dalla morte,  è raccontata da Mario Bertini nel volume “Un divino colpo di tosse”, edito dalla SEF. Un’ampia intervista postuma, integrata da testimonianze e documenti inediti, che indirettamente confermano quanto la Chiesa – sotto la guida di Papa Montini e dei suoi successori – ha fatto per evangelizzare i popoli latino-americani e contrastare le atrocità delle giunte militari in  Sudamerica. Discepolo del cardinale Dalla Costa, compagno di seminario di don Milani e del cardinale Piovanelli,  tante amicizie importanti (primo fra tutti La  Pira) dopo aver fatto il parroco ed il cappellano in fabbrica, don Rossi ha fatto da “apripista” – con il marchigiano don Paolo Tonucci, e poi i fiorentini don Sergio Merlini , don Alfredo Nesi e don Piero Sabatini – ad un servizio pastorale in favore dei poveri  e degli oppressi nella parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe a Salvador Bahia e in altre comunità. Un inferno di capanne precarie e di discariche  a cielo aperto; e, in quell’inferno, bambini denutriti, donne e uomini segnati dalla durezza della vita, che sicuramente ora hanno una casa serena e luccicante in Paradiso. A  loro i nostri preti, seguendo anche i consigli di monsignor Helder Camara, hanno insegnato la fierezza di essere figli di Dio. Come l’hanno insegnata ai prigionieri politici sottratti alle famiglie e seviziati dalla polizia del regime militare, durato in pratica fino al 1985. In questo campo di apostolato l’esperienza decisiva per don Renzo  arrivò nel 1970, quando ottenne di visitare in carcere il frate domenicano veneziano Giorgio Callegari (conosciuto nel ‘69 a San Paolo) rinchiuso e torturato  a Tiradentes insieme ai frati Tito de Alencar Lima,  Fernando Britto ed a Frei Betto. E quando nel 1974 venne incarcerato un suo parrocchiano, don Rossi incominciò il lungo pellegrinaggio “sotto traccia” da un penitenziario all’altro, per portare il conforto e la benedizione dell’arcivescovo di San Paolo, il cardinale francescano Paulo Evaristo Arns – in stretto contatto con Paolo VI – e di quello di Bahia, Dom Avelar, che hanno sempre sostenuto le famiglie dei “desaparecidos”. E’ stata  proprio la voce di don Renzo ad alzarsi, tra le prime, per condannare e  far conoscere in tutta Europa le nefandezze di quella giunta militare, denunciate in modo vibrante alla stampa internazionale ed alle Tv anche dal cardinale Giovanni Benelli nella visita compiuta con il missionario alle favelas e al lebbrosario, poche settimane prima di morire (1982). L’arcivescovo di Firenze (che era stato due anni in Brasile proprio agli inizi della sua carriera diplomatica)  conosceva già il “dossier desaparecidos”. Lo aveva trattato da Sostituto in Segreteria di Stato: Papa Montini  era stato infatti informato degli orrori di Tiradentes, dove le camere di tortura “lavoravano” giorno e notte, dilaniando la dignità di persone che avevano scelto di stare dalla parte dei poveri. Proprio i religiosi domenicani, a nome degli altri detenuti, avevano fatto arrivare in Vaticano un messaggio disperato accompagnato da una piccola croce in legno, da loro stessi costruita manualmente in cella come simbolo della sofferenza. Secondo la recente testimonianza dello scrittore Ettore Masina (che per la Rai seguì il Concilio e  tutto il pontificato di Paolo VI, come lui di origini bresciane, e che ha pubblicato libri e saggi sull’America Latina, grazie anche alle informazioni raccolte personalmente da don Rossi e don Tonucci), a portare nei Palazzi Apostolici quel messaggio di martirio fu Marcella Ceccacci Glisenti. Una paladina del Terzo Mondo, che ha speso le sue energie in una rete di solidarietà internazionale. Una intellettuale cattolica che nel 1947 con Dossetti, Lazzati, La Pira, Moro e Fanfani – impegnati in quel momento ad elaborare la prima parte della nostra Costituzione – diede vita alla rivista di sociologia e politica “Cronache sociali” diretta dal marito Giuseppe Glisenti. Marcella conosceva il Pontefice fin dagli anni in cui era pro-segretario di Stato e ancora punto di riferimento della Fuci e degli ex fucini. <La croce – scrive Masina, che ora collabora a “Jesus” ed a “Lettera”-  giunse alla sua destinazione finale. Lo sappiamo per certo perché, appena eletto arcivescovo di San Paolo (1970) Evaristo Arns portò ai carcerati del Tiradentes la benedizione di Paolo VI e la promessa del pontefice (poi davvero mantenuta) che avrebbe fatto tutto il possibile contro le atrocità del regime>. Dunque se il Brasile (con altri Paesi latino-americani) ha ritrovato la  democrazia e avviato lo sviluppo economico, lo si deve anche all’opera dei missionari italiani (alcuni i hanno perso la vita anche dopo la dittatura), che in quella terra hanno portato i semi dell’evangelizzazione, ma anche aiutato la gente delle favelas a ribellarsi alle violenze ed ai soprusi. Ma lo si deve anche al coraggio ed alle intuizioni di Montini, spesso richiamati da Papa Francesco. Con il Concilio Vaticano II, Paolo VI indicò alla Chiesa universale ed a quella brasiliana la strada da percorre. Essenziale, semplice. Quella contenuta nel “Credo” del popolo di Dio e nella “Populorum progressio”: custodire la fede, servire i poveri.