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Posted on 1dic, 2017

San Porfirio di Kafsokalyvia, ovvero, il luogo della lotta spirituale dei sofferenti

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Όσιος_Πορφύριος_ο_Καυσοκαλυβίτηςdi Dario Chiapetti Un tema molto caro alla tradizione cristiana e, in special modo, ortodossa, è quello della lotta spirituale. «Ci portiamo dentro un’eredità secolare, tutto il bene vissuto dai profeti, dai santi, dai martiri, dagli apostoli e soprattutto dal nostro Signore Gesù Cristo; ma anche il male che esiste nel mondo da Adamo fino ad oggi. Tutte queste cose sono dentro di noi, gli istinti e tutto il resto, ed esigono soddisfazione. Se non gli diamo soddisfazione, un giorno si vendicheranno». Così si esprimeva san Porfirio di Kafsokalyvia (1906-1991), al secolo Evangelos Bairaktaris, che il 27 novembre 2016 il Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli ha incluso formalmente nella lista dei santi e la cui memoria liturgica ha fissato il 2 dicembre, giorno della sua beata fine. La chiesa ortodossa di Costantinopoli guarda con interesse e devozione a tale figura, i cui scritti sono stati recentemente pubblicati in Vita e detti di san Porfirio. “Perché tutti siano uno” (Lipa, Roma 2017, 258 pp.). Evidenziando proprio lo specifico aspetto della lotta spirituale si è espresso il patriarca ecumenico Bartolomeo I in un messaggio posto in apertura del volume: «san Porfirio ha percorso con forza e pazienza la strada in salita, ma gioiosa, della vita monastica e ha sostenuto il combattimento spirituale per la salvezza in Cristo non solo di se stesso, ma anche della moltitudine dei piccoli fratelli del Signore che accorrevano a lui».

La lotta spirituale consiste essenzialmente, per il monaco illetterato, nel volgersi all’amore di Cristo che rende umili, ed è mirabile constatare come tutto il suo insegnamento – imparò l’obbedienza da ciò che sofferse (cfr. Eb 5,8) - scaturisca dalla sorgente che sono gli avvenimenti della sua vita. Fin da piccolo sentì la vocazione alla vita monastica, soprattuto dopo la lettura di san Giovanni Calibita. Partì all’avventura per il monte Athos, in viaggio verso Salonicco incontrò il suo Anziano che lo prese con sé alla skiti di Kafsokalyvia e lo introdusse nella vita monastica che lo folgorò d’amore per Dio. Scrive di lui Basilio, archimandrita del monastero di Ivíron, nell’«Introduzione»: «è sazio di vita e di gioia. Non ha bisogno della visibilità umana e della gloria […] non ammira i potenti del mondo. Si commuove dei monaci sconosciuti, semplici e disprezzati, privi di qualsiasi conforto umano, ma che si trovano tra le braccia di Dio. Rimane esterrefatto davanti al piccolo usignolo che si sgola la sera nel bosco senza che ci sia nessuno a sentirlo». A quattordici anni divenne monaco ricevendo il nome di Nikitas ma a diciannove anni si presentò la prima grande prova: si ammalò gravemente e perciò dovette abbandonare la Santa Montagna di cui era così tanto innamorato. Fu inviato al monastero di San Caralampo a Lefkon, nell’isola di Eubea. Nel 1926 divenne prete, padre spirituale, archimandrita e poi parroco in un villaggio in Eubea a Tsakei. Tornato nel monastero di Caralampo fu trasferito nel monastero (abbandonato) di San Nicola a Vathia. Riassaporata di nuovo la bellezza della vita monastica, anche se non nel suo amato monte Athos, i primi segnali della seconda guerra mondiale lo portarono, nel 1940 e per ben trentatré anni, a stabilirsi ad Atene come cappellano del Policlinico dove si spese interamente per accompagnare spiritualmente le persone ivi ricoverate e cercando di alleviarne il malessere. Nel 1955, continuando questo servizio si stabilì al monastero di San Nicola a Kallisia, impegnandosi nella sua ricostruzione. Nel 1979 si stabilì a Milesi per fondare un monastero femminile, opera ardua che lo portò a vivere nei primi tempi in un camper. Era molto malato. Volle tornare a morire alla Santa Montagna: così avvenne, spirando con le parole: “Perché siano una sola cosa” (Gv 17,11).

È ricorrente nei suoi pensieri il richiamo all’evoluzione di san Paolo che dall’«io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (cfr. Rom 7,19) passa al «non sono più io che vivo ma Cristo vive in me» (cfr. Gal 2,20). Ciò è attribuito unicamente all’accoglienza da parte dell’uomo della grazia di Dio che permette, si innesta su, e rafforza lo stato d’umiliazione dell’uomo, il quale “trasforma” (non: “sostituisce”),trasfigura”, «“transustanzia”» - concetto, quello della transustanziazione delle cose, ricorrente nei suoi discorsi – il male nel bene: «la rabbia, l’ira, la gelosia, l’invidia, l’indignazione, la condanna, l’ingratitudine, la melanconia, la depressione, tutto diventerà amore, gioia, desiderio, eros divino. Il paradiso!».

In tutti gli avvenimenti della sua vita Porfirio visse tale transustanziazione di tutto ciò che era e viveva. Il direttore spirituale dei malati era egli stesso molto malato: infarto del miocardio, insufficienza renale cronica, ulcera duodenale, cataratta operata, herpes zoster facciale, dermatite stafilococcica alla mano, ernia inguinale, bronchite cronica, adenoma ipofisario. «Ringrazio Dio che mi ha dato molte malattie […] Ho dolore, soffro, ma è molto bella la mia malattia. La sento come amore di Cristo […] non prego che Dio mi guarisca. Prego che mi renda buono».

L’amore a Cristo, l’assunzione del tutto in sé, fa sì che Egli «trasformi» questo tutto, rendendo il soggetto “luogo” di tale trasformazione cosmica. Allo stesso tempo, infatti, Porfirio prega per gli altri: «pregate per quelli che vi accusano. Dite: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me”, non: “abbi pietà di lui”, e verrà incluso nella preghiera anche colui che vi accusa. Qualcuno vi dice qualcosa di spiacevole? Dio lo sa. Aprite le vostre braccia a Dio dicendo: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me”, facendo dell’accusatore una cosa sola con voi stessi. E Dio, conoscendo cosa c’è che tormenta il vostro accusatore nel profondo e vedendo il vostro amore, si affretterà a venire in aiuto».

Ecco due aspetti che dicono la grandezza del monaco che voleva fare l’eremita e che ha vissuto immerso tra i fratelli sofferenti. L’aver compiuto con loro, in loro e per loro, il combattimento spirituale, cioè, l’essersi fatto, di tale lotta, “luogo”, e di questa averne illuminato il significato: dare «soddisfazione» a tutto ciò che è nell’uomo, convogliarlo, cioè, «a un livello superiore, in Dio», in breve, guardare Cristo.