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Posted on 4mar, 2017

Cosa Papa Francesco vorrebbe dire a Trump

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muro-messico-2-755x478di Antonio Lovascio •Altro che “modello Reagan”. Donald Trump, nonostante il messaggio insolitamente sobrio e misurato pronunciato davanti al Congresso USA, sta superando nei fatti il presidente cowboy che ha segnato profondamente gli Anni Ottanta del secolo scorso. Il nuovo inquilino della Casa Bianca va ben oltre: costruisce ogni giorno nuovi “muri”, materiali e ideali, commerciali e politici, culturali e religiosi. “Punisce” la stampa che lo critica perché promette un massiccio riarmo nucleare (aumenta del 10 percento i fondi al Pentagono e taglia gli stanziamenti all’Agenzia degli Aiuti) ricevendo dure repliche da Mosca che minaccia un ritorno alla Guerra fredda. Bersaglia emigranti, mercanti, governanti, credenti. Confeziona persino «marchi» d’infamia verso popoli, comunità, etnie e organizzazioni sovrannazionali e li mette in circolazione con la forza mediatica della parola dell’«uomo più potente del mondo».

Per quanto cruciale per la sicurezza del mondo e gli equilibri internazionali, la questione del rapporto Usa-Russia nell’era Trump somiglia sempre più a una pièce teatrale col presidente-miliardario che un giorno difende Putin dall’accusa di essere un assassino sostenendo che l’America non si è comportata molto meglio, e il giorno dopo scandisce che gli Usa sono decisi a riaffermare la loro assoluta supremazia militare e atomica. Così come è ondivago con l’Europa: dopo aver ricreato un asse con Londra lanciata nella Brexit, provoca la Germania e cerca di blandire l’Italia e in Francia alcuni candidati all’Eliseo. Ma questonon fa che aumentare la diffidenza tra le due rive dell’Atlantico. Quasi tutte le capitali europee, a prescindere dall’orientamento politico dei suoi leaders e da alcuni plateali ammiccamenti, sono quantomeno perplesse davanti ai tweet, al comportamento e alle dichiarazioni martellanti del nuovo presidente Usa. Come molti americani e in generale come gli abitanti di tutto il pianeta, gli europei non si sono ancora abituati all’idea di dover trattare con un uomo imprevedibile.

Molto prudente è l’atteggiamento Vaticano, anche se l’offensiva contro gli immigrati tocca il cuore della strategia bergogliana. <Vedremo quello che farà. Non possiamo essere profeti di calamità. In tempi di crisi non funziona il giudizio>.  Così Papa Francesco ha riposto a una domanda del quotidiano spagnolo «El País» su Donald Trump, mostrando di non volersi associare, pur condannando i “pulismi”, a certe campagne preventive contro il neo-presidente. Anche se, com’era peraltro prevedibile, alcuni dei provvedimenti emanati dalla Casa Bianca nelle ultime settimane hanno suscitato fortissime proteste di ampi settori del mondo cattolico, a partire dall’ordine esecutivo ormai noto come «muslim ban». E lo stesso Segretario di Stato card. Pietro Parolin, primo collaboratore di Bergoglio, ha richiamato la necessità di “promuovere l’incontro e il dialogo tra uomini e donne appartenenti a gruppi etnici, culture e religioni differenti”, cercando di “unire idee diverse, opposte opinioni politiche, visioni religiose e persino ideologie differenti” per servire la causa dell’uomo, la pace, la giustizia. Citando nel suo intervento trasmesso da Radio Vaticana quanto il Papa ha detto al Corpo diplomatico il 9 gennaio scorso: “La pace si conquista con la solidarietà” e non rifugiandosi “nelle piccole nicchie di interesse, nelle chiusure individualistiche e nel nazionalismo più o meno mascherato, che colora ormai il paesaggio di un mondo post-globale”. “Il metodo più sicuro per costruire un avvenire migliore consiste nel ristabilire la dignità di quelli che soffrono”.

Fino ad oggi nessuna richiesta di udienza è arrivata in Vaticano da parte della Casa Bianca (che considera il Papa l’unico vero leader in Occidente) anche se alcuni osservatori ipotizzano una possibile data per l’incontro a fine maggio, quando il presidente americano parteciperà al G7 di Taormina. Il primo pontefice latino-americano si muove con prudenza e lungimiranza ( basti pensare al paziente canale diplomatico aperto con la Cina per la nomina dei Vescovi) ma verrà presto il momento del “faccia a faccia”. Il confronto viene spiegato da certi settori della stampa come scontro ideologico tra un presidente di destra (anche con la ripresa di temi cari ai cattolici, come la lotta all’aborto, fatta nella lettera del vicepresidente Pence alla marcia anti-aborto) e un Papa considerato “di sinistra”. Qualche osservatore azzarda addirittura la previsione che Trump potrebbe aggregare settori di cattolici e vescovi americani, legati alle battaglie culturali sui valori non negoziabili.

Ma come ha spiegato lo storico Andrea Riccardi le categorie destra/sinistra non spiegano molto. Anche perché il Papa – aperto alle posizioni di pluralismo – sta facendo i conti in modo rispettoso con i tradizionalisti (Lefevriani compresi) e con quegli ultraconservatori che crearono tribolazioni anche a Paolo VI. Francesco (che ha tollerato la permanenza delle opposizioni ai vertici curiali e l’affissione di locandine anonime contro di lui) è capace di decisioni ferme – ne è una prova quella con l’Ordine di Malta – quando si tratta del futuro di parti della Chiesa che strumentalmente richiamano con nostalgia Wojtyla e Ratzinger. Quest’ultimo certamente schierato con il suo successore.

Sarebbe un’ingenuità, strana per un realista come Trump, sopravvalutare le opposizioni al Papa da parte di vescovi americani con supporter anche in Italia e pensare di dividere la Chiesa con un’azione anti-Francesco. Una voce circolata nelle scorse settimane parlava d’incontri diretti tra il tycoon nato per essere Re e qualche cardinale americano non propriamente filo-Bergoglio. Ma pare non sia fondata. Invece i cardinali statunitensi vicini a Francesco si sono fatti sentire con sistematicità sui provvedimenti più discussi della Casa Bianca. Quello di Chicago, Cupich, ha parlato di «un momento oscuro per la storia degli Stati Uniti». Con lui, i cardinali O’ Malley e Tobin. Intanto con pazienza il Pontefice non alza, ma abbatte i muri, quando auspica “un nuovo tempo, in cui il mondo globalizzato diventi una famiglia di popoli” ; “ una pace vera… attenta ai bisogni autentici delle persone , che prevenga i conflitti, che vinca gli odi e superi le barriere con l’incontro e il dialogo”. Bergoglio certo non si stancherà di ripeterlo a Trump, se prima o poi varcherà i cancelli del Vaticano.