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Posted on 2apr, 2017

Il diritto di proprietà privata: occasione o tentazione?

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14329539751490172964Di Leonardo Salutati Il concetto di proprietà privata affonda le sue radici nell’antichità e giunge fino a noi attraverso un’evoluzione complessa, per certi aspetti controversa e, certamente, non liquidabile con una generica condanna o approvazione. Nell’età antica due sono i principali mezzi di legittimazione della proprietà e dello stato: la religione e l’ideologia. A quest’ultima fanno ricorso i romani, che rivendicano il proprio diritto di dominare popolazioni di rango inferiore e, con l’istituto del Dominium ex iure Quiritium, riconoscono al cittadino il diritto alla proprietà privata, acquisito per occupazione, per conquista o per legge. Non mancano comunque riserve sul diritto di proprietà che si va gradualmente affermando, vedendovi la causa prima della guerra e, dunque, un pericolo per la pace oltre che una fonte di discordia sociale. In questo senso esprimono le loro critiche, pur con modalità e intenzioni diverse: Platone, Aristotele, cinici e stoici quali Seneca, Ovidio e Tacito.

Con l’introduzione, intorno al IX secolo, da parte dei Franchi dei princìpi di primogenitura e di inalienabilità, si afferma l’idea di proprietà come patrimonio di famiglia, trasmissibile in eredità di padre in figlio e ampliabile all’infinito. Nel Basso Medio Evo, con Bartolo da Sassoferrato (1314-57) si preciserà il moderno principio giuridico, che verrà poi ripreso dal Codice napoleonico e dalle Costituzioni contemporanee, secondo cui la proprietà è un diritto sancito dalla legge e lo Stato ha il dovere di tutelarla.

Nel dibattito dei secoli successivi continuano a riemergere riserve, soprattutto perchè la concentrazione di ricchezza oltre un certo limite suscita discordie e guerre, in quanto il mantenimento della proprietà privata dipende dalla forza, di fatto la principale causa dell’iniqua distribuzione della proprietà e del potere. Tuttavia, con l’espandersi delle attività commerciali, la graduale trasformazione della ricchezza e con l’affermarsi delle nuove ricche classi sociali, le correnti di pensiero prevalenti, bene espresse nelle tesi di Jean Bodin (1529-96) in Francia e di John Locke (1632-1704) in Inghilterra, ricomprenderanno il concetto di proprietà come un fatto di natura e un diritto primario del cittadino, trovando ampia diffusione nei paesi ad economia capitalistica. A partire dal XVII secolo dunque, la proprietà individuale di beni materiali è considerata sempre di più uno dei diritti naturali dell’uomo, meritevole di tutela assoluta, marcando un momento topico nella storia dell’umanità che favorisce la diffusione nel mondo dell’idea di ricchezza come il bene sommo e del capitalismo liberista come il migliore dei sistemi economici possibili.

Particolarmente importante sarà il pensiero di Locke, punto di riferimento di tutte le politiche liberali la cui influenza è ancora viva ai giorni nostri. Egli pur riconoscendo, come tanti altri prima di lui, che ciascuno deve avere ciò a cui riesce a badare col proprio personale lavoro, che il bene posseduto deve essere correlato ai bisogni del proprietario e che deve rimanere abbastanza anche per gli altri, afferma anche che, dopo l’invenzione della moneta, agli uomini è dato di acquistare e possedere molta più terra e produrre molti più beni di quelli che riescono a consumare. Ciò deve essere accettato come un fatto positivo, dal momento che, nelle grandi proprietà la produttività viene incrementata a tal punto che alla collettività nel suo insieme ne deriva comunque un vantaggio.

Tale considerazione si pone a fondamento del pensiero liberale e del capitalismo diffondendosi nella cultura europea del Settecento (Hume, Kant, Hegel). La ragione di fondo del successo di considerare il diritto di proprietà privata come diritto naturale da garantire senza (quasi) limiti è bene espresso da Hayek (1899-1992), che vede nella proprietà privata il “primo elemento della libertà”; “la sola soluzione finora scoperta dagli uomini per risolvere il problema di conciliare la libertà individuale con l’assenza di conflitti”.

Attualmente il diritto di proprietà è riconosciuto, sia pure con sfumature diverse, in tutti i paesi capitalisti come ius utendi et abutendi, è garantito e tutelato dal sistema giuridico ma anche, come purtroppo è sempre successo con la forza, anche se il più delle volte si tratta di una forza legata a fattori economici, tecnologici, culturali e giuridici più che di una forza militare. L’accumulo di proprietà oggi non punta infatti tanto alla conquista della terra per mezzo delle armi e all’asservimento dei vinti, ma alla conquista di nuovi mercati, alla creazione di lobby, trust e imperi economici. È una situazione che dovrebbe provocarci a riflettere attentamente sulla legittimità delle enormi concentrazioni ricchezza, nelle mani di pochissimi individui o famiglie o compagnie multinazionali e transnazionali, e sulla compatibilità con la democrazia di tali eccessivamente grandi concentrazioni di proprietà e ricchezza. Non per niente 50 anni fa, il 26 marzo del 1967, in perfetta continuità con la rivelazione biblica e la grande Tradizione cristiana, Populorum progressio, con accorata premura ricordava nuovamente a tutti che: «la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario» (PP 23).