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Posted on 1apr, 2017

La politica e l’Italia dei troppi corrotti

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Finanza_grandedi Antonio Lovascio • Tangentopoli, 25 anni dopo. L’Italia non ha imparato nulla da quella stagione di scandali, che, nei primi anni Novanta, ha coinvolto imprenditori, uomini politici, decimato la classe dirigente della cosiddetta Prima Repubblica. Anzi, la nebbia ora si è fatta più fitta in un Paese che ha perso il senso dell’orientamento, invischiato nella melma dell’instabilità e della corruzione, “la ruggine che ci corrode: un cristiano che la fa entrare dentro di sé, puzza”, per usare le parole di Papa Francesco.

Non si sa come uscire dal guado. La fiducia nei partiti è crollata a livelli peggiori di quella, bassissima, che avevano dopo Mani Pulite. Trionfa il populismo, che oggi come allora non sa però indicare rimedi, non è affidabile nonostante lieviti nei sondaggi. Ragioniamo intanto sui dei dati di fatto, senza fare come Luigi Pirandello che novant’anni fa – sperando di liberarsi di una giusta ossessione – fuggì a Berlino. Ebbene, se non vogliamo mettere la testa sotto la sabbia, la realtà fotografata nelle scorse settimane dalla Guardia di Finanza dimostra che abbiamo proprio perso il senso della legalità. L’ha smarrito la politica, ma non di meno i cittadini; e spesso ce lo scordiamo! Sono triplicati nel 2016 gli appalti pubblici irregolari, che hanno raggiunto l’enorme cifra di 3,4 miliardi, rispetto al ‘solo’ miliardo del 2015. Naturalmente si sono moltiplicati gli arrestati o indagati per corruzione, concussione, peculato e abuso d’ufficio. Per non parlare delle truffe al sistema sanitario (due ticket su tre sono irregolari); del proliferare del gioco d’azzardo (una sala su tre è fuorilegge). E dell’escalation dell’evasione fiscale, calcolata dall’Eurispes tra i 250 ed i 270 miliardi di euro l’anno, più del doppio della stima ministeriale comunicata al Parlamento. Chi ci toglie la maglia nera in Europa, anche se sono stati scoperti altri 8 mila soggetti che non avevano mai presentato il Modello “730” o “740” ?

Il rapporto delle Fiamme Gialle ci dice altresì che sono stati sprecati 5,3 miliardi di euro di denaro pubblico. Il dilagare della corruzione conferma che non abbiamo compreso la lezione di Tangentopoli. Del resto, in tutti questi anni non si è messa mano a vere riforme di struttura, a partire dai rapporti tra politica e Pubblica amministrazione per avere efficienza, processi decisionali più veloci, per delegiferare al massimo ed impedire il coacervo di regolamenti che ancora oggi sono confusi, illeggibili, faticosi. Abbiamo sotto gli occhi l’inchiesta sulla CONSIP, la “centrale acquisti” dello Stato con azionista unico il ministero dell’Economia e delle Finanze creata nel 1997 per rendere “più conveniente e trasparente” l’utilizzo delle risorse pubbliche nella gestione di beni e servizi. Dalle carte e dalle intercettazioni dei magistrati napoletani e romani abbiamo invece scoperto che è diventata la greppia di appetiti famelici, per imprenditori, lobbies e clientele anche familiari, che tessevano fitte relazioni affaristiche ricorrendo anche ai cosiddetti “pizzini”, resi famosi dalle cronache sulla Mafia. Ma se non cambiamo – con meno norme, ma appropriate – uno Stato corrotto in quanto inefficiente, anche la lotta alla corruzione dell’Agenzia affidata al giudice Raffaele Cantone (“Impossibile prevenire, in Italia mancano valori civili”) e della Magistratura rischia di essere inutile anche perché spesso interviene a crimini compiuti. Per colpire le illegalità sul territorio, nelle aree metropolitante come nei centri di medie dimensioni, bisogna riformare la Giustizia, rendendola più celere ed efficace. Servono indagini mirate sugli appalti più consistenti, sull’abusivismo edilizio; patti operativi tra i Pm ordinari e quelli contabili delle varie Corte dei Conti regionali per consentire all’Erario di recuperare almeno i danni subiti, di applicare quelle sanzioni pecuniarie che a volte disincentivano più di una condanna che magari, con l’ausilio di qualche “azzeccarbugli”, potrà anche essere cancellata nell’ultimo grado di giudizio. E’ pure urgente uno scambio di informazioni bilaterali continue anche con Comuni e Regioni: non è nel loro interesse difendersi dai “maneggioni” e da chi, per ingordigia di profitti personali, sottrae miliardi di euro alla collettività ?

Dalla politica ora tutti si attendono nterventi concreti. Già sappiamo che esistono dei motivi culturali nell’infiltrarsi della corruzione nei gangli della nostra società. Lo Stato è spesso percepito, in vaste aree del Paese,per lo storico susseguirsi di dominazioni straniere, come qualcosa di estraneo, di antagonista. L’arricchimento è considerato dagli italiani come il principale segno di distinzione e di superiorità sociale. L’aristocrazia del denaro è l’unica gerarchia riconosciuta. I soldi facili costituiscono una tentazione cui, ai più, è difficile resistere. Anche il potere lo si acquisisce col denaro, più che con la competenza.

Detto questo, non si deve però guardare alla corruzione come a un problema squisitamente amministrativo e giudiziario, incoronando di volta in volta sceriffi e giustizieri, diffondendo un clima di sospetto e di sfiducia e, così facendo, riducendo anche le politiche anticorruzione a strumento estrattivo anziché inclusivo.

Giustamente la dottrina sociale della Chiesa affronta questo fenomeno nella sua dimensione più ampia, riferendosi a qualsiasi forma di disumanizzazione dei meccanismi di convivenza sociale che, richiede invece valori morali condivisi. La risposta alla corruzione non può, dunque, essere né l’antipolitica, né una diffusa sfiducia nelle istituzioni, bensì, un modello di sistema democratico e aperto, che favorisca la partecipazione attiva ai processi decisionali quale presupposto stesso di un’ecologia umana. Sarà la trasformazione delle virtù individuali in un solido ordine sociale a fare da argine alla corruzione, alle clientele e ad ogni forma degenerativa del potere.