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Posted on 1Apr, 2015

L’ira: vizio o passione? Un caso di omonimia

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00895192cf470ca63827c5ffd3c387f4_origdi Gianni Cioli • L’ira è considerata, sia nella tradizione occidentale che in quella orientale, un vizio capitale. La parola ira si presta tuttavia a un equivoco che è opportuno chiarire: può indicare appunto il vizio, ma può indicare anche la passione dell’ira. Quest’ultima, nella migliore riflessione morale e spirituale cristiana, non appare affatto qualcosa di necessariamente negativo e vizioso, perché è la passione che ci fa indignare di fronte al male e che si spinge a contrastare le situazioni ingiuste. Quindi, come le passioni in genere, la passione dell’ira non è né buona né cattiva in sé, ma può diventare un’energia positiva o negativa a seconda di come viene incanalata e controllata dalla ragione.

Quando si parla del vizio dell’ira si parla dunque di un’ira disordinata, di una passione che ha perso il controllo e che “si lascia andare” in maniera eccessiva, esagerata e, in ultima analisi, ingiusta. L’ira eccessiva finisce così, paradossalmente, per distruggere quel bene e quella giustizia che avrebbe dovuto contribuire a tutelare. In realtà l’esperienza insegna che non è affatto facile tenere l’ira sotto controllo. Questo spiega forse il perché dell’omonimia fra la passione e il vizio. La difficoltà a moderare l’ira deriva dal fatto che la passione tende a offuscare la ragione. Dopo uno scatto di collera può accadere che ci si penta di quello che si è detto o fatto, perché a mente fredda ci si accorge che non ci si è comportati in maniera ragionevole, ma ormai è troppo tardi. Perdere il controllo nel gestire la propria ira può risultare estremamente umiliante e non poche volte pericoloso, eppure accade di frequente a tante persone. Il peccato d’ira diventa vizio quando l’incapacità di gestire il moto passionale diventa abituale e la degenerazione della passione non è più un episodio, ma una disposizione abituale.

Antidoto al vizio dell’ira sono le virtù della clemenza e della mansuetudine, che non significano né indifferenza, né incapacità di indignarsi di fronte al male, ma capacità di moderare e disciplinare la passione dell’ira in modo da non perdere mai di vista il vero bene.

Ci si dovrebbe indignare di fronte alle vere ingiustizie e invece, spesso, ci si arrabbia per cose obiettivamente di poco conto che però vengono percepite come soggettivamente pesanti, quando vengono toccati determinati “nervi scoperti”, ovvero i “talloni di Achille” della personalità. Dall’incapacità di gestire le “ferite” nascoste del “profondo” deriva l’incapacità di gestire l’ira che a volte sorprende.

Di solito s’identifica il vizio dell’ira con la collera, ma in realtà sono tre le tipologie dell’ira indisciplinata: la collera, l’astio e lo spirito di vendetta che corrispondono a tre categorie di iracondi individuate da Aristotele: gli acuti, che s’infiammano subito e perdono il controllo della ragione; gli amari, che covano rancore nel silenzio e si ritrovano come macigno sul cuore; e gli implacabili, che meditano la vendetta da gustare “come un piatto freddo” (cf. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae II-II, q. 158, a. 5).