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Posted on 1dic, 2015

Un leader profetico, umile e coraggioso. Pronto ad usare il paracadute

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115927407-a3b2a1e5-8484-4db5-9934-a505912537fedi Antonio Lovascio Cosa fa il successo di una leadership, in questi tempi difficili? Se lo sono chiesti molti commentatori ed inviati che hanno seguito la prima missione di Papa Francesco in Kenia, in Uganda e nella Repubblica Centrafricana – col sorriso, senza auto blindata e giubbotto antiproiettile, ma “pronto a calarsi anche col paracadute” – accolto ovunque da folle di fedeli. Sbalorditi, i giornalisti, per la serenità con cui Bergoglio, messaggero di pace, ha liquidato le domande sulle minacce concrete rivoltegli dall’Isis alla vigilia del Giubileo della Misericordia e sui pesanti, drammatici effetti di una guerra mondiale che più di un anno fa – per primo – aveva previsto si sarebbe combattuta “a pezzetti”. Le sue risposte nette, a volte ironiche ( “Io non ho paura”. “Attentati ? Temo solo le zanzare”. “L’esperienza dimostra che i conflitti ed il terrorismo si alimentano con la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione”) sono uno stimolo, un esempio per gli uomini di Stato e di Governo di tutto il pianeta, alle prese con un’emergenza di cui non si può prevedere l’estensione e la fine, che ci terrà tutti con il fiato sospeso forse per mesi, se non per anni. Un monito all’Europa a ritrovare un minimo di coesione per affrontare le sfide del Califfato, simbolo di una classe dirigente composta da poche persone. Non più di un centinaio, in gran parte provenienti dai rimasugli dell’esercito iracheno di Saddam Hussein, dai muezzin afghani, dai talebani indottrinati da Bin Laden e da Al Qaeda; arabi soprattutto ma anche pachistani e sauditi.

Mi convincono i lucidi confronti dello storico Franco Cardini: il primo nemico del Califfo è proprio Papa Francesco, con la sua incrollabile volontà di far incontrare i popoli e le fedi religiose (a cominciare ovviamente dai cristiani, dai musulmani, dagli ebrei), di farle dialogare, di superare le differenze e le diffidenze nel nome di una causa comune che è quella del genere umano. Poiché Al-Baghdadi si fa portatore di una ideologia fondata sullo scontro frontale tra quelli che giudica i veri musulmani e quelli che non lo sono affatto, teme più il Pontefice latino-americano di Hollande (dopo aver appoggiato i fondamentalisti in Siria, ora vuole distruggerli); più di Herdogan (il quale sostiene di voler far guerra al Califfo e poi ad Assad, ai curdi, ai russi, a tutti insomma meno che a lui); più di Obama, che continua a tentennare, temendo di perdere ancora qualche soldato e ulteriori consensi mentre si appresta a compiere il tratto finale del secondo ed ultimo mandato.

Lo stile della leadership di Papa Francesco – basata su un’umiltà genuina (piena di sostanza ) e sul coraggio, anche nel ribadire “la volontà di proseguire l’opera di pulizia iniziata in Vaticano da Ratzinger”- sta lasciando il segno dopo i viaggi apostolici in Sudamerica, in Terrasanta, Albania, Turchia, Bosnia, Filippine, Stati Uniti, Cuba ed ora in Africa, mentre divampano i bombardamenti in Medio Oriente e l’Europa è sotto attacco. La richiesta di una “bussola” affidabile, sembra rispondere ad un autentico bisogno. Perché la forza, così come il puro potere politico – condividiamo la tesi espressa su “La Stampa” dal saggista britannico Bill Emmott – sono ormai screditati, vuoi dalla guerra vuoi dalla crisi finanziaria o dalla disoccupazione. Può sembrare strano (ma non lo è) che il Capo della Chiesa cattolica romana- malignamente considerata da molti la più antica corporazione politica dell’universo – abbia oggi questo potere carismatico, proprio perché si è distinto per essere ben poco istituzionale, per nulla corporativo e dotato di una grande intelligenza politica.

La povertà, la discriminazione, la corruzione che tocca pure le Mura Leonine: questi sono i mali del mondo e tutto il male restante è da questi che deriva. Così pensa e dice Papa Francesco. Questa è la sua predicazione, che cominciò in Argentina, quarant’anni fa ed è continuata con ben altra ampiezza di ascolto da quando siede sulla sedia di Pietro. Non era però mai accaduto che il tema della disuguaglianza fosse affrontato con tanta incisività dinanzi al Congresso degli Stati Uniti d’America, all’Assemblea delle Nazioni Unite, al Parlamento Europeo o di fronte ai governanti africani. La disuguaglianza è la causa; il suo più vistoso effetto è quello della migrazione, che riguarda centinaia di milioni di persone. Interi popoli che si spostano da un Paese all’altro, da un Continente all’altro, rivendicando i loro diritti di persone umane e la loro libertà. Non a caso Bergoglio è voluto arrivare a Bangui, di fatto anticipando l’inizio del Giubileo dalla periferia del mondo, dal centro di una delle peggiori crisi umanitarie dell’Africa per una guerra civile che dura da tre anni. Dove ha incoraggiato e spronato i cattolici, ma pure – nella moschea – i “fratelli musulmani”, invitandoli “a respingere uniti ogni violenza in nome di Dio”.

Un Papa dal linguaggio profetico, rivoluzionario e universale: gesuita fino in fondo, francescano fino in fondo. Parla da leader, pretende che i suoi vescovi siano a loro volta leaders nelle loro Comunità e che con i preti siano a fianco del “gregge”, sempre pronti a capire e condividere i problemi della gente. Altrettanto chiaro il messaggio di leadership spirituale che ha trasmesso a Pastori ed ai Superiori degli Ordini religiosi, in nome della sua Fede e di quella di circa due miliardi di cristiani che abitano il pianeta, dislocati in quasi tutti i continenti: <Sappiate sempre esercitare l’autorità accompagnando, comprendendo, aiutando, amando; abbracciando tutti e tutte, specialmente le persone che si sentono sole, escluse, aride; le periferie esistenziali del cuore umano. Teniamo lo sguardo rivolto alla Croce: lì si colloca qualunque autorità nella Chiesa, dove Colui che è il Signore si fa servo fino al dono totale di sé>. Autorità, Misericordia e sicurezza sono tre principi che nell’ottica papale non si contraddicono.