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Posted on 1dic, 2016

Il ciclone Trump spaventa e contagia l’Europa

Britain EU

di Antonio Lovascio • Non bastava la Brexit! Cambia un’epoca, cambia il mondo sull’onda di un populismo aggressivo, avventuroso e spericolato. Nulla sarà più come prima, dopo che Donald Trump si sarà insediato alla Casa Bianca, contro ogni pronostico dell’Informazione occidentale: non ha saputo cogliere in tempo gli umori e le trasformazioni sociali dell’America, la crisi del ceto medio, la contrapposizione alle urne tra città, periferie e piccoli centri rurali. Un terremoto politico rischia di rivoluzionare il sistema internazionale: dal futuro della Ue alle relazioni con la Russia, dal gelo con Cuba al Muro con il Messico, dalla moneta unica al destino incerto di Angela Merkel e Matteo Renzi, per non parlare di quello ormai segnato di Francois Hollande nella maratona elettorale (cinque Paesi alle urne) che cambierà volto all’Europa.

Se, come lascia intravedere dalle prime mosse e nomine dello staff, il nuovo presidente Usa attuerà il suo programma elettorale (che prevede il passaggio dall’”internazionalismo liberale” all’esaltazione dei valori e degli interessi interni) dovremo registrare, tra le molte novità, pure la fine dell’ordine nato dalla Seconda Guerra, che ha conosciuto il suo apice nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino. In altre parole dai due vincitori del 1945- gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – le avanguardie del cosiddetto “mondo occidentale” – verrebbe inferto un duro colpo ad un modello con il quale proprio l’ Occidente era cresciuto ed aveva costruito la sua prosperità.

Altro che allargamento della democrazia liberale! Parlano i fatti, gli assetti geopolitici. A capo della Cina c’è un presidente nazionalista che cerca con mezzi intimidatori di perpetuare la sua egemonia nell’area asiatica. In Russia regna il sempiterno Putin, che ha eliminato qualunque forma d’opposizione. La nostalgia del passato certificata dalla crescita dei comunisti che inneggiano a Stalin (anche e soprattutto per la grave crisi economica) lo sta spingendo a riscoprire il vecchio imperialismo dell’’Unione Sovietica. Nella Sala Ovale di Washington da gennaio si muterà rotta: verrà messa in soffitta la strategia che ha consentito più di mezzo secolo di sviluppo fondato sull’apertura degli scambi e la graduale progettazione di un “governo” mondiale (G8, G20, ecc).

Da queste premesse non troviamo argomenti per dar torto ad un osservatore attento come Jean Marié Colombani, ex direttore dell’autorevole Le Monde, quando sostiene che sono stati minati tre pilastri del nostro mondo: la gestione, sia pur imperfetta, degli scambi mondiali; quella della sicurezza collettiva; e quella dell’Europa che ha, in Trump, un nuovo avversario, senza dubbio il più pericoloso per la coesione dell’Unione. Trump, campione dell’anti-globalizzazione, ha caoticamente anticipato che abolirà o modificherà i Trattati di libero scambio sia con l’America del Nord che con l’area dell’Asia Pacifica. Ha fatto intendere di voler introdurre dazi dissuasivi contro la Cina (è il primo creditore degli Stati Uniti) ritenuta la causa principale, se non unica, della perdita di posti di lavoro e dell’impoverimento della classe media americana. Questi annunci, se dovessero diventare decisioni concrete, scatenerebbero altrettante guerre commerciali. L’economia mondiale ne uscirebbe devastata.

Allo stesso modo in campagna elettorale Trump ha messo in discussione la Difesa Atlantica perché “agli Usa costa troppo”. Se così fosse, ne sarebbero condizionate tutte le concertazioni nell’ambito del G20 (che hanno permesso di affrontare la crisi finanziaria internazionale) ma anche l’Onu e tutte le agenzie che ne dipendono. Perché il nuovo leader non si preoccupa di quel che succede nel mondo (pare non toccarlo questa “guerra combattuta a pezzi”), ancorato com’è alla logica «l’America prima di tutto!». Poi è assai probabile che rimuova le sanzioni contro la Russia – decise dopo l’invasione della Crimea e le operazioni di destabilizzazione dell’Ucraina – e tenti di portarsi dietro anche l’Europa o almeno parte di essa. Non dando peso al fatto che il suo interlocutore al Cremlino ha già denunciato gli accordi di disarmo nucleare con gli Stati Uniti e punti sempre più ad esercitare la sua influenza nei Paesi Baltici, sapendo che il nuovo presidente americano non è affatto propenso a far scattare lo scudo automatico della Nato.

Insomma Trump potrebbe diventare una sorta di incubo per l’Europa. Non solo se abbandonerà il progetto del Trattato di libero scambio. Ci sono altri segnali non meno preoccupanti. Il primo è l’appoggio già manifestato alla Brexit. Nigel Farage, ex leader del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, è stato il primo non americano ricevuto dal neo-presidente e da questi richiesto come ambasciatore della Gran Bretagna. Altri movimenti demagogici potrebbero vedersi stendere tappeti rossi alla Casa Bianca, mentre già godono del sostegno russo. A partire da quello di Marine Le Pen, pronta a chiedere l’uscita della Francia dalla Ue. Ammesso però che in primavera riesca vincere la sfida per l’Eliseo: dovrà giocarsela con il favorito Fillon (Destra riformista, amico di Putin e diffidente verso Bruxelles) ed il neoliberal Macron, delfino di Hollande che non ricandidandosi potrebbe però far scendere in pista il premier Walls.

Non è fantapolitica. La scomposizione del Vecchio Continente purtroppo è già iniziata. Le spinte centrifughe, i mediocri egoismi nazionalisti, la crescita progressiva delle formazioni di estrema destra, la tendenza delle élite politiche a compiacere gli umori più intolleranti del proprio elettorato possono solo concorrere ad aprire scenari ancor più inquietanti.