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Posted on 1feb, 2015

La terza Guerra Mondiale e il “pugno” di Papa Francesco

siria323di Antonio Lovascio • Se, dopo lo Yemen e l’Ucraina, dovesse riesplodere anche l’altra Jahd  – quella cecena, che cova sotto le ceneri di Grosny – dove ci condurrebbe questa terza guerra mondiale combattuta a pezzi,  che “è già avviata”, come ha ripetuto nelle scorse settimane Papa Francesco? In qualsiasi momento e per qualsiasi “incidente” ci porterebbe a una catastrofe. Oltre l’orizzonte della strage di Parigi (che ha colpito la rivista satirica “Charlie Hebdo” e che, con un allarme finora mai lanciato    con tale intensità,  ha scatenato la caccia ai terroristi islamici in tutta Europa) c’è l’incendio  di una guerra civile globale , dove ogni giorno si perpetuano terrore e morte. Escludendo qualche eccezione (tra queste Sergio Romano),  gli analisti sembrano aver dimenticato la strage di Beslan, in Ossezia del Nord. Nel settembre 2004, i fondamentalisti ceceni agli ordini di Al –Qaida, collegati telefonicamente con l’Arabia Saudita – come avrebbe in seguito dimostrato il Servizio segreto russo – massacrarono 333 anime del Caucaso, indistintamente musulmani e cristiani , 186 dei quali bambini. Da allora fino ad oggi c’è un elemento di novità. Si chiama Isis, ossia Stato islamico: ha nel frattempo preso il posto di Al-Qaida,  ed ha istituito un Califfato nella persona di Abu Bakr al Baghadadi, che  domina con orrori e soprusi nello scacchiere mediorientale già abbondantemente  inondato di sangue per le battaglie di Israele con i palestinesi di Hamas in Cisgiordania e le milizie di Hezbollah in Libano. Il Califfo combatte sull’onda delle cosiddette “Primavere arabe” incoraggiate dall’Occidente per sottrarre sovranità a realtà statuali comunque necessarie. Prova ne è la Libia, dove l’ombra di Gheddafi è ormai lontana, mentre si sono già ben insediati gli uomini armati del Califfo, che hanno poi puntato sul  Sud della Siria: promettendo il vero autentico  Islam, questi eserciti non si peritano di procedere allo squartamento di nemici (spesso altri mussulmani, considerati infedeli e peccatori) pur di raggiungere i loro obiettivi. Non si peritano  di sequestrare  ostaggi – per ricattare gli  Stati occidentali- uccidendoli  quando non viene pagato un riscatto, linfa che poi alimenta il terrorismo e finanzia i loro assalti bellici.

Questo fanatismo islamico è lo stesso che ormai da mesi e mesi infiamma la Nigeria (il paese più popoloso dell’Africa), dove il gruppo Boko Aram dà fuoco a scuole e chiese cattoliche, massacra cristiani per impedire che venga praticata un’educazione occidentale. Infiamma il Niger , dove in segno di protesta per le nuove vignette pubblicate da “Charlie Hebdo” sono state distrutte chiese cristiane. E perché mai si bruciano luoghi di culto proprio nel momento in cui Papa Francesco ha apertamente preso le distanze da un uso della satira che non sa fermarsi davanti al necessario rispetto dei riferimenti religiosi altrui ?

Di fronte a queste incursioni e carneficine, qual’è stata la risposta dell’Europa e dell’Italia in particolare ? I ministri degli esteri e degli interni europei hanno concordato una serie di misure – a partire da maggiori controlli ai confini – per proteggerci più efficacemente ed evitare il rischio di infiltrazioni tra gli immigrati; per individuare le “cellule dormienti”, fermare la libera circolazione nel Continente di terroristi e di reclutatori: complessivamente sarebbero più di 18 mila i soggetti entrati nel mirino dell’Intelligence”, che sta cercando di allargare la collaborazione alla Turchia (peraltro sospettata di offrire un “corridoio” di fuga ai jahidisti che seminano  paura e sangue in Europa)  ed ai Paesi Arabi più evoluti, in questo momento come noi interessati a difendersi.

Certo sono urgenti interventi  antiterrorismo, ma per arginare e bloccare questa guerra ancor più possono fare le diplomazie, la cultura ed il dialogo, come ha sottolineato nei giorni scorsi con estrema franchezza Papa Francesco, parlando con i giornalisti nel suo viaggio verso e di  ritorno da Manila. E non a caso dal fronte opposto si è alzata subito una voce autorevole di distinguo evidente quanto reale:  quella del generale Al Sisi, presidente della Repubblica egiziana, che ha avuto  il coraggio di entrare nella più importante università del mondo musulmano, la cairota Al Azhar, per contrastare apertamente addirittura il pensiero, gli insegnamenti dell’attuale leadership musulmana: <È possibile – ha detto di fronte ai supremi capi teologi  dell’Islam – che la nostra dottrina debba fare di tutta la “umma” una sorgente di ansietà, pericolo, uccisioni e distruzioni per il resto del mondo? È possibile che 1,6 miliardi di persone vogliano, per poter esse stesse vivere, uccidere il resto degli abitanti del mondo?». Finalmente una presa di posizione chiara. Che si accompagna  alle analisi altrettanto chiare di Bergoglio,  che ha avuto  modo di precisare meglio il senso della frase del pugno se uno  parla male della sua mamma, intesa da alcuni come se giustificasse reazioni violente: <In nome di Dio non si uccide.  In teoria possiamo dire che una reazione violenta davanti a un’offesa , a una provocazione, non si deve avere. Che dobbiamo porgere l’altra guancia, come dice il Vangelo. Che abbiamo la libertà di espressione , in teoria, ed è importante. Ma siamo umani. E c’è la prudenza , la virtù della convivenza umana che regola i nostri rapporti . Io non posso provocare, insultare una persona continuamente, perché rischio di farla arrabbiare e ricevere una reazione ingiusta. Così come la libertà di espressione deve tener conto della realtà umana ed essere prudente. Una reazione violenta è cattiva sempre. Nella pratica fermiamoci un poco e riflettiamo!>.

A mente fredda, l’osservazione di Papa Francesco , benevola e pacata, ha ricordato il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI, nel 2006; quando Ratzinger parlò di “una  mentalità post-positivista che porta a credere che le religioni sono una  sorta  di sottoculture : tollerate, ma in fondo considerate  poca cosa, e non fanno parte della cultura illuminista”.  Bergoglio, al pari del suo predecessore,  ha invitato a non accettare quelle teorie ispirate da Voltaire che, in nome della “laicità”, non pone limiti alla libertà di espressione (e di satira); teorie analizzate e condivise il 16 gennaio in un editoriale di “Repubblica” dal giurista Stefano Rodotà proprio a commento delle dichiarazioni del Pontefice.  Quel laicismo praticato da “Charlie Hebdo”, giornale diventato  martire  della ottusità e della ferocia dei terroristi sempre pronti ad ammazzare nel nome di Allah. Rivista satirica con non più di 50 mila lettori , che non ha mai tenuto conto  del richiamo della Santa Sede  a non deridere la fede degli altri. Richiamo ben espresso dal portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls il 4 febbraio 2006. Erano i giorni in cui la pubblicazione  delle vignette danesi contro l’Islam – che risaliva al settembre precedente – stava provocando violente reazioni nei paesi musulmani: «Il diritto alla libertà di pensiero e di espressione, sancito dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo – disse Navarro Valls –  non può implicare il diritto di offendere il sentimento religioso dei credenti. Tale principio vale ovviamente in riferimento a qualsiasi religione (…) talune forme di critica esasperata o di derisione degli altri denotano una mancanza di sensibilità umana e possono costituire in alcuni casi un’inammissibile provocazione. Va però subito detto che le offese arrecate da una singola persona o da un organo di stampa non possono essere imputate alle istituzioni pubbliche del relativo Paese (…) Azioni violente di protesta sono, pertanto, parimenti deplorabili».

Allora, come ha scritto su “Avvenire” Marina Corradi (figlia del grande inviato di guerra del “Corriere della Sera” morto nel 1990), la speranza  di una convivenza di pace inizia dal rispetto di ciò che è sacro per l’altro. Noi lo sappiamo, ma dovremmo ricordarcene tutti. All’Occidente spetta prima di tutto il compito di cercare di capire quello che succede, impegnandosi a sostenere le forze che lavorano per una transizione che sarà purtroppo lunga e difficile.