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Posted on 1gen, 2015

I cinquant’anni dalla Dei Verbum. Il gusto della parola di Dio

dei-verbumdi Carlo Nardi • «Soave e piana» è Beatrice nel suo dire, accoratamente premurosa per la sorte eterna dell’amante poeta (Inferno II, 56. cf. 52-117). In modo simile i Detti greci dei Padri del deserto riportano «detti e fatti dei santi vegliardi», monaci in Egitto tra quarto e quinto secolo, per trasmettere la sapienza spirituale «in forma di racconto con un linguaggio semplice e senza pompa» (prologo, 3: SCh 387,94). E “soave”, “piana” e “semplice” dev’essere la parola della predicazione cristiana, dignitosa nella sua schietta umiltà popolare, perché parola umana della Parola eterna.

La cordialità di un linguaggio cristiano emerge particolarmente nella Costituzione del Concilio Vaticano II sulla divina rivelazione, quest’anno nel suo cinquantesimo, la Dei Verbum, com’è suona l’incipit del testo latino. Sono parole significative, Già dicono di che cosa si tratta: del Verbo di Dio e della sua parola. Dei Verbum è il Verbo in persona, la Parola che è Dio fattosi uomo, nostro Signor Gesù Cristo, e nel contempo è la sua parola umana, ma anch’essa parola di Dio per noi.

La Dei Verbum mise, come non mai prima, nelle nostre mani la Bibbia con coraggio e fiducia. Si volle che fosse nelle orecchie e sotto gli occhi del battezzato come tale, perché la senta leggere comprensibile in chiesa nella sua lingua, sia invogliato a leggerla per conto suo, e meditarla e studiarla e – perché no? – volerla conoscere nelle lingue in cui fu scritta, quasi tutta in ebraico e in greco. La Dei Verbum invita a pregare la Bibbia, e a leggerla in compagnia fraterna, e magari con chi cattolico non è. L’intento è che questo libro o, meglio, raccolta di libri sia letta e riletta. Che le carte della Bibbia siano strapazzate.

Pagine divine, perché ispirate da Dio, sono memoria, riflessione, gioia, grido di una storia di salvezza divina e altrettanto umana, tant’è che quei libri sono umani, scritti da uomini nel pieno possesso delle facoltà mentali, ognuno col suo cervello, grande o piccolo che sia, ed anche con le sue fisime.

Lettera di Dio all’umanità – diceva san Gregorio Magno – non resti al fermo posta, ma raggiuga il destinatario che è ogni uomo. Non è una lettera che cade bell’e scritta dal cielo: è scritta invece nell’ambito del popolo dell’antica alleanza con i profeti, i saggi e i narratori, e nel nuovo popolo del Vangelo, “bella notizia”, che è Gesù in persona, Dio che dice le nostre parole umane. Ed è la bella notizia che gli apostoli dicono con la parola, la vita e la morte. Anche la scrivono nelle lettere indirizzate a chi stava loro a cuore. Intanto, qualcuno – par di vedere san Marco, mentre san Pietro predica – prendeva appunti, e poi, forse prima Marco e poi Matteo e Luca e infine Giovanni, prendono la penna in mano, anche dopo aver raccolto quegli appunti e, con ricordi propri e altrui, buttano giù con un piano ben strutturato i quattro Vangeli.

Solo più tardi qualcuno volle colmare quelli che riteneva dei vuoti e novellare su quello che successe prima o dopo il racconto di Matteo e Luca. Erano pie curiosità in un discreto ventaglio tra “buone cose di pessimo gusto” e fine e dotta devozione, ed erano scritti non considerati ispirati né entrati nella lista o “canone” dei libri santi, quelli buoni per tutti e da leggere in chiesa. Gli altri erano i cosiddetti apocrifi, libri più o meno in disparte, talora sotto chiave, con racconti che tuttavia erano letti e come: appaiono in pitture e nella liturgia con i santi Anna e Gioacchino e la loro Bambina offerta al tempio.

Nel frattempo c’era già chi spiegava quello che gli apostoli avevano detto e fatto, e gli evangelisti avevano scritto: erano vescovi e poi preti che predicavano, insegnavano, si direbbe la domenica e le feste comandate, e ammonivano a non prendere lucciole per lanterne; c’erano laici e anche laiche che meditavano, riflettevano, discutevano. Saranno i cosiddetti Padri della Chiesa, e forse anche madri, com’erano state la mamma e la nonna di san Timoteo (2 Tim 1,5) e due secoli dopo in Cappadocia mamma e nonna di Basilio, Gregorio e Macrina e non solo – e tutti santi in famiglia! –, nonna a sua volta figlia spirituale di san Gregorio il Taumaturgo, pupillo di Origene, nell’ambito della grande Alessandria d’Egitto, il cui cristianesimo pare raccordarsi a san Marco e questi a san Pietro e l’apostolo al Signore.

Come in una staffetta un testimone passa di mano in mano, di consegna in “consegna”, in latino traditio, da cui tradizione, quella stessa parola viva, detta e vissuta, già tutta nella parola degli apostoli: Tradizione apostolica, ambito in cui furono scritte le pagine della Bibbia. La medesima tradizione della Chesa affida a noi quelle pagine da leggere, studiare, pregare, vivere; e la Dei Verbum ci incoraggia a consegnarle a nostra volta, impreziosite dalla nostra stessa lettura, studio, preghiera e vita.