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Posted on 1gen, 2015

Samaritani nelle periferie violente

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ap86174523107101613_bigdi Antonio Lovascio • Pare di vivere nell’età dell’odio. E’ la sensazione che condividiamo con le analisi pungenti  di uno scrittore giovane, ruspante e mai banale come Aldo Cazzullo, e di un editorialista più maturo come Pierluigi Battista, che sul “Corriere della Sera”  hanno invitato a non sottovalutare le tensioni sociali nei quartieri multietnici ed i sabotaggi alle linee dell’Alta Velocità all’insegna del terrorismo fai-da-te. Viene da lontano il vento di rabbia che spira nelle stazioni e nelle periferie delle nostre città, sempre più simili – così le ha “fotografate” anche il Censis – alle banlieu parigine. È un vento che si è annidato, negli ultimi anni di crisi, nei cantieri della modernizzazione ferroviaria  e – su più vasta scala, con effetti ancor più dirompenti – nei “campi”  e negli spazi occupati dagli extracomunitari,  negli antri scuri delle case popolari; e dopo che sono iniziati gli sgomberi degli appartamenti  stipati come i pollai dai cosiddetti abusivi, è sceso lungo le scale di cemento scarabocchiate di graffiti, ha percorso i marciapiedi sbrecciati e ha bloccato le strade sporche in segno di protesta.  Protesta dilagante in un’Italia che si appresta, paradossalmente, ad ospitare l’Expo. Nelle piazze si riversa non solo la disperazione e frustrazione dei giovani in cerca di lavoro (demoralizzati, a volte neppure lo cercano!) o di chi non può fare a meno di gridare il proprio disagio e l’avversione a progetti imposti dalla globalizzazione dell’economia e dei trasporti  (la TAV),  ma soprattutto lo “scatto” di dignità di intere famiglie lasciate nel più indecoroso degrado (“come una cosa posata in un angolo e dimenticata”,  se vogliamo citare Giuseppe Ungaretti)  in quartieri  in cui si vive in condizioni di extraterritorialità  e dove di urbano non è rimasto più nulla. Anzi, dilaga lo spaccio della droga, la delinquenza, la prostituzione, le strade sono dissestate, pericolose e non illuminate, i servizi pubblici scarsi, e soprattutto non esistono presìdi che garantiscano legalità e sicurezza. La gente ha paura di uscire di casa, è a dir poco esasperata.

Mentre monta la sommossa, scorrono immagini impressionanti. Giornali e televisioni parlano degli scontri come se fossero qualcosa di alieno al corpo delle città: eppure Tor Sapienza è a pochi chilometri dal Campidoglio ( a sua volta travolto da uno scandalo mafioso che mostra tutta l’intensità e l’ingordigia della corruzione capitolina)  il quartiere Corvetto o il Giambellino sono a pochi minuti dal Duomo di Milano. La risposta del governo finora è stata debole e inconcludente, quella dei partiti (la Lega ed i Grillini in particolare) troppo condizionata da tornaconti elettorali.  E l’immigrazione senza controllo (16 mila sbarchi negli ultimi due mesi!) ha acceso una guerra tra poveri, generando negli stranieri estraneità e frustrazione, che, sommate al senso di impunità che lo Stato italiano spesso trasmette ai nuovi arrivati, minacciano di innescare tensioni già esplose ai margini delle metropoli europee. In questi mesi sono state dedicate migliaia di ore di dibattiti pubblici alle tragedie dei migranti in mare. Ma continuiamo a non avere uno straccio di schema politico-amministrativo efficace per gestire il fenomeno dentro il territorio nazionale e fuori dai Cie. Ogni Paese in ogni secolo ha un suo Medioevo, che si manifesta quando improvvisamente un futuro imprevisto diventa presente, e non si ha alle spalle un passato di esperienze per affrontarlo. In Italia capita con l’immigrazione. Le statistiche parlano da sole.  A metà degli Anni Novanta avevamo un numero di immigrati di poco superiore a 500 mila unità, mentre oggi sono 5 milioni e mezzo, un milione e trecentomila famiglie di soli immigrati, e un milione di minori. Un milione di romeni, mezzo milione di marocchini, mezzo di albanesi. Mentre la popolazione straniera è cresciuta in media ogni anno del 103,3 per mille, quella italiana si è invece ridotta progressivamente dello 0,7 per mille. Nel 2014 il fenomeno apicale sono stati gli sbarchi: 150 mila solo da gennaio a ottobre, rispetto a poco più di 40 mila nell’intero 2013. E di qui le richieste insistenti di Renzi ed Alfano perché l’Europa con Frontex sostituisse, o per meglio dire integrasse, la nostra missione Mare Nostrum.

Ma, mare a parte, restiamo totalmente sprovvisti di politiche e risposte organiche quando l’immigrazione, nelle grandi città e nei tenitori, dal 9% scarso oggi la media sul totale della popolazione italiana diventa tre, quattro e addirittura cinque volte maggiore rispetto agli italiani che vivono  in un quartiere o in un piccolo centro.  Anche per questo fatichiamo a considerare  i lavoratori venuti dall’estero come una risorsa! Di fronte al moltiplicarsi dei nostri problemi di vita quotidiana, diventiamo sempre più intolleranti . Ci risulta difficile comprendere che, la società attuale – a maggior ragione nelle zone periferiche, ma non solo – è caratterizzata da una forte compressione temporale e spaziale. Persone da aree geografiche diverse si trovano in situazioni di grande vicinanza le une alle altre. Attualmente nel  Pianeta sono circa 200 milioni i cittadini migranti: i costumi, i comportamenti, le abitudini, le situazioni economiche e sociali di ciascuno si trovano in situazioni di stretta vicinanza fra loro. E spesso il contrasto arriva a livelli insopportabili. Dunque siamo in piena emergenza. Lo ha ben compreso Papa Francesco (“non imprevisto, ma imprevedibile” per dirla con Vittorio Messori) che da vescovo ha percorso in lungo e in largo le periferie multiculturali argentine.  Ricevendo la delegazione di Pastori e laici che a Barcellona hanno preso parte al Congresso internazionale della pastorale delle grandi città, ha sollecitato la Chiesa ad un cambiamento di mentalità, ad uscire nelle strade e nelle piazze , “per incontrare Dio che abita nelle metropoli e tra i poveri”. Un dialogo senza relativismi, ha spiegato, è quello che “non negozia la propria identità cristiana, ma che vuole raggiungere il cuore dell’altro, degli altri diversi da noi, e lì seminare il Vangelo”. Quindi, senza rifiutare “l’apporto delle diverse scienze per conoscere il fenomeno urbano”, bisogna scoprire “il fondamento delle culture, nel profondo “assetate di Dio”, conoscendo “gli immaginari e le città invisibili, cioè i gruppi o i territori umani che si identificano nei loro simboli, linguaggi, riti e forme per raccontare la vita”.  Papa Bergoglio, indicando un modello di “Chiesa samaritana”,  chiede “una testimonianza di misericordia e di tenerezza” anche alle comunità ecclesiali italiane , che attraverso la Caritas e le sue strutture radicate sul territorio stanno comunque già sostenendo chi ha più bisogno. Un invito ad andare oltre: a  promuovere la cultura dell`incontro tra le diverse componenti sociali nelle parrocchie, nei circoli culturali e ricreativi, per vivere un cristianesimo non individualista o intimista.

Una spinta – le parole del Pontefice – a tuffarsi nelle “periferie violente”  sorte alla meglio dagli anni Sessanta in avanti, senza un piano regolatore intelligente e anticipatore di futuro sviluppo, sull`onda dell`abusivismo edilizio, con le case costruite grazie a immensi sacrifici delle famiglie per lo più venute da fuori, oppure con rioni di alloggi popolari e ultrapopolari, veri alveari umani, spesso accanto a residence privati e recintati. In questi quartieri, per lo più dormitori, la gente non si conosce, non socializza, non sente di appartenervi più di tanto. Nelle città divenute multietniche, creare una cultura dell`accoglienza e dell`integrazione, soprattutto quando si avvertono sempre più i morsi della grave crisi economica, è una sfida, che però va affrontata sapendo che è orientata al bene comune e non ammette speculazioni. La  politica, se vuole sopravvivere e riscattarsi dagli scandali trasversali che a getto continuo stanno emergendo, deve ripristinare un minimo di legalità e di coesione sociale; ristabilire almeno il rispetto reciproco. Deve impegnarsi – in un Parlamento sempre più rissoso e subalterno – perché il governo italiano e quello europeo mettano in campo azioni concrete che attenuino la sofferenza e generino opportunità per i giovani. Il rogo dell’odio va spento, prima che ci avveleni l’aria e bruci le nuove generazioni.