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Posted on 1giu, 2017

Memoria profonda e risveglio. Riflessioni su un libro di Antonella Lumini

 

A. Lumini 2.jpgdi Gianni Cioli • Antonella Lumini (Firenze 1952), autrice di opere a carattere filologico e di saggi sulla spiritualità, è laureata in filosofia ed è approdata allo studio della Bibbia e della spiritualità cristiana attraverso un percorso personale maturato nel silenzio. Il suo libro Memoria profonda e risveglio. Itinerari per una meditazione cristiana (Prefazione di M. Vannini, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2008), di cui il silenzio è per certi versi il fulcro, raccoglie e integra una serie di riflessioni proposte presso la parrocchia di Santa Lucia al Prato in Firenze negli anni 2006-2007, con l’intento offrire un «itinerario utile a tutti coloro che, in qualche modo, sentono un richiamo verso l’interiorità» (p. 15).

La proposta evocata dal titolo è affascinante: risvegliare la memoria profonda. «La realtà spirituale vive dentro di noi è il nostro tessuto primigenio che però abbiamo dimenticato. La vita corre su binari che si sono allontanati troppo dall’origine. Trovare il coraggio di tuffarsi in quell’acqua limpida che è la nostra memoria profonda. Riscoprirne piano piano il linguaggio con l’umiltà e l’abbandono di chi vuole imparare una lingua nuova. All’inizio non si comprende niente, ma immergendoci lentamente è la lingua stessa che comincia a parlarci, a istruirci, a creare connessioni» (p. 16).

L’itinerario parte dall’illustrazione dell’importanza del silenzio, della meraviglia, dell’abbandono e della sintonia con la bellezza, sottolineando la necessità di recuperare il senso della creaturalità nella percezione del proprio corpo: «Ricominciare dalla creatura che è in noi. Dal prendersi cura di quel frammento di creazione che ci è donato e del quale siamo responsabili. Lì c’è la base per ogni costruzione futura. (…) La tenerezza per il proprio corpo, per la propria creaturalità, apre alla misericordia divina, alla misericordia per ogni essere vivente» (p. 46). Passando per la considerazione della creazione come opera divina sempre in atto, l’autrice giunge a introdurre il discorso sulla preghiera interiore, tratteggiando prima i caratteri della preghiera dell’Antico Testamento e poi di quella cristiana: «La preghiera cristiana consiste in un atto di verità con se stessi. Chiede smascheramento, nudità, sofferenza. Una sofferenza creatrice, che sgorga dall’abbandono» (p. 74). Nella preghiera interiore «occorre stare lì fermi a farsi consumare e riplasmare. L’unica volontà è accettare una sosta in cui non volere più nulla. Stare lì in silenzio. Stare lì come ammutoliti. Lasciar fluire quel rumore che sale in superficie. Lasciare uscire il pianto, il grido racchiusi nel cuore. Insieme porsi in ascolto della parola che ci abita» (p. 76). Meditare, cioè «recitare, rimandare a memoria, assume un valore forte in se stesso in quanto opera distacco dai piani psichici, placando la mente» e, portando la concentrazione «su una frase, su una parola, aiuta a evitare la dispersione orientando tutte le energie verso un fulcro» (p. 78). Ogni forma di preghiera, tuttavia, «non è che un mezzo al quale non ci si deve attaccare, mezzo quindi che può assumere forme diverse nel tempo. Ognuno è chiamato a sperimentare, avendo però chiaro che la meta è l’abbandono, il cedimento della volontà, lo scioglimento della parte psichica dell’anima. La meta è il risveglio della memoria profonda, di quel luogo in cui l’anima conosce di appartenere allo spirito. Questo se accade, accade per grazia nel suo tempo, non per forzature operate dalla volontà» (p. 81-82).

Una riflessione specifica è dedicata ai temi del distacco e della contemplazione: «C’è bisogno di riscoprire la dimensione mistico-contemplativa della vita cristiana. Non è una dimensione eccezionale, straordinaria, ma presente in modo più o meno cosciente, in ogni uomo. Non richiede la negazione della vita concreta e materiale, bensì il distacco. Sguardo distaccato, non appropriativo» (pp. 98-99). Alla riflessione sulla contemplazione si coniugano quelle su sulla «vita dell’anima» e sullo «scioglimento della complessità psichica», riflessioni che si collegano a loro volta con quelle sull’«opera dello Spirito» e sulla salvezza come passaggio «dall’oscurità alla luce»: «la luce opera smascheramento delle tenebre che si annidano nella psiche, opera guarigione, salva. Più l’anima si abbervera di luce, più la complessità psichica dell’anima si scioglie e più la vita fisica si alleggerisce. Scorre la gioia, si rarefà la tristezza. L’angoscia dell’anima rinvia alla prigione dell’anima, al luogo angusto dove l’anima è chiusa. L’opera creatrice, fluendo nell’umanità, ne illumina la coscienza, lentamente si rivela. I vari stati della coscienza esprimono veri e propri salti di qualità nella conoscenza che l’uomo ha di se stesso rispetto al tutto» (pp. 166-167).

Risultano suggestive, in questo contesto, alcune considerazione dell’autrice sul significato della croce di Gesù: «l’umanità di Gesù rivela la potenza misericordiosa dell’amore liberando l’uomo dall’inganno di un Dio giudice che condanna. Il Dio giudice è proiezione del giudizio di condanna irrevocabile che l’uomo emette contro se stesso. Gesù, accogliendo il dolore che deriva dalla profonda frattura con l’ordine divino e che è all’origine di ogni azione di sopraffazione sulla creazione, libera dal male. Lascia che attraverso il suo corpo l’amore divino consumi il male, consumi quel territorio rinnegato e di cui l’uomo ha immensa paura rimanendone schiavo. Il tabù del male viene infranto: Ma io vi dico di non resistere al malvagio; anzi se uno ti percuote nella guancia destra, tu porgigli anche l’altra (Mt 5,39). (…) La croce smaschera la forza delle potenze negative che si nascondono nel cuore dell’uomo. L’innesto dell’uomo nella luce dell’amore divino opera questo smascheramento. La croce è scandalo perché diviene specchio di tutto il dolore rinnegato. Nel crocifisso l’uomo vede il proprio dolore, non può più nasconderlo, non può più continuare a ingannarsi» (pp.144-145).

Il libro, sebbene non privo di esempi pratici anche autobiografici su come porsi in atteggiamento orante, non vuole offrire uno specifico metodo per la preghiera. Come Antonella Lumini afferma nel prologo, intende invece dare «alcune tracce di un territorio sommerso, che ci appartiene, ma che allo stesso tempo ci sfugge», non proponendosi «tanto di interpretare e di capire, quanto invece di lasciare affiorare» (pp. 15-16).

Lo stile e il metodo risentono dell’oralità – si tratta in effetti di trascrizioni di discorsi registrati, sebbene integrate – ma le argomentazioni dell’autrice appaiono saldamente fondate sia nella sua cultura teologico-filosofica e filologica, che in un serio percorso di preghiera interiore personale che ella intende così condividere.

Antonella Lumini ama molto argomentare a partire dall’etimologia, ebraica, greca o latina, delle parole chiave, e utilizza volentieri concetti e testi della tradizione mistica: della mistica ebraica (Sefer Yezirah; Zohar) e di quella cristiana (Angelus Silesius e, soprattutto, Meister Eckhart e lo pseudo Eckhart). La sua scrittura è affascinante e spesso coinvolgente anche se, data l’ineffabilità delle tematiche affrontate, non sempre immediatamente trasparente.

Un pregio e, al tempo stesso, un limite del libro sta nella vastità delle questioni antropologiche, scritturistiche e teologiche che vengono toccate, spesso in maniera fuggevole, nel corso dell’argomentazione, stimolando certo la curiosità del lettore ed aiutandolo a intuire la portata delle problematiche in gioco, ma anche lasciando il discorso spesso semplicemente abbozzato. Ad esempio, temi teologici delicati come il peccato originale e la redenzione vengono, per così dire, sfiorati in maniera tanto affascinante quanto ardita, ma non approfonditi e senza rimandi, neppure in nota, a una letteratura di riferimento.

D’altra parte, il testo non ha la pretesa della trattazione sistematica, ma vuole semplicemente stimolare, anche affascinando e provocando com’è tipico del discorso orale, a riscoprire la preghiera interiore come esercizio concretamente accessibile ai cristiani.

Il tratto che più caratterizza le pagine della Lumini, come sottolinea Marco Vannini nella prefazione, è l’autenticità: autenticità «non solo della riflessione, ma di tutta la vita dell’autrice (…), una donna di oggi che, in mezzo al mondo come tutti noi, ha percorso e percorre da molti anni un cammino di ricerca verso la verità» (p. 7). È perciò soprattutto un invito all’autenticità che ci viene rivolto, invito di cui non possiamo che essere profondamente grati.