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Posted on 1mag, 2015

Troppe tasse e poco lavoro. Expo e Giubileo salveranno l’Italia?

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download (1)di Antonio Lovascio Maggio è il mese mariano, ma è anche il momento in cui gli italiani, imbronciati, fanno i conti con il Fisco. Non tutti per la verità compiono il loro dovere, se è vero – com’è vero – che ogni anno vengono evasi 120 miliardi, una somma che – incassata – azzererebbe in pochi anni il debito dello Stato, monitorato con severità dall’Europa. Ormai un terzo dei salari viene “mangiato” dalle tasse. Il prelievo è sempre più pesante. Secondo un rapporto Ocse, il cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti è ormai alle soglie del 50%. Nel 2014 la differenza tra il costo totale del lavoro e il salario netto in busta paga per un single con una retribuzione media ha infatti raggiunto il 48,2%, in incremento di 0,4 punti rispetto al 2013. Il dato supera di oltre 12 punti la media mondiale che è del 36% (+0,1 punti sull’anno precedente) e l’aumento deriva dalle imposte sul reddito, mentre non emergono variazioni nell’incidenza dei contributi sociali.

Conserviamo così il sesto posto tra i 34 Paesi sviluppati per il prelievo complessivo sui salari. Saldamente in vetta resta il Belgio con il 55,6%, seguito da Austria (49,4%), Germania (49,3%), Ungheria (49) e Francia (48,4%). Alle spalle dell’Italia c’è, nettamente staccata, la Finlandia con il 43,9%. Gli Usa sono al 31,5% e la Svizzera al 22,2%. Il fisco più amichevole è quello cileno, che si accontenta di un prelievo del 7%. Non solo, in Italia la tassazione complessiva è diventata più pesante anche per le famiglie monoreddito con due figli, con un cuneo del 39%, in aumento di 0,5 punti sul 2013. Un dato che ci assegna il quarto posto nell’area Ocse per la voracità nei confronti dei nuclei familiari. Prima in questa categoria è la Grecia con il 43,4%, ma con un calo di 1,1 punti sul 2013, seguita dal Belgio con il 40,6% e della Francia con il 40,5%. Il Paese fiscalmente più favorevole per le famiglie è la Nuova Zelanda con un cuneo del 3,8%. Bene anche la Svizzera con il 9,8% e l’Irlanda con il 9,9%.

Secondo lo stesso Rapporto la retribuzione lorda per un lavoratore medio in Italia è di 30.463 euro, con un aumento dell’1,4%, che deve poi fare i conti con lo 0,1% di inflazione e con un aumento del tasso medio di imposta personale dello 0,5%, il quarto più alto dell’area Ocse. La Francia è a 37.400 euro (+1,7%), la Germania si attesta a 46mila (+2,8%). Anche in Irlanda i salari lordi sono superiori a quelli italiani (34.500, +4%). Dietro di noi invece ci sono Spagna (26.200, +0,5%), Portogallo (17.400 euro, -1,2%) e Grecia (20.200, -2,9%): forse c’è un perché se noi mediterranei stentiamo ad uscire dalla recessione!

Non solo Renzi e la sua turbolenta maggioranza, ma tutte le forze politiche non fanno che parlare di equità fiscale, di lotta all’evasione. Ma poi, all’atto pratico, non sanno indicare soluzioni concrete. Siamo fermi al palo, come del resto non si è vinta la scommessa sulla crescita, pur in presenza di condizioni favorevoli come il basso prezzo del petrolio e le iniezioni di credito a banche ed imprese da parte della Bce. L’introduzione del Jobs Act non ha finora avuto gli effetti sperati (nonostante i 92 mila posti fissi in più registrati a marzo) e le speranze dei giovani sono ora tutte aggrappate all’ultima spiaggia. Forse è troppo pretendere dall’Expo e dal Giubileo – muoveranno milioni di turisti-visitatori e fedeli – il miracolo della moltiplicazione delle assunzioni! Ci fregheremmo però le mani se almeno segnassero quell’inversione di rotta sul lavoro (in termini di disoccupati) ripetutamente raccomandata dal presidente Mattarella!

La riforma dell’Irpef, per attenuare il peso dell’imposta sui redditi più bassi, appare sempre più urgente, ma allo stesso tempo gli esperti la vedono impossibile. Le ragioni non sono tecniche ma politiche. Il governo ha infatti dato l’impressione di accontentarsi di un paio di mosse, bollate però dalle opposizioni come propagandistiche: gli 80 euro in busta paga e la dichiarazione dei redditi precompilata, che però si sta rivelando un mezzo flop.

Come sostiene su “Il Sole-24 Ore” Enrico De Mita (professore emerito di diritto tributario alla “Cattolica”, fratello del Ciriaco di Nusco) la riduzione delle imposte ricorda tanto il gioco delle tre tavolette: si prospetta un aumento dell’Iva, poi si dichiara che si rinuncia a quell’aumento e così si attenua psicologicamente il carico fiscale. Ma operando in questo modo, si tradisce la giustizia sociale, spesso invocata da Papa Francesco, che non perde occasione per invitare chi governa a rimettere al centro del sistema economico l’uomo e la famiglia. Eppure il premier Renzi si era limpidamente impegnato un anno fa (lo ha ricordato Francesco Riccardi su “Avvenire” del 24 aprile) ad attuare una proposta proveniente dal mondo cattolico: ovvero creare, come avviene per le imprese, una specie di “no tax area” a misura di famiglia, crescente in funzione dei numero di membri del nucleo, e soprattutto dei figli. Un modello semplice: garantirebbe l’equità del prelievo e proteggerebbe le famiglie numerose (articolo 31 della Costituzione), che nel nostro Paese sono sempre più sotto la soglia di povertà.

Difficilmente questa riforma di equità fiscale troverà applicazione nella fase di attuazione della legge delega, che esclude modifiche all’Irpef. Qualcosa, tra le mille promesse, si può comunque fare subito. Ad esempio redigere un dettagliato rapporto annuale sull’evasione fiscale e contributiva; istituire una seconda commissione per “fotografare” annualmente le spese fiscali, coinvolgendo come già previsto le associazioni familiari. Finora però, come tante altre idee e progetti del Governo e di questo Parlamento rissoso, sono rimaste disegnate solo sulla carta. C’è un’altra norma in vigore da quasi vent’anni, manifestamente e scandalosamente iniqua: per essere considerato a carico, un familiare non deve possedere redditi superiori a 2.840 euro all’anno. Una somma ridicola. L’Istat indica come soglia di sussistenza i 7.000 euro: questo potrebbe essere il nuovo tetto. E’ chiedere troppo ?