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Posted on 1mar, 2016

Quando la sofferenza porta a una nuova vita

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croce_952355di Antonio Lovascio • La vita è un avventura meravigliosa; non rinunciamo al nostro destino di libertà e felicità! L’esortazione all’uomo che soffre trasmessa dal Vangelo apocrifo di Tommaso, è stata attualizzata con forza da due Papi che hanno lasciato il segno nel nostro tempo: San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Entrambi hanno indicato quale sia l’ancora della salvezza. Il primo ci ha più volte ricordato che p
roprio il cammino ed il dolore della Croce di Cristo, attraverso il quale si è compiuta la redenzione dell’uomo, è anche simbolo di Speranza. Chi soffre, accogliendo e vivendo questa Speranza, potrà scoprire il senso ultimo della sua condizione. Ratzinger, con la lucidità del grande teologo, ha descritto questa esigenza addirittura in un’enciclica, la “Spe Salvi “ (nn. 31, 36),. <…E’ evidente che l’uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre la sua vita e la sua realtà umana. E’ altrettanto evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere da solo. (…) Questa grande speranza può essere soltanto Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, con le nostre sole forze umane, non possiamo raggiungere…>.

Dunque il dolore e la sofferenza, non sono fini a loro stessi, ma possono divenire un “percorso” cui è chiamata ogni creatura per realizzarsi pienamente come persona, per ritrovare – se ha sbagliato – una perfezione nuova. La cronaca più recente ci ha offerto tanti spunti di riflessione, diverse immagini di “conversione”. Ai toscani è nota la storia dei detenuti di Sollicciano che hanno costruito l’altare per la Messa di Papa Francesco allo stadio “Franchi”, dopo lo scambio di lettere avvenuto tramite il cappellano don Vincenzo Russo. Incisivo l’incoraggiamento di Bergoglio: <Tutti noi facciamo sbagli nella vita e tutti noi siamo peccatori. Guardate al futuro con fiducia!>.

Segnali di speranza ci giungono anche dal penitenziario di Opera, la più grande delle case di detenzione in Italia, quella con il maggior numero di reclusi sottoposti al regime di “carcere duro”. Da qui è passato il “boss dei boss” di Cosa Nostra Totò Riina, qui sta scontando la sua pena Bernardo Provenzano, detto “il trattore” per la violenza con cui falciava le vite dei suoi nemici. Nell’Istituto di detenzione e rieducazione milanese ci sono però anche Ciro, Giuseppe e Cristiano, i primi due condannati all’ergastolo, il terzo a 23 anni. Per loro si è riaccesa la luce. Su ispirazione del Concilio Vaticano II (che pone l’eucaristia come “fonte e apice di tutta la vita cristiana”) proprio nell’anno del Giubileo dedicato alla Misericordia è nato il progetto “Il senso del pane”, per iniziativa della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, che già ne segue altri come l’ “Orchestra dei Popoli Vittorio Baldoni” e il “Laboratorio di liuteria”. Ora all’interno del carcere si producono anche ostie: le creano – con le loro mani una volta imbrattate di sangue – proprio i tre autori di brutali omicidi, ora pare sinceramente avviati in un percorso di consapevolezza e di ripensamento esistenziale, con l’aiuto e il sostegno dei cappellani.

Le prime particole sono state inviate al Papa per la messa in piazza San Pietro in occasione della Giornata mondiale del Migrante. Altre migliaia di ostie stanno raggiungendo città di tutto il mondo, conventi e parrocchie italiane; non vendute, ma donate in cambio di un’offerta libera per dare dignità al lavoro svolto. Sono un messaggio di trasformazione. Anche San Paolo uccideva prima di scrivere le “Lettere”. E’ il mistero del perdono che può raggiungere ogni uomo. Lo sottolinea con orgoglio Arnoldo Mosca Mondadori, fondatore della Onlus che ha lanciato la prova del riscatto: < Questi detenuti hanno preso coscienza del dolore che hanno causato. Sono persone completamente diverse da quando sono entrati nel penitenziario, lavorano e sono impegnati in qualcosa che ha ripercussioni positive sull’esterno. La sfida è arrivare alle coscienze, non a un cattolicesimo a volte finto. Cristo è sulla terra per ogni uomo>.

Un altro segno di speranza nell’anno giubilare della Misericordia? E’ Il “Viaggio della Croce di Lampedusa”, un’iniziativa culturale e spirituale che ha visto il suo inizio ufficiale a Roma, in piazza San Pietro, mercoledì 9 aprile 2014, alla presenza di Papa Francesco. “Portatela ovunque” sono state le parole pronunciate da Bergoglio nel momento in cui, commosso, ha benedetto il Crocifisso, dopo aver incontrato privatamente il fondatore e il presidente di Casa dello Spirito e delle Arti (Arnoldo Mosca Mondadori ed Emanuele Vai). Da qui l’idea di dare questo nome ad una sorta di pellegrinaggio. Quindi ha preso concretamente avvio il progetto che prevede un itinerario della Croce (realizzata con il legno dei barconi di Lampedusa provenienti dalle coste libiche, alta 2.80 metri e larga 1.50 metri, del peso di 60 kg) lungo la Penisola al fine di portare, con la sua presenza, testimonianza e armonia tra le città, le parrocchie, le fedi, le culture. Una specie di “staffetta spirituale” – che richiama solo visivamente il ripetersi ogni quattro anni del rito laico della “torcia olimpica” – tra una comunità e l’altra, incarnata dall’incontro tra la delegazione che consegna e quella che riceve il simbolo  della salvezza portata dalla passione e dalla morte di Cristo.

La Croce ha già trovato il suo posto fisico a Milano, nella sede della Fondazione in via Calatafimi 10. Ma tuttavia è destinata a restare in perenne movimento in Italia e all’estero, simbolo di preghiera e di meditazione per tutti quanti sono stati e sono tuttora toccati dal dramma di Lampedusa, traccia permanente di una memoria che non deve né può svanire. Anche se l’approdo ininterrotto e disperato, nell’isola siciliana, di migliaia di migranti in fuga dalle guerre accende ogni giorno un barlume di speranza nella possibilità di una vita nuova. Migliore.