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Posted on 1set, 2015

L’avarizia e la paura della morte

 

provost_jan_502_death_and_the_miserdi Gianni Cioli • Nella Sacra Scrittura, l’avarizia, cioè l’attaccamento alla ricchezza è considerato un male per due ragioni fondamentali: una che potremmo definire sapienziale perché la troviamo soprattutto, ma non esclusivamente, nei libri sapienziali, e una che può essere detta profetica perché tipica, ma non esclusiva del messaggio dei profeti. Per la riflessione sapienziale la ricchezza è pericolosa perché può distogliere da Dio e trasformarsi in un idolo (cf. Pr 30,8-9). Per la predicazione profetica il possesso dei beni è invece sempre condizionato dall’attenzione al prossimo, soprattutto il più bisognoso (l’orfano, la vedova, lo straniero: cf. Am 2,6-7; Is 1, 13-17).

Il Nuovo testamento in genere e i vangeli in particolare portano a unità e compimento questo duplice messaggio. La vera unica ricchezza del cristiano, infatti, è il Signore. Lui solo ci libera dal male e dalla morte. Cercare la sicurezza nell’accumulo dei beni materiali è un’illusione disperata e folle. Donando generosamente ai poveri, dimostriamo di amare il Signore, ci prepariamo un tesoro in cielo e orientiamo il nostro cuore ad accogliere la vittoria sulla morte che soltanto il Signore può donarci.

Il teologo Enrico Chiavacci ha felicemente proposto di sintetizzare la morale evangelica sull’uso dei beni in due precetti fondamentali, fortemente in contrasto con la mentalità corrente: “Non cercare di arricchirti” e “Se hai, hai per dare” (cf. E. Chiavacci, Teologia morale 3/2, Assisi 1990, pp. 214-250).

Al giovane ricco è richiesto di vendere i beni e darli ai poveri non come condizione di una perfezione etica, ma per essere libero di seguire Gesù. Egli però se ne va via triste perché non riesce a distaccarsi da quello che possiede (cf Mc 10,17-27). Zaccheo, ricco e ladro, accoglie Gesù e, pieno di gioia, si scopre libero di dare la metà dei suoi beni ai poveri e di restituire quattro volte tanto a chi aveva frodato (Lc 19,1-10).

L’avarizia, l’attaccamento ai beni, come tutte le dipendenze, è effetto e causa della tristezza. La libertà di donare è invece effetto e causa della gioia. L’avaro è una persona sola perché è impedito nell’amare da ciò che ha. Il Signore ci guarisce dalla solitudine rendendoci liberi di amare e quindi di donare con gioia.

Moderni studi di psicologia (E. Becker, Escape from Evil, New York-London-Toronto-Sidney-Singapore 1975, p. 65; B. Kiely, Psicologia e teologia morale. Linee di convergenza, Casale Monferrato 1982, pp. 225-237) contribuiscono a farci comprendere le ragioni dell’attaccamento eccessivo e irrazionale alle ricchezze: nell’accumulo di beni si cerca spesso inconsapevolmente una fuga dall’incombente paura della morte. I beni danno un’illusoria sensazione di poter controllare gli eventi e di sottrarsi all’ineluttabilità della morte. Ma l’attaccamento irrazionale e aggressivo a questo “simbolo dell’immortalità” che sono i beni, provoca, alla fine, solo disagio e paura della vita. Tutto ciò sta alla radice del “male sociale” che potrebbe essere evitato collaborando con ragionevolezza e onestà alla costruzione del bene comune. “Il peccatore non sa amare perché non sa morire” (K. Demmer, “Theologia peccati antropologice mediata”, in Periodica de re morali, canonica, liturgica, 64 [1975], p. 91). Maturando nella fede la consapevolezza che il Signore è veramente risorto e ha vinto la morte si diventa capaci di morire, quindi di amare, e quindi di vivere.

La fuga disperata dalla paura della morte nella ricerca dei beni materiali può concretizzarsi anche nel vizio opposto e speculare all’avarizia: la prodigalità che consiste nello sperperare i soldi per acquistare gratificazioni: status simbols, visibilità, piacere o comunque sensazioni nuove. Tutte varianti del “simbolo dell’immortalità”.

Avarizia e prodigalità, secondo la teologia medievale (cf. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae II-II, qq. 117-119) si oppongono entrambe alla virtù della liberalità, che è parte della giustizia che consiste nella disposizione a dare generosamente i propri beni a chi è nel bisogno e per le necessità sociali. La virtù, infatti, è di norma l’atteggiamento giusto – il giusto mezzo – fra due vizi contrari, per eccesso e per difetto.

Il discorso sull’avarizia e i vizi collegati non può rimanere circoscritto alla gestione del denaro e dei beni materiali. “Il Signore ci ha dato la vita, e un tempo per vivere che solo lui conosce. Questo tempo che ci è donato non è nostro: è per il Regno e dunque per gli altri” che “hanno sempre bisogno di noi e del nostro tempo: non fosse altro che per essere ascoltati, per sentirsi amati. (…) Il nostro tempo è contato: non possiamo sprecarlo, ne spenderlo per avere di più quando abbiamo già abbastanza. E lo stesso si deve fare per l’applicazione delle nostre capacità fisiche e culturali: esse non devono servire solo, e neppure primariamente, a guadagnare. Devono servire a fratelli che ne hanno bisogno” (Chiavacci, Teologia morale 3/2, 249-250).