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Posted on 1ott, 2015

La “buona scuola“ e l’umanesimo incompiuto o negato

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scuola21di Antonio Lovascio Non sappiamo quanto il mondo della scuola stia seguendo la grande e corale riflessione sul “Nuovo Umanesimo”, tema del Convegno nazionale CEI del prossimo novembre. Eppure è stato chiamato ripetutamente in causa nel confronto che è in corso tra cattolici e laici sull’uomo di oggi: l’uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che si fa soltanto centro di ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione di ogni realtà. Come aveva intuito Paolo VI e come successivamente più volte hanno messo in guardia – prima di Papa Francesco – Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e , nel 1986, il poeta Mario Luzi in una memorabile meditazione fiorentina. L’urgenza di una missione educativa più incisiva viene evocata ripetutamente. Perché c’è bisogno di maggiore competenza e professionalità e meno pressappochismo. ” Occorre distruggere la voglia di percorrere scorciatoie, essendo in questo l’Italia ancora da premio Oscar”, come ha sottolineato nei giorni scorsi monsignor Nunzio Galantino.

La scuola, come la Chiesa, è stata sollecitata a dare risposte, e in particolare ad offrire il suo contributo per invertire la rotta di marcia di tanti “umanesimi negati” (come sono oggi il lavoro, la casa, il rifiuto dell’accoglienza a chi fugge dalle guerre) oppure di un “umanesimo incompiuto” , che nel Novecento ha fatto emergere simboli brutali come i campi di concentramento, i lager ed i gulag; negando il principio universale che l’uomo costituisce in sé un valore; un’idea che è propria della civiltà europea, e non è condivisa da tutte le culture.

Serve un nuovo umanesimo perché quello storico (nato a Firenze mettendo insieme il retaggio classico, greco-romano, con il cristianesimo) è stato contaminato nelle epoche successive, con una concezione autonomista dell’uomo che è diventata semplice umanitarismo, oppure nel secolo scorso ha prodotto gli orrori che abbiamo appena ricordato. Oggi pone sempre più l’accento sui diritti personali , e non sa più indicare le pratiche per una vita buona. Così – come va ripetendo nelle sue conferenze in giro per l’Italia il vice presidente della Cei monsignor Franco Giulio Brambilla – “l’individuo è un re nudo, un sovrano senza regno: il nuovo umanesimo deve invece ribadire che l’uomo è creato per il dialogo”. Ma per apprestarsi ad un quotidiano confronto deve essere culturalmente preparato, deve avere adeguate conoscenze umanistiche e non solo una preparazione scientifica.

La Riforma di Renzi e del ministro Giannini è in grado di darle? Solo il tempo potrà dirlo, ma intanto tra Presidi e insegnanti – superata la brutta fase della conflittualità e del precariato – deve essere ripensata una nuova “mission”. In un contesto sociale dove la globalizzazione tende ad inghiottire tutte le differenze, suscitando per reazione la violenza cieca dei fondamentalismi, la scuola con la famiglia è il luogo strategico per la formazione delle giovani generazioni; in essa prendono forma elementi fondamentali della vita delle persone, che contribuiscono a plasmare la stessa vita sociale. La “Buona scuola” deve in primo luogo tornare ad essere spazio di crescita nella conoscenza, sviluppando progressivamente un’apertura al reale, nella varietà delle sue dimensioni. Sono infatti le aule il primo ambito in cui impariamo a conoscere tante realtà, che vanno aldilà della nostra esperienza quotidiana, avviando un percorso che ci condurrà via via ad incontrare forme di pensiero sempre più articolate. È nella scuola che impariamo a cogliere la ricchezza culturale sviluppata dall’umanità, le tante testimonianze della nostra singolare creatività. È nella scuola che impariamo ad esprimerci, diventando noi stessi – in misura diversa – creativi produttori di cultura. Se vuole conservare il suo ruolo formativo e contribuire a superare ” la condizione perversa”, in cui “annegano le differenze e la personalità si frammenta nel gioco incessante delle esperienze” – sono recenti “richiami” della CEI – “bisogna che la scuola riscopra la sua funzione educativa e bisogna che la proposta, da chiunque venga, abbia una sua identità precisa”. Dal punto di vista pedagogico “è indispensabile che allo studente venga offerta una proposta da assumere come punto di riferimento e che, contestualmente, gli vengano offerti gli strumenti critici per testarne la validità”.

Perché tutto ciò diventi storia quotidiana, che contribuisce alla crescita dell’umano, è necessario che la ricchezza di contenuti che caratterizza ogni insegnamento venga presentata con padronanza, in tutta la sua specificità, per essere accolta come espressione di uno sguardo significativo sull’uomo e sul mondo. Ogni scuola deve quindi essere protagonista nella costruzione del “Nuovo Umanesimo”. E per farlo deve operare in modo efficace e sinergico con le famiglie che le affidano i figli, vivendo come una comunità formata da molteplici figure.

Politici, presidi, insegnanti e genitori forse dovrebbero andare a rileggere la magistrale allocuzione con cui Papa Montini chiuse il Concilio Vaticano II, quando – rivolgendosi agli “umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme” – chiedeva di riconoscere “il nostro nuovo umanesimo: anche noi, più di tutti, siamo i cultori dell’uomo”. Di fronte alla pretesa fallimentare di fare i conti col significato della propria vita con la sola ragione, la Chiesa ripropone la fede in Gesù di Nazareth. Nella certezza che come aveva ricordato il Concilio: «Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo». O per dirla con le parole di Luzi: «Dove non può giungere l’umanesimo può giungere l’amore nella sua specie più alta e gratuita di carità, che forse dell’umanesimo è la cima svettante».