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Posted on 1set, 2016

Le due Italie e lo tsunami della Scuola

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cover-collage-2008di Antonio Lovascio • Scuola ancora e sempre nel caos. Il primo suono della campanella non porta serenità nelle aule. E’ la solita partenza piena di incertezze. C’è il valzer dei presidi e con metà dei prof. bocciati al Concorsone o alla cosiddetta “chiamata diretta”, si rischia di avere 23 mila cattedre “vuote”, senza vincitori, coperte con supplenti o attingendo dalle graduatorie ad esaurimento. E’ il frutto di un’estate turbolenta, con i sindacati sulle barricate. Hanno addirittura denunciato “deportazioni” di massa dal Sud al Nord (ma anche dall’Arno e dal Tevere al Tagliamento o al Po), scaturite da un piano di mobilità generale che ha coinvolto duecentomila insegnanti, con la grande novità di 32 mila immissioni in ruolo. Sul banco degli imputati gli errori del famoso algoritmo (meccanismo matematico con cui si assegnano le sedi di servizio, tenendo conto di punteggi per requisiti personali e professionali), ma soprattutto un problema di fondo (il calo delle nascite), che, in assenza di una programmazione preventiva, resterà a lungo insoluto. Come ha ben spiegato un aggiornatissimo e prezioso dossier di “Tuttoscuola”, due dati bastano a inquadrare la realtà del primo ciclo di istruzione: solo il 37% degli studenti italiani risiede al Sud, Isole incluse (18 anni fa era il 47%); mentre ben il 78% dei docenti coinvolti in questa tornata di trasferimenti è nato nel Meridione.

Altri numeri sono ancor più eloquenti: otto docenti su dieci sono del Mezzogiorno, però lì ci sono solo un terzo delle sedi disponibili. Sta tutto qui lo sbilancio della scuola italiana. Simile a una grande nave con un carico molto più pesante a prua (il Nord del Paese, con un numero di studenti in aumento), che fa scivolare gradualmente proprio verso il fronte una quota crescente del personale, collocato in misura preponderante a poppa. E’ infatti al Sud, sempre più …lontano dall’Italia, che per motivi sociali il pubblico impiego in generale e l’insegnamento in particolare rappresentano l’attrazione prioritaria delle donne. Invece i giovani delle altre aree territoriali del Paese sono più stimolati a scommettere per il loro futuro sulle professioni tradizionali e nuove, grazie forse a più favorevoli offerte di lavoro locali.

La rivista diretta da Giovanni Vinciguerra dimostra, con alcune eloquenti tabelle, perché i 14 mila e 200 posti disponibili sono ampiamente insufficienti ad accogliere migliaia di docenti meridionali (costretti, quindi, ad emigrare con gravi disagi personali e familiari) quando in tutte le regioni del Centro-Nord avviene esattamente il contrario: più posti da coprire che docenti da assegnare. In Lombardia, ad esempio, prima che fosse avviata la mobilità, erano disponibili 6.211 sedi ed erano presenti (nati e forse anche residenti) 1.633 docenti, con una eccedenza virtuale di oltre 4.500 posti. Nel Lazio ne erano accessibili 5.872 ed erano presenti (nati e forse anche residenti) 1.843 docenti laziali, con un esubero virtuale di oltre 4.000 cattedre. In Emilia 3.366 posti per 696 docenti nati nel territorio regionale (e quasi 2.700 posti scoperti); nel Veneto 1.800 posti liberi, in Toscana 1.900, in Piemonte quasi 1.200, e così via.
Ma esiste una soluzione ? Forse l’unica via percorribile – considerata la persistenza al Sud di dispersione e gli scadenti risultati nei test selettivi Invalsi e Pisa – è quella che “Tuttoscuola” ha suggerito al governo nel settembre 2013: tenere aperte le scuole (non solo d’estate o occasionalmente), incentivare il tempo pieno in quelle regioni, intervenire con piani integrati straordinari nelle aree a rischio. Vale a dire, nessuna forma di assistenzialismo, ma investimenti in maggiori servizi, da valutare scrupolosamente e con il pieno coinvolgimento dei docenti e delle famiglie in modo da misurarne il tasso di ritorno. Questa “scommessa” potrebbe portare nel giro di un paio d’anni alla redistribuzione di buona parte delle cattedre ora assegnate “fuori sede”. Occorre che il premier Renzi e la ministra Giannini decidano di investire nella scuola da Napoli a Palermo anche in termini di formazione ad hoc degli insegnanti da utilizzare nei piani straordinari anti-dispersione e nelle altre iniziative allo studio. Senza farsi troppo sviare dalle statistiche, che anche quest’anno segnalano un “boom” di “100 e lode” alla Maturità proprio alla Puglia (934), alla Campania(713) ed alla Sicilia 500), le più beneficiate dal premio di 450 euro toccato ai 5.133 “genietti” di tutta Italia. Voti record. Sono il triplo o il doppio di quelli registrati in Emilia Romagna (328), Lombardia (300),
Veneto (276), Piemonte (225) e in Toscana (222). In barba alle graduatorie Ocse (ogni tre anni valuta le capacità di 510.000 studenti quindicenni di 65 Paesi) che anche qui mostrano uno Stivale spezzato in due. Stando agli ultimi dati, gli italiani infatti sono ancora una volta indietro, anche se hanno rivelato i più importanti progressi nelle materie scientifiche, rispetto a quelle classiche. E proprio gli allievi meridionali arrancano in fondo alla classifica delle competenze in matematica e italiano, vicini per gli apprendimenti a quelli della Turchia.

Il divario Nord-Sud non ci sorprende. Certificato com’è dal gap di finanziamenti che lo Stato riserva alle regioni, abbandonando di fatto quelle meridionali. La politica scolastica contribuisce – eccome! – a far lievitare le diseguaglianze tra generazioni. Lo sosteneva già Alfred Marshall nel 1890. Ma oggi le ricerche dimostrano come l’investimento nel capitale umano, a partire dall’infanzia, assicuri un elevato rendimento sociale e sia fondamentale per lo sviluppo economico. L’Italia è un Paese economicamente diviso. Il nostro futuro dipende, in larga misura, dal luogo in cui veniamo alla luce. Nascere in Piemonte o in Sicilia, a Firenze, Bologna o in un villaggio dell’Aspromonte non è la stessa cosa. I contesti sono radicalmente diversi e, dunque, diverse le opportunità offerte . Per questo in un Paese diseguale le risorse destinate all’istruzione o alle competenze sono importanti, fanno la differenza. Perché riducono le disparità, creando più vantaggi e maggiore equità.