Clericofascismo. Tra questi lumi di luna, ed anche tra ad uscio e bottega

umanesimo-integraledi Carlo Nardi • Tra i neologismi della Treccani (2008 in rete) appare il “clericofascismo” come “posizione che riassume orientamenti ideologici di impronta clericale e fascista”. La parola parrebbe introdotta dalla sinistra non ancora spennacchiata. Ora, il “succo di tutta la storia”, per dirla col Manzoni, mi par di trovarlo di già dell’Humanisme intégral del filosofo Jacques Maritain, libro già abbozzato nell’agosto del 1934 in Spagna e pubblicato in Francia il 25 aprile 1936. Dopo guerra, in italiano, fu “finito di stampare” “Roma” “per conto della Editrice Studium, Lungotevere Vaticano 1, il 20 luglio 1946”, come Umanesimo integrale, J. Maritain, che apriva la collana Cultura.

Ne leggo alcuni passi. Intanto una costatazione: “Le diverse specie di ‘fascismo’ […] non possono nutrire il loro dinamismo morale e passionale che con la visione storica retrospettiva di alcune forme ideali del passato (l’Impero romano dei Cesari per il fascismo italiano, il mondo mitico del germanesimo primitivo per il nazionalsocialismo tedesco, il Sacro Impero per i fascismi di tipo cattolico” (p. 216). Poi, Maritain parla di “fascismo cattolico”, che direi “clericofascismo”, stile Salazar in Portogallo, che mi fa pensare romanzo Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi (1994), con relativo film, regia di Roberto Faenza (1995) e un delizioso Marcello Mastroianni. E il filosofo Maritain sembra toccare e sbugiardare cose di questi giorni. Diceva: “l’ateismo dichiarato non è l’unica forma di resistenza ai voleri divini, di ‘empietà’ di negazione pratica di Dio nel senso antico della parola, né l’unica forma di negazione pratica di Dio. C’è un ateismo che dichiara che Dio non esiste e che fa d’un idolo il suo Dio; e c’è un ateismo che dichiara che Dio esiste, ma che fa di Dio stesso un idolo, perché nega coi suoi atti, se non colle parole, la natura e gli attributi di Dio, e la sua gloria; invoca Dio, ma come un genio protettore addetto alla gloria di un popolo o d’uno Stato contro tutti gli altri, o come un demone della razza” (p. 219).maritain-672x372 (1)

E in Italia? L’Editrice Studium stampava già dal 1927 ed essa fa subito pensare a Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI, al quale era carissima quell’Editrice. Ora il giovane Montini, nato a Concesio (Brescia 1897), aveva da padre spirituale, nonché amico, l’oratoriano padre Giulio Bevilacqua della cosiddetta Chiesa della Pace in Brescia. Dello stesso Oratorio era il giovane Antonio Cistellini, anche lui di Brescia (n. 1905), che però fin dal 1955 abitò ed operò nell’Oratorio di Firenze. Lo ebbi professore di storia ecclesiastica moderna in seminario al Cestello. Doveva essere il 1977. Ci parlò di padre Bevilacqua e di se medesimo: erano in treno ed era freddo, molto freddo, quell’undici febbraio 1929. Fu una gran gelata anche a Firenze, mi raccontava il nonno. Suonarono a festa le campane. Il padre Giulio, con un sospiro, si espresse: “La questione romana è risolta. Diciamo il Te Deum”. E mi par di sentirlo, il padre Cistellini: “Dicemmo un Te Deum che era un De profundis”.




La grande scommessa: cambiare e tenere unita l’Europa

61Q4TflBMAL._SX466_di Antonio Lovascio • Poteva andare anche peggio nel voto per l’Europa. Ma le urne hanno ugualmente partorito un paradosso. Merkel e Macron crollano, ma continueranno a comandare. I Verdi e i populisti crescono, ma non conteranno più di tanto, anche se daranno vita ad un’agguerrita opposizione. Ognuno è convinto di aver vinto, ma è un’Europa chiusa a tripla mandata, e vecchia. Certo si faticherà a trovare i giusti equilibri per una nuova maggioranza nel Parlamento di Strasburgo ed a formare un nuovo governo a Bruxelles: il Ppe, lo schieramento che ha conservato il maggior numero di seggi, sta già cercando un’intesa con il Pse (seconda forza) e i liberali dell’Alde, mentre i Verdi sono al momento una grande incognita. C’è da procedere al rinnovo degli incarichi più importanti della Commissione Europea, l’organo esecutivo dell’Unione. Il più rilevante è quello del presidente, attualmente ricoperto dal contestatissimo lussemburghese Jean-Claude Juncker, il cui mandato scadrà il primo novembre, quando anche Mario Draghi lascerà la presidenza della Bce. Ancora una volta Germania e Francia, i due paesi più popolosi dell’Unione, hanno posizioni diverse. Nel primo incontro postelettorale con gli altri Capi di Stato e di Governo europei, la cancelliera Merkel ha detto che affiderebbe il ruolo di comando al tedesco quarantaseienne Manfred Weber, personaggio emergente del suo partito che ha preso più voti. Il presidente francese Emmanuel Macron non ha espresso una preferenza precisa, ma ha citato tre possibili candidati (ovviamente nessuno dei tre era Weber) non in base al principio del peso elettorale ma del profilo «più carismatico, creativo e competente possibile». Si prevedono,dunque, tempi lunghi per raggiungere un’intesa.

Allora c’’è ancora il tempo per riflettere sui risultati. L’avanzata dei “populisti” è certo una minaccia per la UE. Stavolta non è stata vincente, però questo non deve indurre a un atteggiamento – che sarebbe sbagliato – di scampato pericolo, per tornare così a una gestione della 2normale amministrazione”. Altrimenti, la prossima volta prenderanno la maggioranza in Europa. Questo voto chiama in realtà proprio gli europeisti più convinti a un esame di coscienza. È purtroppo visibile che l’Europa, così com’è strutturata, non agisce come dovrebbe. E non è solo una questione di assetto delle istituzioni e di poteri. Occorre anche che chi crede nell’Europa sia disposto a pagare dei prezzi per costruirla. È necessario un movimento che parta dal basso, dai cittadini, per impedire a chi governa i singoli Paesi di contrastare la costruzione dell’Europa al fine di mantenere più spazi di potere per se stessi.

Come va ‘vissuta’ allora l’Unione Europea? Qualche saggio consiglio l’ha dato, in un’intervista ad “Avvenire”, il prof. Mario Monti, l’economista già premier negli anni più duri della recessione (quanti sacrifici “virtuosi” ha imposto agli italiani !) e ancor prima apprezzato Commissario europeo alla Concorrenza. Se vogliamo ragionare in termini di “sovranismo”’ – ha sottolineato – questa può essere vista come una nuova tappa. Un “sovranismo” non proteso alla conservazione in ambito nazionale di quella che in molti campi è ormai una parvenza di autodeterminazione, inefficace davanti ai giganti mondiali, ma declinato in chiave europea per affermarvi un percorso di aggregazione pari a quello che portò, uno o due secoli fa, al formarsi degli stati unitari.154035675-3a55517f-63b6-4cf0-81f6-65255e82cf04

Insomma occorre non giocare più con la UE: è una conquista per la quale i cittadini devono esigere il rispetto da parte dei loro governanti. I politici non possono più fare quello che David Cameron in Gran Bretagna ha fatto più di tutti gli altri: usare cioè l’Ue per motivi di interesse di partito e personale, finendo col provocare la disfatta del partito conservatore e la Brexit. Servono, insomma, meno Cameron e più Helmut Kohl, ovvero persone che nella propria attività politica si battano per far avanzare l’Europa, anche se questo può comportare sconfitte elettorali, come accadde appunto a Kohl, che si ritirò dalla politica avendo perso le elezioni del 1998, ma dopo aver fatto approvare in Europa il progetto dell’euro. Non si può avere un’Europa a costo zero per un leader politico.

Lo comprenderanno pure i nostri governanti gialloverdi e soprattutto – dopo la “sbornia elettorale – il muscolare Matteo Salvini ? Oggi sarebbe vitale capire quali segnali manderà il nuovo presidente della Commissione sul tema immigrazione. Sarà capace di far passare nell’Unione parole come ”solidarietà” verso l’Italia e gli altri Paesi mediterannei, come più volte ha invocato Papa Francesco? E poi c’è la nuova guida e forse il nuovo corso alla Banca centrale europea. Con il debito che abbiamo, servirebbe come l’aria una politica fiscale che vada avanti nel solco tracciato da Draghi. Perchè se la Bce dovesse decidere di interrompere l’immissione di denaro per comprare i titoli di Stato, l’Italia finirebbe in fretta sott’acqua. Ma abbiamo tutti la consapevolezza che saremmo stati più poveri senza l’Europa e che lo diventeremmo se dovessimo farne un avversario ?

Ma soprattutto bisognerebbe meditare le parole pronunciate da Papa Bergoglio nel viaggio di ritorno dalla Romania, quando ha richiamato lo spirito dei “Padri fondatori”. : <Tutti siamo responsabili della Unione europea, tutti. La rotazione del presidente è simbolo della responsabilità che ognuno dei Paesi ha. Se l’Europa non guarda bene le sfide future, appassirà…. Ha bisogno di riprendere se stessa, superare le divisioni. Stiamo vedendo delle frontiere, e questo non fa bene….>




Un comandamento nuovo, eppure antico: «amatevi … come io ho amato voi».

bibbiadi Stefano Tarocchi • La liturgia delle domeniche di Pasqua, centrata sul vangelo secondo Giovanni, ha quest’anno messo in luce uno dei temi fondamentali del messaggio che Gesù lascia ai discepoli nella vigilia della passione.

Esso si fonda sulla rilettura del quarto evangelista del comandamento dell’amore che ci è trasmesso nella tradizione sinottica: «qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi» (Mc 12,28-31).

È ben noto che Giovanni non trasmette in questo contesto nessuna parola sull’Eucaristia: Gesù ha parlato nella sinagoga di Cafarnao del pane della vita: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51)

Nei discorsi del quarto Vangelo pronunciati nella cena di addio di Gesù ai discepoli troviamo invece il racconto dei gesti di Gesù e la loro spiegazione: «voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,13-15). A più riprese viene richiamato quel comando: «come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). E, ancora, «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando» (Gv 15,12-14).

Questo comando di Gesù, derivato dal gesto di quando ha lavato i piedi ai discepoli, assume un significato nuovo appena Giuda esce dal gruppo dei discepoli e dalla cena con Gesù, perché «quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,31-35). PasqB6-w-300x210

Ora, il comandamento nuovo, è la sintesi del duplice comandamento della tradizione sinottica, verificata dall’amore stesso di Gesù. Ne abbiamo un eccellente riprova quando più avanti si legge: «il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio» (Gv 16,27).

Questa definizione, tipicamente giovannea, della novità del comandamento dell’amore secondo le dimensioni dell’amore di Cristo («Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri»: Gv 13,34) si registra anche nelle prime due lettere attribuite al quarto evangelista. Ma qui c’è un’interessante paradossale mutazione: «carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto da principio. Il comandamento antico è la Parola che avete udito. Eppure, vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera» (1 Gv 2,7-8).

Siamo qui in presenza di un vero e proprio paradosso: il comandamento “nuovo” è al tempo stesso “antico”, perché appartenente alla tradizione dei discepoli del quarto evangelista. Il “comandamento antico” è la riproposizione senza limiti di quello che Gesù tra trasmesso come nuovo, dando sé stesso come misura.

È così che la seconda, brevissima, lettera di Giovanni, così riporta le parole del vecchio discepolo: «ora prego te, o Signora, non per darti un comandamento nuovo, ma quello che abbiamo avuto da principio: che ci amiamo gli uni gli altri» (2 Gv 1,5).

Del resto, questo era l’esordio della prima lettera del medesimo apostolo Giovanni: «quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo» (1 Gv 1,1-3).




A margine di un inedito di Wojtyla recentemente pubblicato

Q3HDAwF1y4vT_s4-mbdi Francesco Vermigli • Da poche settimane è uscito in traduzione italiana – con il titolo Cristo, la Chiesa e il mondo. Catechesi dell’Areopago – un ciclo di tredici catechesi inedite di Karol Wojtyla. Dall’«Analisi dell’opera» di M. Burghardt si apprende che tali catechesi si trovano raccolte in 39 fogli autografi – in seguito risistemate in forma dattiloscritta da una mano ignota – che non sappiamo se siano mai state pronunciate e quali fossero gli eventuali destinatari. Ma l’insistenza sui documenti conciliari spinge a pensare che la loro redazione sia riconducibile al periodo finale del Vaticano II o al periodo immediatamente post-conciliare, in ogni caso quando il futuro Giovanni Paolo II era già arcivescovo metropolita di Cracovia: a tale momento del suo ministero pastorale dovrebbe dunque essere ricondotta la composizione di queste catechesi. Che poi tali catechesi siano state composte a Roma e che fossero scritte in previsione di una traduzione italiana come la Burghardt lascia intendere a partire da alcuni indizi, non sappiamo.

Cerchiamo di introdurci all’interno di questo libretto, aperto dalla «Presentazione» del card. Dziwisz – a lungo segretario particolare di Woityla prima vescovo, quindi pontefice – e chiuso da una «Guida alla lettura» di G. Marengo e, come detto, dalla «Analisi dell’opera» della Burghardt. Cerchiamo di introdurci nell’opera a partire dal sottotitolo, che in realtà nell’edizione polacca originale svolge il ruolo di titolo stesso della raccolta: Catechesi dell’Areopago.

Il riferimento al discorso di Paolo ad Atene (cfr. Atti 17,16-34) è il trait d’union delle 13 catechesi: tutte aperte da alcuni passi in latino (frasi prese da Grignion de Montfort, dalla sequenza Victimae paschali laudes, dalla sequenza Veni, Sancte Spiritus e dall’inno Adoro te devote) e tutte strutturate, appunto, attorno ad un passo del discorso di Paolo. Perché a partire dal discorso ateniese di Paolo?

Scrive Marengo: «Individuando in quell’episodio della missione dell’Apostolo un “ritornare alle nostre origini spirituali”, Wojtyla si ricollega esplicitamente alle intenzioni peculiari del Concilio: individuare le condizioni per riaprire un dialogo con l’umanità contemporanea e incontrarla nel suo vissuto concreto e reale» (p. 141). Siamo però spinti a spostare la domanda: per quale ragione il futura papa Giovanni Paolo II pone, almeno implicitamente, questo parallelo?

L’episodio dell’Areopago è considerato da Wojtyla come il simbolo dell’incontro tra la rivelazione di Cristo e la dimensione religiosa fondativa dell’uomo, teso a trovar risposte alle domande più profonde della propria esistenza; sulla scia di Paolo che ad Atene loda la presenza di un altare dedicato al “Dio ignoto”, quel Dio misterioso e sconosciuto che sta oltre la pletora degli dèi, per dirla con il Divin Poeta, “falsi e bugiardi”. In questo senso sembra si debba condurre il parallelo con il Concilio: che il Concilio, in particolare nella Gaudium et spes, ha ritenuto decisivo proprio ricondurre l’annuncio cristiano all’uomo in quanto tale, alle sue domande più profonde, più radicate.in-libreria-testo-inedito-di-karol-wojtyla-500x281

A ben vedere, parlare di un uomo naturalmente religioso e in attesa di risposte alle domande essenziali della propria vita, significa riandare ad alcune questioni capitali: se Dio si rivela, l’uomo sarà capace di accogliere tale rivelazione? e se così fosse, la rivelazione che cosa aggiunge al desiderio dell’uomo che Dio si riveli? Ai più informati ritornerà in mente di Balthasar – associazione mentale simil-pavloviana – Cordula ovverosia il caso serio… sorta di dura reprimenda contro il cristianesimo anonimo di Rahner. Così Marengo che commenta Wojtyla: «l’evento di Gesù Cristo non è appena pertinente a dare compimento al desiderium videndi Deum, inscritto nella “natura” dell’uomo, ma “attesta l’incomparabile esaltazione dell’uomo, […] se per la sua salvezza lo stesso Figlio di Dio si è fatto uomo”» (p. 154).

L’avvolgersi delle catechesi procede sempre più in profondità, sempre più in avanti; nel senso del riconoscimento che se Dio si è rivelato prendendo la carne, l’evento Gesù diventa la cifra su cui misurare l’uomo. Si trovano, ci pare, in queste catechesi le idee fondamentali che ricompariranno proprio nella Redemptor hominis, la prima enciclica pubblicata da Giovanni Paolo II (4 marzo 1979); in modo particolare si trova già qui in posizione privilegiata il riferimento a Gaudium et spes, 22, nel luogo in cui il Concilio Vaticano II dichiara che solo in Cristo trova luce il mistero dell’uomo.

Riferirsi a GS 22 significa però qualcosa di decisivo, con cui ci pare giusto concludere. L’Areopago si costituisce come una sorta di “Cortile dei gentili” spostato ad Atene, qui si discute dell’uomo in quanto tale e della sua ricerca di senso. Ma qui si annuncia anche qualcosa: si annuncia che quella ricerca di senso trova approdo solo in Cristo, Uomo perfetto. Parafrasando l’inno citato da Paolo sull’Areopago (cfr. Atti 17,28), di Cristo, non di Zeus, del Nuovo Adamo, non di un dio mitologico, l’uomo in quanto tale, ciascuno di noi è davvero stirpe.




Amore, obbedienza e gioia: tre concetti fondamentali per capire l’esistenza cristiana

duccio_lugliodi Gianni Cioli • «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,9-11).

In questi tre versetti del Vangelo di Giovanni ci sono tre concetti fondamentali per comprendere e vivere a vocazione cristiana: amore, obbedienza e gioia.

L’amore viene donato gratuitamente dal Padre mediante Gesù. L’amore che Gesù ci comunica è lo stesso con cui Egli, il Figlio, il Verbo increato ed eterno, è amato eternamente dal Padre nella relazione trinitaria. Questo amore, in ragione dell’incarnazione, è corrisposto al Padre da Gesù, Verbo incarnato – Verbo umanato, come amava dire santa Maria Maddalena de’ Pazzi – nell’obbedienza che si fa dono – dono della vita! – a favore dei fratelli, di noi, resi figli del Padre e chiamati amici dal Figlio: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 13-15).

In questo amore donatoci gratuitamente possiamo e dobbiamo rimanere attraverso l’obbedienza che consiste nell’amarci gli uni gli altri come egli ci amati: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12).

Se il dono iniziale dell’amore è gratuito e scaturisce dalla libera iniziativa del Padre, la permanenza, il rimanere, non è invece esente da prezzo; richiede infatti l’obbedienza ai comandamenti di qualcuno che ci chiede di dare la vita gli uni per gli altri come egli ha dato la vita per noi. Siamo stati, infatti «riscattati a caro prezzo» (1Cor 6,20).

Non si tratta dunque di un amore a costo zero; non è affatto, come avvertiva Dietrich Bonhoeffer, una “grazia a buon mercato”, dal momento che è una grazia costata cara a Dio il quale «ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (Gv 1Gv 4,10) ed è una grazie che chiama alla “sequela”.maria-maddalena-de-pazzi

Il costo non indifferente del vero amore, d’altra parte, non può essere per il credente motivo d’afflizione. Al contrario, secondo la promessa del Signore, il rimanere nell’amore attraverso l’obbedienza ai comandamenti porta alla pienezza della gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).
L’esperienza dell’amore gratuito di Dio è una grande esperienza di gioia: la gioia di essere amati.

La permanenza nell’amore in virtù dell’obbedienza ai comandamenti di Gesù è il compimento, la pienezza, di questa esperienza: la gioia non solo di essere amati, ma anche di amare come siamo stati amati.




Il motu proprio «Vos estis lux mundi» e le nuove procedure introdotte per prevenire e contrastare i crimini di abuso sessuale

Bildschirmfoto-2018-05-28-um-15.10.52di Francesco Romano • Il 7 maggio 2019 il Sommo Pontefice Francesco ha pubblicato ad experimentum per un triennio una nuova Lettera Apostolica in forma di motu proprio dal titolo Vos estis lux mundi, “voi siete la luce del mondo”, ispirandosi nella citazione del titolo al brano evangelico di S. Matteo (Mt 5, 14) per richiamare tutti i fedeli alla responsabilità di essere esempio luminoso di virtù, integrità e santità. La piena credibilità dell’annuncio evangelico e l’efficacia della missione della Chiesa sono in stretta relazione con la santità personale e l’impegno morale.

Questa premessa è calzante per richiamare l’importanza dell’agire morale di ogni cristiano e per questo il Papa se ne serve per ritornare ancora una volta sulla questione cruciale dei crimini di abuso sessuale.

Gli interventi del Magistero pontificio si sono susseguiti negli ultimi due decenni introducendo norme penali sempre più severe contro i chierici che si fossero macchiati di tali delitti. Non va dimenticato che anche il Codice di Diritto Canonico promulgato nel 1983 già prevedeva a carico di un chierico una pena che poteva arrivare fino alla dimissione dallo stato clericale nel caso di commissione del delitto contro il sesto precetto del Decalogo con un minore al di sotto di sedici anni. Il delitto sarebbe stato ugualmente perseguibile, oltre al caso del minore di sedici anni, se perpetrato dal chierico con violenza, minacce o pubblicamente (can. 1395 §2). In questi casi la competenza processuale era demandata agli Ordinari.

Per la verità, la norma penale rimase a lungo pressoché inutilizzata e in taluni casi notizie di abusi venivano sottovalutate o non ascoltate. Fu questo il motivo che portò il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II il 30 aprile 2001 a emanare il motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela concernente le Normae de gravioribus delictis contro la fede, i sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza e i delicta contra mores, tra cui il delictum gravius contro il sesto precetto del Decalogo commesso da un chierico con un minore di diciotto anni il cui giudizio passava dalla competenza degli Ordinari alla Congregazione per la Dottrina della Fede con prescrizione elevata a dieci anni. In questo modo Giovanni Paolo II con il m.p. Sacramentorum sanctitatis tutela derogava circa l’età del minore e la competenza sul giudizio (can. 1395 §2) e il tempo di prescrizione (can. 1362 §1, n. 2).

Un ulteriore intervento mirante a introdurre una parziale riforma al m.p. Sacramentorum sanctitatis tutela lo si deve al Sommo Pontefice Benedetto XVI che il 21 maggio 2010 promulgava il m.p. Normae de gravioribus delictis. Relativamente al delitto contra sextum praeceptum Decalogi viene dato un ulteriore giro di vite. Viene equiparato al minore la persona che abitualmente ha un uso imperfetto della ragione (Art. 6, n. 2); costituisce azione delittuosa l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori sotto i quattordici anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento (Art. 6, n. 2); viene innalzata la prescrizione dell’azione criminale da dieci a venti anni (Art. 7, n. 1) con decorrenza dal giorno in cui il minore ha compiuto diciotto anni (Art. 7, §2). Inoltre vengono introdotte altre norme di carattere procedurale.download (2)

Con il m.p. Vos estis lux mundi, Papa Francesco introduce nuove norme procedurali di grande rilievo circa i delitti contro il sesto comandamento del Decalogo commessi non solo da chierici, ma anche da membri di Istituti di vita consacrata o di Società di vita apostolica (Art. 1 §1) ai danni di chiunque sia stato costretto con violenza, minaccia o abuso di autorità a compiere o a subire atti sessuali (Art. 1 §1, a, i), oppure ai danni di un minore o di una “persona vulnerabile” (Art. 1 §1, a, ii). Fattispecie delittuosa è, inoltre, la produzione, esibizione, detenzione, o distribuzione, anche per via telematica, di materiale pedopornografico, nonché il reclutamento o l’induzione di un minore o di una persona vulnerabile a partecipare a esibizioni pornografiche (Art. 1 §1, a, iii).

Per persona vulnerabile si intende chi si trova in stato di infermità, di deficienza fisica o psichica, o di privazione della libertà personale che di fatto, anche occasionalmente, ne limiti la capacità di intendere o di volere o comunque di resistere all’offesa (Art. 1 §2, b).

La novità più significativa tra le fattispecie delittuose è l’abuso di autorità come mezzo per perpetrare l’abuso sessuale, indipendentemente dalla maggiore età della vittima (Art. 1 §1, a, i). In questo caso il soggetto che subisce l’abuso, benché maggiorenne, potrebbe trovarsi in posizione subalterna dal punto di vista gerarchico o spirituale come ad esempio nella vita del seminario, nella vita religiosa maschile e femminile, nella direzione spirituale, oppure dal punto di vista legale in riferimento ai soggetti deboli affidati alla tutela giuridica dell’amministrazione di sostegno, del tutore e del curatore.

Il m.p. Vos estis lux mundi stabilisce l’obbligo giuridico, non soltanto morale, di segnalare la notizia di un delitto sessuale commesso con minore, con persona vulnerabile, con minaccia o con abuso di autorità, oltre all’utilizzo di materiale pedopornografico. Un obbligo di segnalazione che si estende a tutti, chierici, membri di Istituti di vita consacrata e di Società di vita apostolica, a ogni persona chiunque essa sia (Art. 3 §§1e2).

Riguardo alla ricezione delle segnalazioni, tenendo conto delle indicazioni eventualmente adottate dalle rispettive Conferenze Episcopali che si esprimeranno attraverso specifiche linee guida, entro un anno dall’entrata in vigore del motu proprio Vos estis lux mundi ogni Chiesa particolare o una comunità a essa equiparata (can. 368) dovrà dotarsi di un sistema stabile e facilmente accessibile al pubblico per presentare segnalazioni, meglio se costituito con l’istituzione di un vero e proprio ufficio ecclesiastico (can. 145), in quanto per la diversa natura della sua competenza deve restare distinto ed è ragionevole che non sia supplito dal tribunale o dall’ufficio del giudice.

Le segnalazioni, di cui viene garantita la sicurezza, l’integrità e la riservatezza (Art. 2 §2), devono essere trasmesse dall’Ordinario che le ha ricevute, all’Ordinario del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti, nonché all’Ordinario proprio della persona segnalata (Art. 2 §3). Il chierico e il membro di un Istituto di vita consacrata o di una Società di vita apostolica hanno l’obbligo di segnalare il fatto direttamente all’Ordinario del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti o all’Ordinario proprio, tra quelli recensiti al can. 134, i quali procederanno a norma del diritto previsto per il caso specifico (Art. 2 §3), cioè con la segnalazione alla Congregazione per la Dottrina della Fede se la denuncia risulti verosimile.

Oltre alle modalità sopra espresse, chiunque e in qualunque altro modo adeguato può presentare segnalazioni (Art. 3 §2). L’obbligo della segnalazione non costituisce una violazione del segreto d’ufficio (Art. 4 §1) fatta eccezione per i casi previsti dal can. 1548 §2 cioè “i chierici, per quanto sia stato loro confidato in ragione del sacro ministero; i magistrati civili, i medici, le ostetriche, gli avvocati, i notai ed altri tenuti al segreto di ufficio anche in ragione del consiglio dato, per tutto ciò che cade sotto questo segreto” (can. 1548 §2, n. 1°); “coloro che dalla propria testimonianza temono per sé o per il coniuge o per i consanguinei e gli affini più stretti, infamia, pericolose vessazioni o altri gravi danni” (can. 1548 §2, n. 2°). Il can. 1548 §2 richiama un’altra norma ancor più restrittiva, il can. 1550 §2, n. 2°, ovvero sono incapaci a rendere testimonianza “i sacerdoti, per quanto sia venuto loro a conoscenza dalla confessione sacramentale, anche nel caso che il penitente chieda che lo rivelino; anzi, tutto ciò che da chiunque e in qualsiasi modo sia stato udito della confessione, non può essere recepito neppure come indizio di verità”.

Fatta eccezione per queste limitazioni, a nessuno può essere imposto il vincolo del silenzio sul contenuto della segnalazione (Art. 4 §3). Anzi, coloro che fanno la segnalazione godono di particolare tutela da eventuali pregiudizi, ritorsioni o discriminazioni, considerati al pari di condotte delittuose come quelle recensite all’Art. 1 §1, b (Art. 4 §2). Le Autorità ecclesiastiche devono impegnarsi a prendersi cura delle persone offese e delle loro famiglie con accoglienza, accompagnamento, assistenza spirituale, medica, terapeutica, psicologica, la tutela dell’immagine e della sfera privata delle persone coinvolte, la riservatezza dei dati personali (Art. 5).

Un posto del tutto nuovo nel motu proprio Vos estis lux mundi viene riservato ai Vescovi messo sotto il Titolo II “disposizioni concernenti i Vescovi ed equiparati”. Speciali norme procedurali riguardano l’ambito soggettivo di applicazione dovuto a condotte delittuose di cui all’Art. 1 poste in essere da persone indicate all’Art. 6: a) Cardinali, Patriarchi, Vescovi, e Legati del Romano Pontefice; b) chierici preposti alla guida di una Chiesa particolare o a essa assimilata, inclusi gli Ordinariati personali, per fatti commessi durante munere; c) chierici preposti alla guida di una Prelatura personale per fatti commessi durante munere; d) i Moderatori supremi di Istituti di vita consacrata, di Società di Vita Apostolica di diritto pontificio e di Monasteri sui iuris per fatti commessi durante munere. Le loro condotte riguardano sia i delitti contro il sesto comandamento del Decalogo (Art. 1 §1, a) che le azioni o le omissioni dirette a interferire o eludere indagini canoniche nei confronti di un chierico o di un religioso per i delitti di cui all’Art. 1 §1, a.

Le norme del m.p. Vos estis lux mundi si applicano senza costituire pregiudizio rispetto all’osservanza delle leggi civili, soprattutto per quanto attiene all’obbligo di segnalazione (Art. 19).

A seconda del soggetto segnalato sarà competente: la Congregazione dei Vescovi, se si tratta di Vescovi latini; la Congregazione per le Chiese Orientali, se si tratta di Vescovi di rito orientale; Propaganda Fide, se si tratta di Vescovi dell’Asia o dell’Africa; la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e per le Società di Vita Apostolica, se si tratta di Moderatori generali di Istituti di vita consacrata di diritto pontificio e di Società di vita apostolica di diritto pontificio; la Congregazione del Clero per i chierici che sono stati alla guida pastorale di una Chiesa particolare.

L’Autorità che riceve la segnalazione sulla condotta tenuta dai suddetti soggetti durante la guida pastorale di una Chiesa particolare, di un Istituto di vita consacrata o di una Società di Vita Apostolica, deve trasmettere la notizia al rispettivo Dicastero competente sopra elencato e al Metropolita della provincia ecclesiastica dove ha il domicilio la persona segnalata (Art. 8 §1), oppure al Vescovo suffraganeo più anziano nel caso in cui la persona segnalata fosse il Metropolita (Art. 8 §2).

Il Metropolita, a meno che non ritenga la segnalazione manifestamente infondata, chiede tempestivamente l’incarico per avviare l’indagine al Dicastero competente della Santa Sede (Art. 10 §1) che dovrà provvedere alla richiesta entro trenta giorni (Art. 10 §2). Il Metropolita svolge le indagini personalmente o tramite persone idonee da concludersi entro novanta giorni (Art. 14 §1). Alla persona indagata è riconosciuta la presunzione di innocenza (Art. 12 §7) alla quale è assicurato il diritto di difesa attraverso un procuratore e una memoria difensiva (Art. 12 §8). Terminata l’indagine il Metropolita trasmette gli atti insieme al proprio votum al Dicastero competente (Art. 17 §1). Misure cautelari possono essere adottate dal Dicastero competente su proposta del Metropolita (Art. 15).

Le disposizioni del motu proprio Vos estis lux mundi riguardano anche le Chiese di rito orientale. Per sostenere i costi delle indagini è previsto che venga istituito un fondo riconosciuto come “pia fondazione” previsto dai cann. 116 e 1303 §1, amministrato a norma del diritto (Art. 16 §§1-2).

In conclusione, restando ferme le norme procedurali del motu proprio Normae de gravioribus delictis, gli elementi di rilievo introdotti dal motu proprio Vos estis lux mundi sono l’obbligo di segnalazione di condotte tenute in violazione del sesto precetto del Decalogo ai danni, oltre che di persone minorenni, anche di persone vulnerabili, oppure poste in essere contro qualunque persona con violenza, minaccia o abuso di autorità. In ogni Diocesi deve essere istituito un ufficio ecclesiastico accessibile al pubblico per ricevere le segnalazioni, ragionevolmente da non confondersi con gli uffici del tribunale e con il ministero del giudice per la diversa funzione che devono svolgere. L’obbligo di segnalazione non è solo morale, ma anche giuridico e riguarda prima di tutto i successori degli Apostoli e coloro che nella Chiesa in modi diversi assumono ministeri o professano i consigli evangelici. Un comportamento soggetto a sanzione è previsto anche per condotte messe in atto da Vescovi, o loro equiparati, con azioni omissive o per intralciare o eludere indagini civili e canoniche nei confronti di un chierico o di un religioso accusato di delitto sessuale. Anzi, le presenti norme si applicano senza pregiudizio dell’osservanza delle leggi statali, in modo particolare riguardo all’obbligo di segnalazione alle autorità civili. Un ruolo particolare viene attribuito al Metropolita e alle Congregazioni competenti della Santa Sede quando la segnalazione riguarda i Vescovi o altri soggetti a essi equiparati. Anche la “cura delle persone” offese viene inserita nel motu proprio Vos estis lux mundi come obbligo giuridico.




La sfida del «bene comune»

downloaddi Leonardo Salutati • Il concetto di bene comune, come principio che genera, unifica e custodisce la società umana, sta al cuore della Dottrina sociale della Chiesa (cf. LS 156). Radicato in una lunga tradizione di pensiero che prende le mosse da Aristotele e rivisitato da San Tommaso alla luce della visione cristiana, il bene comune è principio organizzativo di tutta la riflessione in ambito politico, sociale ed economico. Ripercorrendo le encicliche sociali cominciando da Rerum novarum fino alla Laudato si’ di Papa Francesco, possiamo cogliere come ciascuna di esse lo declini in funzione dell’ambito sociale di riferimento.

La Rerum novarum di Leone XIII si inquadra nel contesto dello scontro con l’ideologia marxista che interpreta la vita sociale come una lotta di classe senza compromessi. Diversamente, il Papa ricorda con fermezza che nella società, il principio organizzativo è piuttosto l’equo relazionarsi delle persone, in base al loro ruolo nel servizio di tutti, per cui lo stato ha un’autorità legittimata dal servizio all’interesse comune o al bene pubblico, per promuovere la prosperità sia pubblica che privata, nell’osservanza delle leggi della giustizia distributiva.

L’insistenza sull’equità sarà ripresa da Pio XI nella Quadragesimo anno nel drammatico contesto della crisi economica e sociale del 1929 e del diffondersi della miseria (cf. QA 64), proponendo il bene comune come come un processo dinamico in cui le varie parti dell’organismo sociale si perfezionano nella giustizia e nella carità. Infatti, se l’esercizio della carità non può sostituirsi ai doveri di giustizia, tuttavia la sola giustizia non potrà mai conseguire l’unione di intenti e la pace dei cuori. Pio XI sottolinea anche, nella Mit brennender Sorge (1937), che i diritti naturali inerenti ad ogni persona umana costituiscono la base antropologica per la nozione di bene comune (n 37).

Il tema dei diritti umani sarà ripreso da S. Giovanni XXIII nella Pacem in terris, dove si sottolinea che l’esigenza di associarsi della persona umana deve coniugarsi con l’esercizio di una libertà responsabile, che comporta l’istituzione di un sistema giuridico in grado di garantire l’insieme dei diritti e dei doveri dell’uomo, di fatto corrispondenti alla Dichiarazione dell’ONU del 1948. Per la prima volta con Giovanni XXIII, l’idea dei diritti umani entra nel vocabolario magisteriale, andando a pieno titolo a concorrere a definire il bene comune. Sempre in Pacem in terris inoltre, il Papa propone alla comunità internazionale l’obiettivo di un bene comune universalecome via per il conseguimento della sicurezza e della pace per ogni Stato.2b6800ed3449797f0570e3909a6130fd_M

L’estensione del concetto di bene comune alla dimensione universale sarà ripresa dal Concilio in Gaudium et spes dove il bene comune dell’intera famiglia umana (GS 26), universale (GS 68) del genere umano (GS 78), è lo scopo della comunità umana come tale ed è inteso come «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente (…), investendo diritti e doveri che riguardano l’intero genere umano» (GS 26). Il testo conciliare indica inoltre come modo concreto per conseguire il bene comune, l’esercizio della solidarietà sociale da consideraretra i principali doveri dell’uomo d’oggi (GS 30).

La Populorum Progressio di S.Paolo VI, espliciterà le dimensioni e l’estensione della solidarietà internazionale costitutiva del bene comune, nel momento in cui la questione sociale acquisisce dimensione mondiale (PP 3), invitando alla ricerca di uno sviluppo integrale (PP 14) per tutti gli uomini.

Venti anni dopo nella Sollicitudo rei socialis S.Giovanni Paolo II illustra la dimensione morale della solidarietà qualificandola come vera e propria virtù sociale (SRS 38), consistente nella «determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti» (ibid.), sottolineando con forza la dimensione dinamica del bene comune con l’appello urgente ad impegnarsi a livello personale e collettivo per promuovere le dimensioni della responsabilità e della solidarietà a livello universale.

Di fronte alla sfida della globalizzazione, in Caritas in veritate Benedetto XVI reinterpreta le intuizioni di Populorum progressio riproponendo la centralità del bene comune come «criterio orientativo dell’azione morale» (CV 6). A sua volta Papa Francesco nella Laudato si’, affronta la sfida ecologica che riguarda la nostra casa comune, proponendo un’interpretazione del bene comune come principio unificante dell’etica sociale, come stile di vita responsabile che tiene conto anche delle future generazioni, cui lasciare un mondo vivibile per tutti.

Al termine di questo sintetico itinerario, emerge come il principio del bene comune si radichi in un’antropologia relazionale, che esige di «impegnarsi incessantemente per favorire un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria» (CV 42), in quanto l’uomo può esprimere la sua vocazione ad essere immagine di Dio solo in una rete di interdipendenze ambientali e sociali, ispirate dalla carità nella verità come principio che orienta e dà forma all’azione per realizzare la civiltà dell’amore.




Il dinamismo della riflessione ecclesiale tra rivelazione divina e storia

9788810412312di Alessandro Clemenzia • Lo sfrenato dinamismo culturale che innerva il contesto sociale nel quale viviamo è ormai sotto gli occhi di tutti. L’intera realtà, e con essa anche l’uomo, è soggetta a un continuo divenire. All’interno di questa situazione attuale, l’ecclesiologo Massimo Nardello, in un recente saggio intitolato Dio interagisce con la sua Chiesa. La fedeltà ecclesiale alla rivelazione divina alla luce della teologia del processo (EDB 2018), recupera e rilegge uno dei temi più emergenti della riflessione teologica, quello dell’indefettibilità ecclesiale. Con questa espressione si intende che «la Chiesa che cammina nella storia è chiamata ad appropriarsi sempre più di quella fede cristologica […] che ha ricevuto dalla comunità apostolica attraverso le generazioni cristiane passate, e l’azione dello Spirito al suo interno impedisce che in tale processo questa fede possa essere fraintesa o corrotta» (pp. 15-16). Eppure, osservando quanto è avvenuto lungo i secoli, ci si rende conto di come la Chiesa, nell’ambito della sua dottrina, si sia imbattuta più volte in una chiara discontinuità rispetto al passato; basti pensare a quanto è avvenuto recentemente a proposito dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia (2016) e alle resistenze che ne sono scaturite. Si può scorgere, dunque, nella stessa storia della riflessione ecclesiale, un certo sviluppo e anche una discontinuità rispetto al passato.

Di fronte a questa evidenza, scrive l’autore: «La risposta che spesso la teologia, anche recente, ha offerto a tali questioni è che l’autocomunicazione di Dio nell’evento cristologico e nell’azione pneumatologia è talmente eccedente le capacità umane di comprensione che la Chiesa può intendere tale rivelazione solo gradualmente e parzialmente» (p. 22). Tale risposta, secondo Nardello, pur riconoscendo il carattere progressivo della fede della Chiesa che si invera incessantemente attraverso uno sviluppo storico, non giustifica il cambiamento di dottrine già professate. Per questa ragione, spiega l’autore introducendo lo scopo del suo percorso sistematico, «non basta affermare il carattere graduale e parziale di tale processo […], ma occorre pure chiarire come quanto è stato erroneamente creduto in passato non abbia compromesso la fedeltà della Chiesa alla fede» (p. 23).

L’argomento ha già un suo background: nel presente volume sono riportati i contributi di Vincenzo di Lerino, di John Henry Newman, di Bernhard Bartmann e di Michael Schmaus, secondo i quali tuttavia «non sembra possibile alcuna forma di discontinuità anche nell’evoluzione di dottrine che non sono state insegnate infallibilmente» (p. 44). Un grande passo in avanti si raggiunge con la costituzione dogmatica Dei Verbum, la quale afferma chiaramente l’esistenza di uno sviluppo dottrinale di tutto il Popolo di Dio, di una tradizione che non è statica, ma vivente: progredisce, cresce e tende sempre più verso la pienezza della verità divina (cf. DV 8).hqdefault

Da qui Nardello cerca di comprendere in che modo le diverse discontinuità dottrinali non compromettano l’indefettibilità della Chiesa. Con questo obiettivo, l’autore rivolge l’attenzione alla storia e alla sua continua evoluzione non lineare; è necessario partire da questa evidenza per ricomprendere il rapporto tra rivelazione e storia. Mentre un tempo le discontinuità dottrinali erano giustificate dall’imprecisione del carattere analogico del discorso su Dio, l’autore si domanda se non sia proprio la storia la “forma” della rivelazione. Dio rivela se stesso entrando all’interno di questo dinamismo umano e si comunica in modo altrettanto dinamico. Questa “entrata” nella storia e tale comunicazione hanno una valenza rivelativa: «Occorre ipotizzare un suo divenire anche sul piano immanente. In caso contrario, se a questo livello egli fosse immutabile, non si rivelerebbe per quello che è realmente» (p. 93).

Per fondare teologicamente questa riflessione sul divenire di Dio, da cui trarre le possibili implicazioni in ambito ecclesiologico, è necessario per Nardello rintracciare quei modelli metafisici che possano aiutarci a cogliere come il cambiamento non sia un fattore accidentale o negativo, ma la forma e la ragione d’essere di una realtà. In questo ripensamento delle categorie concettuali, ci si deve distaccare dallo staticismo delle ontologie greche per recuperare un’ontologia fondata su quel dinamismo relazionale, presentato dalla Scrittura, di un Dio che abita il divenire (differente da quello umano) nel suo essere totalmente proiettato verso le sue creature. E qui l’autore si collega al contributo originale della filosofia del processo di Alfred North Whitehead e della recezione di questa metafisica processuale nel teologo Joseph Brachen. Recuperando l’apporto di questi autori, ed evidenziando chiaramente le loro diverse criticità, Nardello, nell’ultimo capitolo del suo libro, avanza la proposta di un’ecclesiologia in chiave processuale, alla luce della quale rilegge alcune questioni ecclesiologiche, come la natura della Chiesa, l’annuncio evangelico e l’eucarestia, il rapporto tra Chiesa universale e Chiese locali, compiendo, infine, una risemantizzazione della nozione di comunione.

In questo orizzonte di comprensione, «la Chiesa nel suo insieme, sotto la guida autorevole del magistero a cui spetta comunque l’ultima parola, può sentirsi libera di rimettere in discussione le dottrine insegnate in modo non definitivo, senza timore di venire meno alla propria fedeltà a Dio o di mettere in discussione l’ortodossia e l’ortoprassi delle generazioni cristiane passate» (p. 264). Ogni sviluppo dottrinale fa parte del cammino storico del Popolo di Dio.




Un nuovo saggio storico su Giorgio La Pira

lapiraoperatoredipacedi Giovanni Pallanti • La Pira è morto da 42 anni ma continuano ad essere pubblicati saggi e biografie sulla sua vita. Una molto originale e ben fatta è la storia del sindaco santo di Firenze di Domenico Di Carlo. Di Carlo è un avvocato e un politico già consigliere e assessore al Comune di Pescara e successivamente consigliere regionale dell’Abruzzo per la Democrazia Cristiana. Di Carlo in questo lungo saggio di 227 pagine ha tracciato il percorso etico, culturale e politico del Sindaco di Firenze eletto, la prima volta, in contrapposizione al comunista Mario Fabiani nel 1951. Il libro (“Giorgio La Pira, Operatore di pace, profeta di speranza e di un nuovo umanesimo” ed. Solfanelli) si articola in 18 capitoli. Nel primo capitolo viene analizzato “l’uomo della pace nel mar Mediterraneo” dalla sua nascita a Pozzallo il 9 Gennaio 1904. In questo capitolo è interessante la ricostruzione della formazione intellettuale di La Pira: la sua amicizia con il futuro Premio Nobel Salvatore Quasimodo, la loro passione per la letteratura e, per La Pira, una eco dannunziana che non lo lascerà mai neppure quando in età adulta da Sindaco di Firenze esponeva le sue ragioni politiche. Se qualcuno volesse fare un confronto tra i discorsi di Gabriele D’Annunzio a Fiume e quelli di La Pira a Firenze troverebbe molte analogie. Il secondo capitolo parla della formazione spirituale “sulle orme di San Francesco d’Assisi”, così come il terzo capitolo esamina il pensiero tomista maritainiano in funzione antinazifascista, anticomunista e anti liberista borghese. Di Carlo nei capitoli successivi tratta “il guerriero di Cristo all’assemblea costituente, al governo per la difesa della povera gente, la nuova frontiera amministrativa evangelica: tre mandati da Sindaco, un Sindaco senza frontiera e operatore di pace”. Poi la parte finale del libro tratta di La Pira come profeta di pace e il ricordo della sua funzione magisteriale. image001Di Carlo ricorda la lunga frequentazione con La Pira e gli insegnamenti avuti sul piano culturale e politico che lo porteranno ad una militanza attiva nella Democrazia Cristiana. Di Carlo io l’ho conosciuto negli anni ’70 all’Università di Firenze quando guidavo come presidente il Centro Universitario Giuseppe Donati. Donati era il direttore de “Il Popolo”, quotidiano del PPI di Don Luigi Sturzo e fu uno dei più duri avversari del nascente regime fascista. Donati morì in esilio a Parigi e intitolammo la nostra associazione al suo nome perché si era laureato in scienze sociali all’Università di Firenze. Giorgio La Pira appoggiò il lavoro politico degli studenti del Centro Donati. Per questa ragione Di Carlo mi ha fatto scrivere la prefazione a questo bel saggio che con grande perizia storica racconta il vero La Pira e la sua grande testimonianza di fede che la Chiesa cattolica ha riconosciuto dopo un lungo processo canonico, con il titolo di “venerabile”.




La chiesa in Libano: Una speranza per i cristiani in Medio Oriente

Patriarca di Antiochia dei Siri-Cattolici Ignace Joseph III Younan, il Cardinale Béchara Boutros Raï, S. E. R. Mons. Paul Sayab, Vicario Patriarcale per gli Affari Esteri, Rev.do Mario Alexis Portella

Patriarca di Antiochia dei Siri-Cattolici Ignace Joseph III Younan, il Cardinale Béchara Boutros Raï, S. E. R. Mons. Paul Sayab, Vicario Patriarcale per gli Affari Esteri, Rev.do Mario Alexis Portella

di Mario Alexis Portella Papa Benedetto XVI, nella sua Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Medio Oriente (2012) disse: <<La Chiesa in Medio Oriente che, dall’alba della fede cristiana, va pellegrinando su questa terra benedetta, continua oggi con coraggio la sua testimonianza, frutto di una vita di comunione con Dio e con il prossimo>>. La settimana di Pasqua appena trscorsa, ho avuto la benedizione di avere quest’esperienza quando sono stato ospitato dal Patriarca di Antiochia dei Siri-Cattolici Ignace Joseph III Younan a Beirut, Libano — sono anche stato accolto dal Patriarca Maronita il Cardinale Béchara Boutros Raï. E’ da notare che la città di Antiochia — dove i seguaci di Gesù furono chiamati per prima volta “cristiani” — c. 50 d. C., vide le prime predicazioni cristiane dell’apostolo S. Paolo. Con la diffusione del Cristianesimo, iniziata da S. Barnaba, Antiochia divenne la sede di uno dei quattro patriarcati iniziali, insieme a Gerusalemme, Alessandria; S. Pietro stesso istituisce la sua sede apostolica lì, prima di Roma. A causa della jihad di turchi ottomani, la sede di Antiochia fu traslocata a Beirut nel 1910. E purtroppo, la persecuzione causata dal fondamentalismo religioso islamico — che ha avuto inizio negli ultimi decenni ma in modo particolare con la tragedia dell’ISIS — continua ad affliggere gravemente le comunità delle Chiese in Medio Oriente.

Questa difficile situazione fa sì che i cristiani del Medio Oriente soffrano molto a causa delle persecuzioni, comportando altri patimenti come la mancanza di pace, uguaglianza, libertà religiosa, rispetto dei diritti umani, buona convivenza, e stabilità economica e politica. <<Questi problemi>>, come disse il Padre Jules Boutros, prete siro-cattolico e Parroco della Cattedrale della SS. Annunciazione a Beirut, <<tormentano le nostre comunità e creano grande paura, ansia, stanchezza, umiliazione e preoccupazione tra i nostri cristiani che sono rimasti e che rischiano di perdere la speranza di continuare a vivere la loro vita e missione>>.

Come indicato sopra, i cristiani libanesi hanno subito tragedie dopo tragedie nel secolo scorso nella loro guerra civile. Essa è stato un brutale conflitto di faglia, inteso come terreno di scontro di opposte culture, orientamenti religiosi, etnie, rivendicazioni politiche e/o ideologiche. Le sue origini risalgono alla caduta dell’Impero Ottomano, che più nel male che nel bene, aveva mantenuto sotto il suo imperio una certa stabilità in tutta la regione per circa quattro secoli, e l’avvento della Francia come nuova superpotenza regionale. A causa degli accordi segreti di Sykes-Picot del 1916 tra i governi di Londra e Parigi — sostenuti dalle Società delle Nazioni — in contrasto con le promesse britanniche fatte agli alleati arabi, la Francia aveva ottenuto sia il Libano che la Siria come sue zone di influenza. Per mantenere il proprio predominio, i transalpini si allearono con la classe dirigente locale di fede cristiano-maronita, che affiancò in ruoli importanti di governo locale. Nel 1943, a causa della caduta della Francia in mano tedesca e all’occupazione britannica della regione, il leader cristiano-maronita Bishara al-Khuri — che divenne il primo presidente — negoziò con tutte le forze politiche e religiose libanesi in vista di una pacifica via verso una stabile indipendenza. Dal suo impegno vide la luce il cosiddetto “Patto Nazionale”, che resse tra alti e bassi fino allo scoppio definitivo della guerra civile nel 1975.

Santuario della Madonna di Libano

Santuario della Madonna di Libano

Il nocciolo di questo accordo era molto semplice: dividere equamente le posizioni di potere tra le varie componenti nazionali. In pratica secondo il suo disegno, accettato in forma di gentlemen’s agreement e quindi non messo nero su bianco in una Costituzione, ci sarebbe stato sempre un Presidente della Repubblica cristiano-maronita, un Primo Ministro sunnita, un Presidente dell’Assemblea Nazionale sciita e un Vice-Presidente greco-ortodosso. Ogni incarico di governo sarebbe stato ripartito secondo uno schema di delicati equilibri di pesi e contrappesi, in modo da non avvantaggiare in modo eccessivo un’etnia o religione rispetto alle altre.

L’incontro tra l’islam e il cristianesimo in Medio Oriente ha spesso assunto la forma della controversia dottrinale. Tali differenze dottrinali sono servite come pretesto, in nome dell’islam, pratiche di intolleranza, di discriminazione, di emarginazione e persino di persecuzione. Ma come mi ha spiegato Sua Beatitudine il Patriarca Ignace Joseph III Younan, i libanesi hanno imparato come co-esistere gli uni con gli altri. Il dilemma, come disse Benedetto XVI: <<La tolleranza religiosa esiste in diversi paesi, ma essa non impegna molto perché rimane limitata nel suo raggio di azione. È necessario passare dalla tolleranza alla libertà religiosa>>. Il dilemma è che per i musulmani, non può esistere una separazione tra religione e Stato. E questo, secondo il mio parere, è un tema che i politici e uomini di Chiesa nel occidente non capiscono, o non vogliono capire.

È importante notare che l’islam, pur incorporando elementi religiosi, ha sempre avuto un fondamento socio-politico mai superato. E coloro che desiderano godere dei diritti umani, secondo il Preambolo della Dichiarazione del Cairo dei Diritti Umani in Islam (1990), “…siccome Allah ha creato la Comunità ideale e ha dato all’umanità una civiltà universale ed equilibrata…per assicurare i diritti umani…[devono] conformarsi alla sharia”. La sharia è basata sulla diseguaglianza tra uomo e donna e tra musulmano e non-musulmano, per cui molti capi di Stato islamici e la maggioranza degli imam continuano ad imporre una politica che sopprime la libertà religiosa, e allo stesso tempo, imprigiona attivisti che chiedono riforme democratiche.

La sfida di oggi in Libano è che i cristiani sono molto di meno dopo la guerra civile. Dal 1932 non sono più stati eseguiti censimenti ufficiali a causa della grande “sensibilità” dei libanesi nei confronti dei rapporti numerici fra le varie confessioni religiose. Mentre un tempo i cristiani costituivano la maggioranza, attualmente, secondo le stime del governo statunitense, i musulmani, dopo la migrazione dei palestinesi, dal 1948 in poi, sono all’incirca il 60% della popolazione libanese. E’ vitale, come esige Sua Beatitudine che i cristiani rimangano in Libano, sennò, il cristianesimo sarà in tutto smarrito. Ma non c’è da scoraggiarsi. Ci sono buoni rapporti tra i cristiani, nonostante le loro diversità, e ci sono anche progetti in corso per incoraggiare i giovani cristiani a rimanere nella loro terra. Ad esempio, Sua Beatitudine ha iniziato il Progetto di edilizia Abitativa di S. Giuseppe: costruzione di palazzi con appartamenti (144 in totale) per le famiglie cristiane di redditi bassi; i sacerdoti non sono numerosi, ma fiduciosi nella divina Provvidenza, impiegandosi quotidianamente, nonostante le loro sfide e stanchezze, alla chiesa di Cristo per il bene comune della loro società e per la salvezza delle anime.




«Economy of Francesco»

download (1)di Carlo Parenti • Sempre maggiori nel nostro mondo sono le prese di posizione contro un sistema economico di cui tutti avvertono la disumanità in quanto genera il disconoscimento del valore della persona e della vita, la crescente diseguaglianza tra ricchi e poveri, l’uso della guerra come volano keynesiano di crescita economica -attraverso una spesa pubblica di stati che invece di investire in welfare investono in armamenti-, la distruzione degli ecosistemi del pianeta.

Come sottolineano da tempo anche i due maggiori rappresentanti in Italia di un economia che si rifà alla Dottrina Sociale della Chiesa -Stefano Zamagni (presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali che nel gennaio 2018 ha pubblicato il documento “OECONOMICAE ET PECUNIARIAE QUAESTIONES – Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario) e Leonardo Becchetti- c’è davvero bisogno di costruire un’alternativa all’economia neo liberista, che ha esaurito la propria spinta, e a quella neo statalista, altrettanto insufficiente a rispondere pienamente alle esigenze del mondo e dell’uomo contemporaneo.

E così ancora una volta papa Francesco si conferma il concreto leader di chi vuole cambiare tali modelli e -dopo la Evangelii Gaudium e la Laudato si’- lascia l’empireo astratto della dottrina e scende in campo promuovendo: “un evento che mi permetta di incontrare chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda. Un evento che ci aiuti a stare insieme e conoscerci, e ci conduca a fare un “patto” per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani”.9788826600628_0_221_0_75

Ad Assisi, dal 26 al 28 marzo 2020, si incontreranno dunque – come il papa scrive in una lettera appello pubblicata il 1° maggio 2019- “giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo”. Un evento dal nome –“Economy of Francesco”– che ha chiaro riferimento “al Santo di Assisi e al Vangelo che egli visse in totale coerenza anche sul piano economico e sociale. Egli ci offre un ideale e, in qualche modo, un programma. Per me che ho preso il suo nome” sottolinea il papa “è continua fonte di ispirazione”.

Giovani che il santo padre ha “pensato di invitare in modo speciale perché, con il vostro desiderio di un avvenire bello e gioioso, voi siete già profezia di un’economia attenta alla persona e all’ambiente”[…] occorre ri-animare” l’economia! E quale città è più idonea per questo di Assisi, che da secoli è simbolo e messaggio di un umanesimo della fraternità? Se San Giovanni Paolo II la scelse come icona di una cultura di pace, a me appare anche luogo ispirante di una nuova economia. Qui infatti Francesco si spogliò di ogni mondanità per scegliere Dio come stella polare della sua vita, facendosi povero con i poveri, fratello universale. Dalla sua scelta di povertà scaturì anche una visione dell’economia che resta attualissima. Essa può dare speranza al nostro domani, a vantaggio non solo dei più poveri, ma dell’intera umanità. È necessaria, anzi, per le sorti di tutto il pianeta, la nostra casa comune, «sora nostra Madre Terra», come Francesco la chiama nel suo Cantico di Frate Sole”.

Purtroppo resta ancora inascoltato – ricorda il papa- l’appello a prendere coscienza della gravità dei problemi e soprattutto a mettere in atto un modello economico nuovo, frutto di una cultura della comunione, basato sulla fraternità e sull’equità”.

Questa convocazione mondiale dei giovani economisti -ai quali si affiancheranno alcuni dei migliori cultori e cultrici della scienza economica, come anche imprenditori e imprenditrici- nel presupposto che “la salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali dell’economia mondiale”, si propone dunque di individuare i correttivi di “modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future”.

È stato commentato che con questo evento si passa dagli alberghi extralusso di Davos, con accesso diretto alle piste di sci delle Alpi svizzere, agli eremi low-cost del Monte Subasio, nel cuore dell’Umbria smeraldina, con annesso un impianto di risalita in Paradiso. Più che Davos in definitiva un anti-Davos. La Chiesa -come in più occasioni ha scritto Piero Schiavazzi, vaticanista dell’Huffington Post, di Limes e docente di geopolitica vaticana della Link Campus University- “giunge cronologicamente in extremis a una compiuta, moderna consapevolezza dei problemi sociali e ambientali del nostro tempo, scontando in ambedue i casi un ritardo cinquantenario (tanto intercorre, quasi, tra il Manifesto di Marx e l’Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, da un lato, e fra le origini del movimento ecologista e la stesura di Laudato Si’, dall’altro). Poi però si riscatta e annoda i fili delle due tradizioni, unificandole. Risalendo posizioni e ottenendo un upgrade dai vagoni di coda sino alla testa del convoglio. Prospettando con Bergoglio soluzioni unitarie, globali e inedite. Benché inaudite, radicali e provocatorie”.




«Dafne»: un film che dà voce ai piccoli

Dafne-locandinadi Stefano Liccioli • Un paio di anni fa fece abbastanza scalpore la notizia, riportata anche dal Corriere della Sera, che in Islanda stanno scomparendo i bambini down:«Negli ultimi anni, in media, nascono una o due persone con sindrome di Down all’anno, su una popolazione vicina ai 335 mila abitanti nell’isola del Nord Europa. Ma la tendenza è di fare in modo che anche questo non accada più: la maggioranza delle donne che ricevono risposta positiva al test prenatale circa la presenza di anomalie cromosomiche nel feto, infatti, mettono fine alla gravidanza. Le stime indicano una percentuale ormai vicina al 100 per cento» (Corriere della sera, 22 agosto 2017).

Quello che in Islanda sta accandendo su larga scala rientra in quella logica che ai giorni nostri, anche in Italia, valorizza l’efficientisimo esasperato e tende a scartare ed emarginare tutto quello che non rientra in certi canoni di perfezione: i bambini Down piuttosto che gli anziani. A tal proposito Papa Francesco è intervenuto più volte, fin dall’inizio del suo pontificato:«Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano» (Udienza generale – 5 giugno 2013).

Da pochi mesi è uscito nelle sale cinematografiche “Dafne”, il film del regista fiorentino Federico Bondi, già noto al pubblico per il film “Mar Nero” (2008), premiato anche al festival di Locarno.

Il lungometraggio racconta la vicenda di Dafne, una ragazza proprio con la sindrome di Down, che, alla morte della madre, accompagna il padre nel percorso di elaborazione del lutto. L’idea della storia è nata da un’immagine colta dal regista ad una fermata dell’autobus: un padre anziano e sua figlia portatrice della sindrome di down che si tenevano per mano.

In un’intervista Bondi ha precisato però che non si tratta di un film sulla diversità:«Non volevo fare un film sulla sindrome di Down e neanche sulla diversità in generale. Volevo cercare di approfondire quelle che sono le risorse che ognuno di noi ha dentro». La chiave di lettura fornita dal regista ci aiuta a riconoscere che qualsiasi persona ha, a suo modo, una ricchezza che la rende unica e preziosa, senza la quale il mondo sarebbe più povero.PCOC6683-1024x682

Dando una lettura evangelica di tutto ciò, Dafne e tutti quelli come lei ci ricordano quei piccoli di cui parla Gesù nel Vangelo di Matteo:«Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e ai saggi e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).

Proprio coloro che la nostra società vorrebbe tenere ai margini hanno quella semplicità di cuore che li permette di conoscere il segreto della vita perché liberi dalla presunzione di sapere tutto e li rende pronti invece ad accogliere la novità del Regno di Dio.

Rendiamo merito dunque a Federico Bondi ed a tutti quanti hanno il coraggio di farci guardare la vita e la realtà dalla prospettiva di quelli a cui molti vorrebbero togliere la parola perché considerati inutili.




Quando l’aiuto non aiuta

COVER-aiuto-PROCESSATO_1-page-001di Giovanni Campanella • Nel mese di aprile 2018, la casa editrice Castelvecchi ha pubblicato, all’interno della collana “Irruzioni”, un piccolo libro, intitolato Aiuto! – Giustizia e sussidi internazionali. Il titolo originale è International Justice and Aid. Do we need some scheme of redistribution of income at the world level along the lines of what most countries have at the national level?. L’autore è Joseph Eugene Stiglitz.
Stiglitz, classe 1943, è un economista statunitense e Premio Nobel per l’Economia nel 2001. Ha insegnato nelle più prestigiose università degli Stati Uniti e del mondo: Yale, Stanford, Princeton e, dal 2003, alla Columbia University.

«È stato capo del dipartimento di ricerca economica della Banca Mondiale, dove ha ricoperto anche la carica di vicepresidente. Ha avuto numerosi incarichi governativi e dal 2003 è membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali» (copertina).

Il libro ha uno stile divulgativo e anche chi non è esperto di temi economici riuscirebbe a leggerlo senza difficoltà. L’autore illustra alcuni pregi e difetti delle precedenti e delle attuali politiche internazionali di aiuto allo sviluppo dei paesi più poveri. Avanza poi delle proposte per il futuro.

È noto che spesso certi finanziamenti vanno a rimpinguare le tasche di classi dirigenti corrotte o ad accrescere armi ed eserciti piuttosto che essere davvero destinati al rafforzamento delle infrastrutture o del tessuto produttivo di un Paese. Ciò può avvenire all’insaputa del benefattore. Ma può anche avvenire col benestare dal benefattore. In tal caso si chiama “aiuto allo sviluppo” ciò che in realtà ha altri obiettivi: Stiglitz fa l’esempio dei soldi inviati al Congo di Mobutu, unicamente volti a “persuaderlo” a non aderire al blocco sovietico.
A volte, le condizioni imposte per ricevere gli aiuti vanno paradossalmente a detrimento dello sviluppo dello stesso beneficiario.4252

Ricevere soldi può essere di grande aiuto ma a ciò deve necessariamente accompagnarsi la capacità e la possibilità di impiegarli bene. A tal proposito, Stiglitz menziona la lettera che papa Benedetto XVI indirizzò alla Cancelliera Angela Merkel in occasione del G8 del 2007. In essa, si evidenzia che gli aiuti hanno poca efficacia se rimangono in piedi barriere commerciali e pesanti debiti da dover saldare. Spesso i debiti dei paesi in via di sviluppo si aggravano semplicemente perché i relativi prestiti sono stati fatti in valuta forte e quindi sottoposti a un forte rischio di cambio. È giusto che buona parte di tale rischio sia trasferito, con apposite assicurazioni, in capo a paesi più forti e in grado di sostenerlo.

Infine, scagliandosi contro alcuni studi che ritiene errati, Stiglitz afferma con forza che la riduzione delle disuguaglianze attraverso una oculata redistribuzione della ricchezza è una forte spinta alla crescita.

Dare”…. quasi sempre non basta. L’autore considera indubbiamente molto importanti i trasferimenti dai ricchi ai poveri ma l’aiuto “aiuta” quando ricevere ed impiegare bene sono un tutt’uno.




Sulle lettere mai spedite di Girolamo Savonarola

51lyGInxqdL._SX258_BO1,204,203,200_di Andrea Drigani La bimillenaria storia della Chiesa ci presenta, sovente, anche se con modalità diverse, una serie di atteggiamenti, episodi ed azioni di ribellione o di opposizione al Romano Pontefice. Tali contestazioni sono apparse cagionate da motivi assai variegati e talvolta pure incomprensibili per non dire misteriosi. In effetti è alquanto arduo superare il detto di Gesù: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,18-19). Tuttavia, sempre dalla storia ecclesiastica, riguardo alle vicissitudini connesse alle lotte contro il Vescovo di Roma, riceviamo delle testimonianze che sono delle grandi lezioni di fedeltà e di amore alla Chiesa e al suo Fondatore: Gesù. Una di queste ci viene dalla vita di Girolamo Savonarola (1452-1498), in particolare da una vicenda ben descritta dal suo massimo biografo Roberto Ridolfi (1899-1991). Si tratta di alcune lettere che il Frate preparò, ma che mai inviò. L’evento (cfr. Roberto Ridolfi, «Vita di Girolamo Savonarola», Firenze, 1981, 343-344; 633-634) prende le mosse da alcuni pensieri del Savonarola sul Concilio, esternati in diverse prediche. Si poneva, infatti, la questione se un Concilio Ecumenico potesse essere in grado di riformare la Chiesa, anche se annotava «chi reforma debbe essere prima reformato lui»; era evidente l’allusione a Papa Alessandro VI (1430-1503). Per il Frate il Concilio con la grazia dello Spirito Santo, che è realmente forma della Chiesa, poteva essere in grado di procedere ad una riforma, ma era convinto che Alessandro VI non avrebbe fatto alcunchè per riformare e di conseguenza neanche per indire il Concilio. Savonarola, allora, ipotizzò di coinvolgere i sovrani d’Europa affinchè ponessero le dovute pressioni sul Papa per convocare il Concilio o addirittura, dinanzi al suo rifiuto, di promuovere loro stessi la convocazione del Concilio. Il Frate scrisse in latino le bozze di queste lettere (che furono studiate e pubblicate dallo stesso Ridolfi) indirizzate all’Imperatore del Sacro Romano Impero, al Re di Francia, al Re e alla Regina di Spagna. Nella minuta da inoltrare a Carlo VIII, Re di Francia, Savonarola esprimeva perfino la considerazione che Alessandro VI non era da ritenersi Papa, non solo per la sua simoniaca e sacrilega elezione e per i suoi peccati pubblicamente commessi, ma in quanto non era cristiano, non avendo alcuna fede. Il Frate si proponeva di scrivere anche al Re d’Inghilterra e al Re d’Ungheria. 220px-Girolamo_Savonarola_by_Fra_Bartolommeo_(1497)Pur ritendo che vi erano le condizioni perché venisse convocato il Concilio anche contro la volontà del Papa, Savonarola non se la sentì, come osserva Ridolfi «di sommuovere, pur per un fine santo, la Chiesa di Cristo». Savonarola ritenne, da vero cristiano quale era, di escludere vie estreme, consapevole che «questo è il modo delle cose di Dio: andare piano piano». Il Frate decise pertanto di non inviare quelle lettere, costituendo esse un rimedio peggiore del male. Ridolfi riporta l’osservazione del teologo domenicano Giacinto Arturo Scaltriti per il quale la rinuncia del Frate a questa arma, (un’arma non spuntata), lo fa un martire del primato di Pietro, primato che il Savonarola aveva ben esposto, sviluppato e difeso nel suo trattato apologetico «Triumphus Crucis».




Ebrei e cristiani, il dialogo tra Benedetto XVI e il rabbino capo di Vienna Arie Folger

9788892218925_0_221_0_75di Dario Chiapetti • Ebrei e cristiani (a cura di E. Guerriero, San Paolo, Cinisello Balsamo, Mi, 2019, 142 pp., 15 euro) raccoglie la corrispondenza tra il papa emerito Benedetto XVI e il rabbino capo di Vienna Arie Folger sul dialogo interreligioso tra i due suddetti soggetti, ma anche alcuni documenti magisteriali e pronunciamenti di papa Francesco sul tema. Il testo, dopo una Prefazione del rabbino e un’Introduzione del Curatore, riporta, al primo capitolo, il testo «Grazia e chiamata senza pentimento. Osservazioni sul trattato De Iudaeis» di Benedetto XVI (2017) in risposta al documento della Commissione vaticana per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo, presieduta dal card. Koch – I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (2015) – in occasione del cinquantesimo della promulgazione della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate (1965). Il secondo capitolo si compone della riproposizione del testo di Folger (2018) col quale questi risponde pubblicamente al suddetto scritto del papa emerito, e il successivo e conseguente cordiale scambio epistolare tra i due (2018), rimasto fino ad ora privato. Il terzo e ultimo capitolo raggruppa alcuni interventi magisteriali come Nostra Aetate 4; la Prefazione di Ratzinger al documento della Pontificia Commissione Biblica Il Popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia Cristiana (2001); l’Udienza generale interreligiosa di papa Francesco (2015); la Dichiarazione Tra Gerusalemme e Roma. Riflessioni a cinquant’anni da Nostra Aetate (2017), fatta propria dalla Conferenza dei Rabbini d’Europa, il Consiglio Rabbinico d’America e il Gran Rabbinato dello Stato d’Israele; e infine il Discorso di papa Francesco ai rappresentanti delle tre menzionate organizzazioni religiose ebraiche (2017).

Il presente libro offre innanzitutto l’opportunità di entrare nel vivo del pensiero di un grande intellettuale come il papa emerito su un tema di così grande importanza – e di cui questi si è sempre occupato con grande interesse nei suoi anni di pontificato – come quello del rapporto tra ebrei e cristiani. Come detto, il carteggio tra Benedetto XVI e Folger ha avuto inizio con la replica del papa emerito – il menzionato «Grazia e chiamata senza pentimento» – al suddetto testo della Commissione vaticana per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo che, nel celebrare l’anniversario di Nostra Aetate, ha affermato chiaramente che gli ebrei hanno parte nella salvezza di Dio. Ratzinger, ha chiesto di approfondire teologicamente alcune tematiche offrendo già alcune riflessioni. In primo luogo, la teoria della sostituzione, secondo cui Israele non è più portatore delle promesse di Dio a causa del suo rifiuto di Gesù Cristo, va sì respinta – in quanto di essa questi dice che mai è entrata nel dogma – ma anche approfondita. Benedetto XVI prova a identificare alcuni ambiti di riflessione al fine di precisare i termini di questa questione. In campo morale, non vi è alcuna sostituzione bensì una sostanziale continuità tra Israele e la Chiesa cattolica. Quanto al culto del tempio e le disposizioni cultuali, occorre invece osservare come già l’Antico Testamento abbia criticato fortemente i sacrifici degli animali contrapponendovi un sacrificio del cuore contrito. In tal senso, il sacrificio di Gesù non sostituisce quelli antichi ma si pone come vertice del cammino del popolo col suo Dio. In secondo luogo, è posta l’attenzione alla questione dell’alleanza mai revocata. Ratzinger precisa che il termine alleanza è presentato dalla Scrittura come nozione in sé dinamica. Molteplici sono le alleanze: quella di Abramo, Noè, Mosè, Geremia, Ezechiele. A ciò si deve poi aggiungere che accanto alla realtà dell’alleanza va considerata anche la realtà del fallimento degli uomini, ebrei e cristiani, nel rimanervi fedeli. In terzo luogo, è tematizzata la questione della promessa del territorio. Se lo Stato di Israele era stato concepito, nel suo sorgere, come Stato laico basato sul diritto di ogni ebreo ad avere un proprio territorio come qualsiasi altro popolo, successivamente si è fatta strada la concezione di uno Stato come adempimento sia politico che religioso delle promesse di Dio a Israele. Ebbene, secondo il papa emerito lo Stato d’Israele può essere concepito certamente come un segno dell’alleanza con Dio, non però come la realizzazione della relativa promessa divina. Il papa emerito mostra in ciò cautela, una cautela che per Guerriero nasce proprio dall’esperienza interna della Chiesa: «proprio l’esperienza cattolica con lo Stato della Chiesa di cui solo a fatica i papi si sono liberati insegna a essere più cauti» (p. 31).rtr28zc7_2576022

Questo intervento di Ratzinger è il più denso e da esso ci si accorge come il tentativo di questi consista nel tenere fissi i punti fondamentali dell’insegnamento magisteriale – Cristo come sola via di salvezza – cercando di approfondirne al contempo l’intelligenza nella direzione dell’affermazione sia della rinuncia alla missione verso gli ebrei che della fraternità tra questi e i cristiani.

Ora, l’intervento di Ratzinger, recepito da alcuni teologi, tra i quali Michael Böhnke, come un ritorno a prima del Vaticano II, fu difeso proprio da Arie Folger, così come ci si rende conto dai suoi due interventi riportati. Il rabbino riconobbe il carattere ad intra del testo e tuttavia precisò che, se la dottrina della sostituzione non è mai stata accolta formalmente dalla Chiesa, essa era in qualche modo parte di una certa mentalità tra i cristiani e da essa presero avvio le umiliazioni e le persecuzioni nei confronti degli ebrei. Allo stesso tempo, Folger ha apprezzato di Ratzinger le affermazioni sul non superamento della Bibbia ebraica e della legge, nonché i tentativi teologici per fondare la fraternità tra coloro che appartengono alle due confessioni, facendo, a tal proposito, anche presente gli sforzi fatti da parte ebraica per ammettere una salvezza universale anche per i non ebrei, basata cioè unicamente sull’alleanza con Noè.

È chiaro che la questione spinosa rimane quella cristologica e su questa né Benedetto XVI né Folger possono trattare. Ratzinger riserva saggiamente all’eschaton la sua risoluzione. Eppure con Francesco si è imposta una strada di fraternità – «da nemici ed estranei siamo diventati amici e fratelli», si legge in uno dei suoi due interventi ripostati nel capitolo terzo – che già ora ci inserisce in un movimento di conversione personale e ci orienta – il «non occupare spazi ma avviare processi» di Evangelii Gaudium – al futuro del giorno ultimo, vivendo e pregustando così nel presente il comandamento nuovo. Se l’amore di Cristo è così seriamente accolto da noi che a tale amore fraterno ci sospinge, non siamo forse lontani dal regno dei cieli. Ed è in tale orizzonte che questo libro invita ad entrare.