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Posted on 1dic, 2018

«La forza della parola». La Lettera dei vescovi toscani su comunicazione e formazione a 50 anni dalla morte di don Lorenzo Milani

downloaddi Gianni Cioli • La recente lettera della Conferenza episcopale della Toscana su «comunicazione e formazione a 50 anni dalla morte di don Lorenzo Milani» è un documento sui generis – un libretto di 88 pagine – che appare in sintonia con quanto auspicato dal papa in occasione del suo pellegrinaggio a Barbiana sulla tomba di don Lorenzo. A conclusione del suo discorso Francesco aveva infatti affermato: «non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. In una lettera al vescovo scrisse: “Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato…”. Dal card. Silvano Piovanelli, di cara memoria, in poi gli arcivescovi di Firenze hanno in diverse occasioni dato questo riconoscimento a don Lorenzo. Oggi lo fa il vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani – non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco –, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa.

Con la mia presenza a Barbiana, con la preghiera sulla tomba di don Lorenzo Milani penso di dare risposta a quanto auspicava sua madre: “Mi preme soprattutto che si conosca il prete, che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa e che la Chiesa renda onore a lui… quella Chiesa che lo ha fatto tanto soffrire ma che gli ha dato il sacerdozio, e la forza di quella fede che resta, per me, il mistero più profondo di mio figlio… Se non si comprenderà realmente il sacerdote che don Lorenzo è stato, difficilmente si potrà capire di lui anche tutto il resto. Per esempio il suo profondo equilibrio fra durezza e carità” (Nazareno Fabbretti, “Incontro con la madre del parroco di Barbiana a tre anni dalla sua morte”, Il Resto del Carlino, Bologna, 8 luglio 1970). Il prete “trasparente e duro come un diamante” continua a trasmettere la luce di Dio sul cammino della Chiesa. Prendete la fiaccola e portatela avanti! Grazie» (Francesco, Discorso commemorativo in occasione della visita alla tomba di don Lorenzo Milani, 20 giugno 2017 link .

La lettera della Conferenza episcopale della Toscana è sicuramente, sulla scia del pellegrinaggio e del discorso di Francesco, un atto di «purificazione della memoria» compiuto dalla Chiesa, ma soprattutto – non volendo certo risolversi antievangelicamente in un monumento al profeta incompreso dai padri (cf. Mt 23,27-32; Lc 11,47-48) – è un tentativo di raccogliere la fiaccola di don Lorenzo per portala avanti, interrogandosi sulla possibile attualità del suo carisma e del suo messaggio. In questa prospettiva, anche alla luce di numerosi spunti offerti dal magistero di Francesco, i vescovi hanno giudicato particolarmente significativa e attuale la riflessione di don Milani sul primato della comunicazione e sul valore della parola. La Chiesa appare oggi profondamente consapevole della necessità e dell’urgenza di comunicare il vangelo e si pone contestualmente alla ricerca in un nuovo linguaggio per l’annuncio della fede. Il carisma profetico di don Milani, concretizzatosi in particolare nella sua riflessione e nella sua attività di comunicatore e di formatore, sotto il costante stimolo della forza della parola, può dunque risultare per i vescovi toscani un impulso vivo e attuale, da cui lasciarsi scuotere affinché il fuoco del vangelo non si esaurisca e possa essere trasmesso alle generazioni di oggi e a quelle future.

Il testo dei vescovi si articola in otto capitoletti. Nel primo, di carattere introduttivo, si spiega la ragione fondamentale del documento, ovvero la consapevolezza dell’urgenza di restituire dignità alla parola, accogliendo, sull’esempio di don Milani, la sfida di vivere l’evoluzione del linguaggio come opportunità per annunciare il vangelo oggi. Nel secondo, Parole vuote e parole piene, ci si interroga sulla possibile crisi della parola nel tempo dei social media e sui possibili rimedi: occorre «offrire ai poveri non le parole vuote della retorica e della distrazione, ma quelle piene della verità e della giustizia» (p. 22). Occorre dunque semplificare il linguaggio senza banalizzarlo. Nel terzo capitolo, Parola che fa uguali, ci si sofferma sulla testimonianza di vita e sull’insegnamento di don Lorenzo Milani, mettendo in evidenza la sua convinzione che «solo la lingua fa eguali» (p. 15) e che occorre restituirla con urgenza ai poveri. Nel quarto capitolo, Parola che distrae, si riflette sulla degenerazione odierna del linguaggio, spesso banale, ingannevole e violento, e talora finalizzato, anziché alla comunicazione, alla manipolazione delle masse attraverso proposte accattivanti e orientate a distrarre dai veri problemi, una deriva, questa, della quale si diceva preoccupato già lo stesso don Milani in Esperienze pastorali. Nel quinto capitolo, Parola che forma, con riferimento all’impegno educativo di don Milani, come pure alla odierna riflessione della Chiesa italiana (cf. Conferenza episcopale italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020), si considera soprattutto la valenza formativa della parola. «Uno degli obiettivi indubbiamente più alti che l’essere umano è chiamato a raggiungere per mezzo della parola è quello dell’educazione. Solo la parola possiede la forza di nominare le cose, descriverle e valutarle» (p. 47). La parola presuppone e incrementa le relazioni sociali. La sfida educativa «è sempre e prima di tutto un’attenta e costante opera di discernimento, attraverso la quale imparare a sintonizzare le nostre parole, la nostra comunicazione e il nostro stesso cuore con le persone alle quali ci rivolgiamo» (p. 51). Nel sesto capitolo, Parola che informa, partendo dal desolante panorama di una comunicazione tanto pervasiva quanto poco affidabile (fake news) si esortano i cristiani ad impegnarsi al meglio per una informazione obiettiva: «Più il clima in cui viviamo si avvelena per il diffondersi di notizie false e distorte, tanto più cresce la nostra responsabilità nei confronti della verità alla quale il vangelo stesso continuamente ci richiama» (p. 56). Questa esortazione assume un particolare significato in una regione, come la Toscana, nella quale alla comunità ecclesiale fanno capo numerosi strumenti della comunicazione nel mondo del web e dei social, della radio-televisione, della carta stampata, del cinema e del teatro.

Gli ultimi due capitoli, Parola che incanta, accarezza e guarisce (VII), e Parola che annuncia (VIII), sono dedicati rispettivamente alla forza terapeutica della parola, e alla «forza dell’annuncio» che, afferendo alla parola, esige che questa non sia mai separata dalla coerenza della vita, pena la sua assoluta inconsistenza.

Nella Conclusione i vescovi rilanciano l’invito a tenere vivi gli interrogativi e le provocazioni di don Milani con l’auspicio che la loro lettera possa stimolare le comunità cristiane a prendere maggiore coscienza del valore della parola e della responsabilità affidata ai credenti proprio come uditori e discepoli della Parola.

Ritengo che l’invito, formulato dal papa e rilanciato dai vescovi toscani: «Prendete la fiaccola e portatela avanti!», possa e debba essere recepito anche e specialmente dalla teologia, che si pone a servizio della missione della Chiesa. Essa è chiamata in questo tempo, il tempo della Chiesa di papa Francesco, ad affrontare sfide analoghe a quelle sostenute a suo tempo, in posizione di avanguardia, dal priore di Barbiana. Egli fu disposto ad annunciare la Parola, insistendo opportune, importune (2Tim 4,2). Lo fece affrontando il rischio dell’interpretazione dei segni dei tempi e accollandosi la fatica della formazione dei poveri. In questo drammatico “oggi” in cui le masse – forse più attratte dalle seduzioni dei populismi e dei sovranismi che da quelle del comunismo – si mostrano sempre meno disposte ad ascoltare la voce della Chiesa, la teologia deve trovare il coraggio di “abitare le frontiere”, assumendosi il rischio d’interpretare i segni dei tempi e accollandosi la sfida di contribuire alla formazione delle coscienze.