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Posted on 1dic, 2019

Da Oriente. Scritti di Olivier Clément nel decimo anniversario della sua scomparsa

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da-oriente-369458di Dario Chiapetti • A dieci anni dalla scomparsa del teologo e scrittore ortodosso francese Olivier Clément (1921-2009) viene presentato al lettore Da Oriente. Ecumenismo, Europa, spiritualità (Avvenire – Vita e Pensiero, Milano 2019, 198 pp., 15 euro). Questo testo è una raccolta degli interventi apparsi all’interno di una rubrica del quotidiano Avvenire dal 1990 al 2008, dedicata all’ascolto del punto di vista ortodosso su varie tematiche come quelle ecclesiali, politiche e sociali.

Il teologo ortodosso francese (1921-2009), appartenente al patriarcato di Mosca, è una figura di intellettuale che molto ha contribuito al rinnovamento del cristianesimo ortodosso del secolo scorso, soprattutto europeo, e dell’impegno ecumenico. Convertito al cristianesimo in età adulta, autore di molte opere nonché editore degli scritti di altrettanto grandi pensatori russi come Pavel Evdokimov, Vladimir Solov’ev, Nikolaj Berdjaev, ha interloquito col Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Atenagora, Giovanni Paolo II e tante altre figure di spicco del cristianesimo contemporaneo.

Nella presente raccolta, così come si evince dal sottotitolo, emergono tre tematiche principali: l’ecumenismo, l’Europa e la spiritualità. Esse vengono riprese e trattate lungo tutto lo sviluppo del libro che si suddivide in cinque capitoli – Ecumene; Testimoni e protagonisti; Tra la nascita e la risurrezione; La via della bellezza; Il tempo della crisi – nei quali emerge vivo il ritratto di Clément – un uomo «capace di guardare e vedere oltre» come scrive Enzo Bianchi nella Prefazione – attraverso le sue riflessioni sul cristianesimo, sul suo nucleo essenziale, sulla sua parabola storica, sulle sue prospettive per il futuro.

Degno di nota e indicativo dello spessore spirituale e intellettuale dell’Autore è il suo primo intervento, datato 3 settembre 1995, dove questi, volutamente e quasi «scusandosi» col pubblico, non si sente di poter non porre l’avvio del suo impegno sulle pagine del suddetto quotidiano che con una riflessione teologico-trinitaria tanto breve quanto ragguardevole per profondità. Il pianeta si unifica ma non è comunione – esordisce -, la piena koinonia umana è manifestata nell’eucaristia che «integra tutti i fedeli al corpo di Cristo, al quale ognuno, divenendo a poco a poco persona (cosa non facile), è chiamato a dare il proprio volto». Un vera e propria ontologia dell’alterità e, specificamente del volto, è tratteggiata: l’uomo, nella comunione ecclesiale, esprime col suo volto, con la sua specificità unica, il corpo di Cristo. Tale ontologia è fondata nella koinonia trinitaria al cui fondo vi è, ancora, un volto. Scrive Clément che «l’abisso della divinità non è impersonale: è un abisso paterno. Abbà» da cui prende avvio quel mistero trinitario che «riunisce, inseparabilmente, l’unità assoluta e l’alterità assoluta». È proprio il dogma di Calcedonia a fissare e esibire la particolarità del cristianesimo: l’unione senza separazione e senza confusione tra l’uomo e Dio. A differenza dell’Asia, come appare chiaramente nel buddismo, che celebra «l’unità dove tutto viene inghiottito» o del Dio in cielo e dell’uomo sulla terra dell’Islam.585f8b88-fc41-480b-a2ce-8f31689d1bb8_xl

Ma tale peculiarità del cristianesimo si è offuscata tra i credenti. Se l’Occidente «difende i diritti degli individui divisi», ciò è dovuto all’indebolimento della comprensione della «divinoumanità» – quella realtà, centrale dell’economia salvifica, di comunione tra Dio e l’uomo, la quale ha confini cosmici. Quando la fede è ridotta a pietismo verso un Gesù che si rivolge all’“anima mia”, il moralismo, il rigetto del cristianesimo, la reazione fanatica a tale rigetto, il nichilismo, l’impazzire dell’uomo, tanto religioso quanto non, vengono da sé.

Eppure, ci troviamo difronte a un «cratere spento? No, è appena l’aurora». Il destino del cristianesimo occidentale «permette ai cristiani di accettare pienamente la fine della cristianità e di scoprire a poco a poco un significato più profondo dei Vangeli». E spiega: «i tempi di cristianità hanno peccato gravemente contro il dono più prezioso del Vangelo all’umanità: la libertà. Il Dio che si fa bambino non si impone». Pertanto, occorre «finirla con il lungo processo che la modernità ha intentato contro Dio… E rendere testimonianza di un Dio che libera la vita dalla morte». Occorre passare dal concepire Dio come sacro – ciò impone separare Dio dal profano, ossia dalla sua creazione – al pensarlo, come la Bibbia ce lo presenta, come Santo – il tre volte Santo, colui che abbraccia tutto -.

In tal senso l’Europa deve riscoprire le sue (autentiche) radici cristiane: quello spirito cristiano che ha accolto e raccolto in sé, rifondandolo in una nuova prospettiva, la filosofia greca e il diritto romano, quello spirito monastico come testimonianza della vita umana trasfigurata, che dà spazio ai “desideri della persona” oltre i “bisogni della natura” e così al desiderio di quel Dio del Vangelo che porta a promuovere cultura, santificare ogni tipo di relazione, quella col proprio coniuge, col malato, con lo straniero, con la materia: da qui nasce il lavoro, l’arte, la liturgia. Cristo – «il bambino [che] non si impone», il Crocifisso – è per Clément «la chiave di unificazione del pianeta e dell’incontro delle religioni» e il cristianesimo è il fermento di questa comunione divinoumana senza separazione e confusione.

Quanto all’Ortodossia, essa ha il grande compito di aprire lo scrigno di fede, Tradizione e spiritualità che ha tra le mani, non di sedercisi sopra. Il “trionfo dell’Ortodossia” – festa liturgica particolarmente cara alle Chiese ortodosse – non ha niente, di per sé, niente a che fare con aspetti nazionalistidi Leonardo Salutati ci ma viene celebrata con verità «ogni volta che noi rispettiamo e serviamo l’altro come un’icona».

Ancora una volta, il suggerimento che Autori come Clément rivolgono a noi a guardare ad Oriente, come a quel tesoro da scoprire per uscire dagli stagni di una Chiesa molto ripiegata sulla storia – occupare spazi – senza che essa manifesti la storia infiammata di eschaton – avviare (effettivi e inauditi) processi -, risulta quanto mai interessante, urgente e promettente.