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Posted on 1dic, 2019

Il caos in Iran e il profilo dell’oligarchia islamica

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2di Mario Alexis Portella Tutti noi abbiamo visto su internet o al telegiornale o abbiamo letto su alcuni giornali il caos in Iran. Gli iraniani, lottando per far fronte al disagio economico — segnato dall’inflazione, una moneta svalutata e un’elevata disoccupazione — il 15 novembre sono scesi in strada per protestare contro l’improvviso aumento dei prezzi del carburante. Alcuni manifestanti hanno bruciato stazioni di servizio e distrutto edifici governativi, colpendo in particolare le banche. Il regime islamico, per poter sopprimere le proteste, oltre a reagire con la forza, ha bloccato l’uso di internet in tutto il paese. I media occidentali asseriscono che il governo dispotico sia sull’orlo di crollare, ma questo non è affatto vero.

L’Iran ha le seconde maggiori riserve di gas naturale e le quarte riserve di greggio al mondo e la vendita di queste risorse rappresenta oltre l’80 percento delle sue entrate dall’esportazione. La Repubblica islamica quindi dipende fortemente dalle entrate petrolifere per finanziare il suo avventurismo militare nella regione e sponsorizzare milizie e gruppi terroristici. Il bilancio presentato dall’Iran nel 2019 è stato di quasi 41 miliardi di dollari, il regime si aspettava di generare circa 21 miliardi di dollari solo dalle entrate petrolifere. Ciò significa che circa la metà delle entrate del governo iraniano proviene dall’esportazione del petrolio verso altre nazioni. Anche se il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, si vanta dell’economia autosufficiente del paese, molti leader iraniani hanno recentemente ammesso la terribile situazione economica che il governo sta affrontando, in gran parte a causa delle nuove sanzioni statunitensi. Parlando nella città di Kerman, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha riconosciuto per la prima volta che “l’Iran sta vivendo uno degli anni più difficili dalla rivoluzione islamica del 1979” e che “la situazione del paese non è normale”.

Rapporti non ufficiali compilati dagli esiliati iraniani suggeriscono che circa 200 persone sono state uccise e circa 3.000 ferite dopo che Rouhani ha ordinato alle forze di sicurezza di occuparsi della cosa, in quanto lui ha classificato le proposte talvolta violente del popolo come una una rivolta sediziosa; il non-profit Center for Human Rights in Iran, con sede negli Stati Uniti, ha affermato che le forze di sicurezza hanno arrestato almeno 2.755 persone.

Khamenei, è andato oltre, sostenendo che le proteste non erano altro che “sabotaggi e incendi” condotti da “teppisti, non dal nostro popolo”. Come spesso accade quando il regime iraniano si trova sotto pressione, gli ayatollah ricorrono alla forza bruta della Guardia Rivoluzionaria Islamica (IRGC), come hanno fatto durante la Rivoluzione Verde nel 2009 quando ci furono giuste proteste contro il risultato delle elezioni di Mahmud Ahmadinejad come presidente; e quelli di noi che sono più adulti si ricordano ancora che le grandi proteste antigovernative della rivoluzione islamica del 1979 hanno portato all’estromissione dello Shah Mohammad Reza Pahlavi e di conseguenza alla crisi degli ostaggi americani, durata 444 giorni, quando i giovani studenti iraniani fecero irruzione nell’ambasciata Usa a Teheran, tenendo in ostaggio i cittadini e il personale di ambasciata.

L’allontanamento di Pahlavi era un déjà-vu della deposizione, per opera della CIA, del Primo Ministro dell’Iran Mohammad Mossadegh nel 1953 reo di aver tentato di nazionalizzare il petrolio della sua nazione. Quello fu l’anno in cui la CIA prese di mira l’Iran con la sua prima operazione di cambio di governo. La CIA aveva chiesto al presidente Harry Truman (1945-1953) il permesso di avviare un colpo di stato per aiutare le compagnie petrolifere britanniche, che la CIA sapeva che avrebbero distrutto il popolo iraniano con la democrazia. A suo eterno merito, va detto che Truman disse di no. Ciò non ha però fermato la CIA. Non appena il presidente Dwight D. Eisenhower è divenuto presidente nel 1953, la CIA ha rinnovato la sua richiesta di colpo di stato, sostenendo che Mossadegh era un “comunista”.3

La rimozione di Mossadegh riportò al potere il giovane Shah Pahlavi, dando così all’élite qualcuno che potevano manipolare per amministrare il commercio petrolifero dell’Iran. Tuttavia, negli anni ’70 lo Shah, nonostante la rigidezza della polizia segreta, lo SAVAK, fu in grado di ristrutturare l’Iran in una società altamente sviluppata attraverso riforme educative, infrastrutturali e giuridiche; come il voto delle donne, la creazione di ospedali efficienti, oltre alle leggi sulla libertà religiosa. Egli rese il suo paese uno dei principali produttori mondiali del petrolio. Quando cercò di nazionalizzare il petrolio del suo paese, il che avrebbe significato che i paesi del Regno Unito e dell’America non avrebbero più dettato la politica in Iran, fu estromesso. Poco tempo dopo, nel novembre 1979 il presidente Jimmy Carter dette asilo a Pahlavi negli Stati Uniti per motivi umanitari, ma contemporaneamente ha aiutato l’Ayatollah Khomeini, che era in esilio in Francia sotto la protezione del presidente (socialista) François Mitterrand, ottenendo il controllo “momentaneo” dell’Iran ma istituendo una teocrazia islamica che la maggioranza degli iraniani sta affrontando.3

Dopo che il regime iraniano ha ripristinato l’Internet, almeno in parte, sono state pubblicate nuove informazioni e video sulle proteste mostrando come le forze di sicurezza hanno represso i manifestanti; le forze di sicurezza in borghese, arrestano, picchiano e trascinano le persone per strada dove in molti casi i manifestanti vengono ammazzati e il suono degli spari può essere udito mentre i manifestanti sono in esecuzione. Tanti sono stati gli arrestati a Teheran che la prigione centrale della capitale non poteva accoglierli tutti, Hassan Khalilabadi, capo del consiglio comunale di Shahr-e Rey, nel sud di Teheran, dove si trova la prigione.

Sina Toossi, una ricercatrice presso il National Iranian American Council, un gruppo, con sede a Washington, che cerca di promuovere legami tra americani e iraniani, ha affermato che “il governo iraniano non tollera un’assemblea pacifica dove la gente comune possa esprimere le proprie lamentele … Se l’Iran è sincero nel fare una distinzione tra proteste e rivolte, dovrebbe almeno facilitare questo primo passo nel consentire alle persone di esprimere pubblicamente le loro rimostranze”.

Il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo ha detto che “ha chiesto ai manifestanti iraniani di inviarci i loro video, foto e informazioni che documentano la repressione del regime nei confronti dei manifestanti. Gli Stati Uniti esporranno e sanzioneranno gli abusi”.

Toossi, comunque, ha avvertito che “il governo americano non dovrebbe confondere l’espressione iraniana delle loro legittime lamentele e la rabbia contro il proprio governo come un benvenuto ad una nuova interferenza degli Stati Uniti negli affari interni dell’Iran”, la cui massima espressione era un colpo di stato orchestrato dalla CIA nel 1953 nella quale, come ricordavo, il Primo Ministro iraniano, eletto democraticamente, è stato rimosso. “L’intervento degli Stati Uniti negli affari interni dell’Iran ha una lunga e brutta storia e ha solo peggiorato le cose per il popolo iraniano e la stabilità regionale”.

E’ da ricordare che l’Iran, prima della caduta dello Shah, era, a parte la Turchia di Mustafa Kemal Atatürk, il luogo più tollerante verso le religioni non-islamiche in Medio Oriente. Il cristianesimo, come l’ebraismo, anche se è sempre stata una religione di minoranza — i cristiani in Iran vivono principalmente nella capitale Teheran e nelle città di Isfahan e Shiraz, ci sono almeno 600 chiese per 300.000–370.000 cristiani nel paese — e pur avendo una lunga storia in Iran che risale ai primi anni della fede, è perseguitato a causa della proibizione del proselitismo e l’apostasia.

Tanti miei amici iraniani qui a Firenze mi dicono che sperano che il regime cambi, ma non è per niente facile. Per prima cosa, i manifestanti non sono organizzati, cioè, non c’è una persona o un partito politico che li possa unire e condurre a una società democratica e, forse la situazione diventerebbe ancora peggiore con l’ingresso degli iraniani comunisti prevenienti dell’Iraq. Mentre c’è la volontà del popolo persiano di mandare via il regime, non hanno i mezzi per poter farlo. Sarebbe qualcosa di diverso se ci fosse un governo iraniano e secolare in esilio che sarebbe in grado di prendere il potere a Teheran.4

Secondo, il regime ha l’aiuto economico e politico della Cina e della Russia di Vladimir Putin. Finché ci sarà la loro presenza, le sanzioni economiche faranno soffrire soltanto il popolo mentre gli ayatollah e i loro servi politici — il presidente e i membri del parlamento — se ne approfitteranno per fini personali.