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Posted on 1feb, 2017

A 50 anni dalla “Populorum progressio”

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1171975653725di Leonardo Salutati Il prossimo 26 marzo 2017 ricorre il 50° anniversario della pubblicazione dell’enciclica sociale Populorum progressio di Paolo VI. È questo uno dei documenti più importanti del Magistero sociale della Chiesa, tanto che Giovanni Paolo II ne celebrò il 20° anniversario della pubblicazione con la Sollicitudo rei socialis e Benedetto XVI fece altrettanto in occasione del 40° anniversario con la Caritas in veritate (che, in realtà, fu pubblicata due anni dopo, nel 2009, perché il Papa volle capire meglio le cause della crisi economica scoppiata nel 2007), con l’intento dichiarato di «rendere omaggio e tributare onore alla memoria del grande Pontefice Paolo VI, riprendendo i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da essi tracciato, per attualizzarli nell’ora presente » (CV 8). Ci aiuta a cogliere l’importanza del documento il fatto che fino a Sollicitudo rei socialis una tale commemorazione era stata riservata solo alla Rerum novarum, nonché la dichiarata convinzione di Benedetto XVI che «la Populorum progressio merita di essere considerata come la “Rerum novarum dell’epoca contemporanea”, che illumina il cammino dell’umanità in via di unificazione» (CV 8).

Il contesto storico nel quale l’enciclica si inserisce è quello degli anni Sessanta, un periodo caratterizzato dal mito della crescita illimitata e dalla conquista dello spazio, ma anche dalla guerra fredda e da rivoluzionari che catalizzavano l’attenzione mondiale quali Che Guevara, Ho Chi Minh, Camilo Torres. La redazione dell’Enciclica fu particolarmente lunga e curata. Fin dal 1963, l’anno della sua elezione a Papa, Paolo VI aveva avviato la raccolta di materiale di studio per un’enciclica sui principi morali dello sviluppo umano. Il testo finale passò attraverso sette redazioni fino all’approvazione finale di Paolo VI. Contribuirono alla genesi del documento rappresentanti della Santa Sede, documenti e contributi di vescovi, di teologi, di economisti e studiosi di tutto il mondo, allo scopo di approdare non a «un trattato» e neppure a «una lezione» o a «un articolo erudito», ma a «una lettera» che «come tale deve essere ispirata all’amore cristiano per i fini che essa si propone» (Paolo VI 9 ottobre 1966). Tra i principali ispiratori del testo vi furono p. Louis Lebret (1897-1966), domenicano francese pioniere del sindacalismo cattolico e dell’aiuto al Terzo mondo, esperto al Concilio e consulente di vari governi africani, e mons. Larrain Errazuriz, vescovo di Talca, in Cile. Ma Paolo VI si avvalse anche di altri contributi quali quelli di Maritain, Clark, Chenu, Nell-Breuning, De Lubac, Pascal. Paolo VI fu anche il primo pontefice della storia ad uscire dalle mura leonine come egli stesso ricorda al n. 4 dell’enciclica, per cui nella redazione del documento fu comunque presente e operante la diretta conoscenza di Paolo VI che, tanto da arcivescovo di Milano quanto da Papa compì vari viaggi in Africa, Asia, America e Terra Santa.

Populorum Progressio compì all’epoca un’opera simile a quella della Rerum Novarum, vale a dire come in Rerum novarumsuonava rivoluzionaria l’idea che il lavoro non era  una merce, altrettanto appariva in Populorum progressio l’affermazione che il sottosviluppo non è un dato di natura scontato e immodificabile, oltre alla spiegazione di cosa debba intendersi con «sviluppo integrale dell’uomo», un concetto ormai acquisito dalle scienze sociali che rivela un continua fecondità. Basti pensare al recente (gennaio 2017) Forum di Davos dove si è parlato del nuovo Indice di Sviluppo Inclusivo (IDI) che fa seguito all’Indice di Benessere Equo e Sostenibile (BES) e all’ormai consolidato Indice di sviluppo umano (HDI Human Development Index). Però, proprio l’aspra denuncia dei guasti arrecati dal colonialismo, delle responsabilità dei popoli opulenti e delle offese arrecate al Terzo mondo fece parlare di Enciclica rivoluzionaria che sollevò entusiasmi e plauso ma anche reazioni critiche piccate (ricordiamo il giudizio di warmed up marxism del settimanale inglese The Economist).

Certo ancora oggi risuonano vive nel cuore di ogni credente quelle parole scandite con forza nell’enciclica che ricordano a tutti che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (PP 87), soprattutto guardando alle ingiustizie che ancora segnano il divario tra Nord e Sud del mondo e, oggi, anche all’interno del Nord del mondo. Al riguardo Paolo VI rilevava un deficit culturale nella comprensione delle questioni sociali quando osservava che «il mondo soffre per mancanza di pensiero», per questo richiamava con il suo «grido di angoscia» (PP 87) «gli uomini di riflessione e di pensiero, cattolici, cristiani, quelli che onorano Dio, che sono assetati di assoluto, di giustizia e di verità» affinché aprissero «le vie che conducono, attraverso l’aiuto vicendevole, l’approfondimento del sapere, l’allargamento del cuore, a una vita più fraterna in una comunità umana veramente universale» (PP 85). Un richiamo che purtroppo non ha perso la sua attualità.