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Posted on 1feb, 2017

Omnes in illo Christus sumus

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lincei_ruggieridi Dario Chiapetti • «Chi se’ tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo?», si domandava Francesco d’Assisi (FF 1915). Per rispondere a tali interrogativi, il punto di partenza è l’experientia fidei, la quale deve essere compresa alla luce dell’intelligentia fidei, guidata, quest’ultima, dalla regula fidei.

Quanto all’acquisizione dell’intelligenza a partire dalla regola della fede che illumina l’esperienza ripropongo l’interessante contributo di Giuseppe Ruggieri compiuto nell’Epilogo – intitolato Antropologia messianica – del suo recente testo Chiesa sinodale. L’Autore sostiene che la prospettiva personalista adottata dal Concilio Vaticano II per impostare il discorso del rapporto tra uomo e Dio, mutuata in gran parte da Agostino, ovvero, quella del cor inquietum che porta ad aderire al divino quando l’uomo lo scorge nella sua vita, fosse «sostanzialmente inadeguato» a causa della scarsa considerazione della storicità dell’uomo, dell’economia della salvezza e dell’auto-rivelazione di Dio, che, a sua volta, era causata dal «difetto degli studi esegetici nella loro considerazione del “Gesù storico”». Prosegue Ruggieri: «l’attesa nasce dalla sofferenza, non da se stessa», essa è dovuta all’apokaradokia (Rom 8, 19) di cui parla Paolo, ovvero, la sofferenza nella quale la creazione tutta si trova, non a causa sua e per la corruzione in cui è stata posta, conseguenza del rifiuto del progetto iniziale di Dio sull’umanità. È in quanto collocati in tale prospettiva che i primi discepoli colsero come tratto qualificante di Gesù quello di Messia, il quale, dal canto suo, non evitò certo di presentare la sua persona e il suo insegnamento all’interno della linea apocalittica, pur caratterizzandola rispetto alle svariate correnti del tempo. L’avvento del regno di Dio – questa è la tesi centrale di Ruggieri, basata sull’interpretazione di Rom 8,16-29 – si rende presente con Gesù come grazia offerta agli uomini, la quale è effusa a partire da quell’evento di partecipazione, anche fisica – splanchnizomai -, da parte del Cristo ai dolori e alle sofferenze dell’uomo. La partecipazione alla gloria del Messia è possibile «se patiamo con lui» (v. 17), ma il curioso cambio argomentativo tra le sofferenze di Cristo e quelle della creazione (v. 18) rivelano, secondo Ruggieri, che queste due vengono così a identificarsi. «La creazione – scrive il teologo siciliano – non soffre per partecipare alle sofferenze di Cristo, ma perché è stata sottomessa controvoglia», per cui è Cristo che partecipa alle sofferenze della creazione. Alla luce di ciò due aspetti sono evidenziati: quello della «fecondità del patire assieme agli altri» [corsivo mio] e della coincidenza per l’uomo del partecipare alle sofferenze di Cristo e della creazione.

Questi brevi abbozzi per un’antropologia messianica che recupera il significato e il valore della proprietà storica del dato teologico, caratteristica di gran parte del Nuovo Testamento, offrono un interessante orizzonte interpretativo teo-antropologico che, allo stesso tempo, costituisce un punto di partenza per un recupero e un approfondimento dell’intelligenza della riflessione condotta dal di dentro del pensiero ellenistico propria della patristica, sia a livello cristologico, oggetto delle brevi riflessioni che seguono, che trinitario. È a questo punto che riporto l’attenzione su Agostino. La solidarietà è una faccia, una manifestazione di una più profonda realtà, che della prima costituisce la sua condizione di possibilità: l’unitas. L’unità è ciò che caratterizza Dio in sé, si pensi all’unità tra le Persone divine, all’unità, a livello cristologico, tra natura umana e divina, a quella ecclesiologica tra Dio e uomo. Agostino esprime quest’ultima mediante l’immagine del Christus totus: «Un solo uomo Capo e Corpo, un solo uomo: Cristo e la Chiesa, l’Uomo perfetto» (Enarr. in. Ps. 18, 2, 10). Tralasciando la questione esegetica circa il significato di “creazione”- ktisis – e limitando la riflessione agli esseri umani, ci troviamo qui di fronte a quell’intelligentia fidei che mostra in tutta la sua profondità teoretica il significato e le implicazioni dell’alterità e della relazionalità come tratti costitutivi dell’uomo che la riflessione sull’antropologia messianica ha avuto il merito di individuare. Cristo Messia com-patisce le sofferenze dell’umanità nella kenosi totale di Sé, per stabilire con essa quell’unione, nella sempre rispettata distinzione, data dall’accoglienza in Sé dell’altro, e di quest’ultimo, così, portare a compimento la sua realizzazione ontologica.

Il concetto teologico che esplica correttamente questo principio dinamico – e che Agostino, come ci si può aspettare, non enuncia esplicitamente – è quello che comunemente nel linguaggio teologico è denominato “cristificazione”. Il Messia, accogliendo l’altro in Sé, nella salvaguardata (e radicalizzata!) distinzione, non “trasforma” l’uomo: lo “traspone” nel suo Io. Ora, si osservi come tale processo non avvenga individualmente: «Tutti in lui siamo di Cristo e siamo Cristo» (Enarr. in Ps. 26.2.2). Il plurale usato rivela che il processo di cristificazione avviene come “noi”, richiamando qui quell’idea che papa Francesco presenta attraverso l’immagine dell'”interiorità allargata” (cf. Evangelii Gaudium 272) secondo la quale tale interiorità risiede nell’esteriorità costituita dalla relazione con l’altro. Non può esprimere forse questa lettura un particolare punto di vista per cogliere il significato del dinamismo tra l’«in me» e il «fuori di me» agostiniani? La solidarietà è espressione del dinamismo cristificatore, pertanto esso avviene inter-personalmente: «È l’unità che ci compagina facendoci diventare membra di Cristo. Ma che cos’è che crea quest’unità se non la carità?» (In Io. Ev. Tr. 27, 6). Se l’Io di Cristo è il luogo della cristificazione, il luogo del darsi dell’Io di Cristo è la relazione inter-personale, la carne: «si arriva […] all’elemento “carne”: lì siamo Cristo e noi e lui» (Enarr. in Ps. 142, 3).

Dio manifesta la sua trascendenza nell’unità profonda che stabilisce con gli uomini, alla quale essi accedono mediante l’unità tra loro, innescata dalla carità, opera dello Spirito, al punto di farli essere lui. A tale intelligentia dell’experentia, guidata dalla regula, ci conduce l’irrinunciabile inter-relazione tra riflessione neotestamentaria, patristica, della teologia messianica, ecc., permettendoci sempre meglio di cogliere la rivelazione e portare a compimento la vocazione che ci sono state donate. Omnes in illo Christus sumus.