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Posted on 1feb, 2020

La proposta di Trump per il Medio Oriente.

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2di Mario Alexis Portella • Il presidente Donald Trump ha rivelato il mese scorso un nuovo piano di pace per il Medio Oriente. La soluzione proposta, respinta dai palestinesi, in estrema sintesi è questa: due Stati, parte della Cisgiordania a Israele, Gerusalemme “capitale indivisa” e un tunnel per collegare Cisgiordania e Gaza. Previsti inoltre investimenti per 50 miliardi di dollari per i palestinesi. Molti scorgono una certa ambiguità, se non una palese contraddizione, nelle parole di Trump: se da un lato il presidente Usa ha evocato la possibilità di una Gerusalemme Est come capitale del futuro Stato di Palestina, impegnandosi ad aprire proprio lì un’ambasciata statunitense, dall’altro ha ribadito come “Gerusalemme resta e resterà per sempre la capitale indivisa di Israele”.
Non voglio essere un pessimista, ma la proposta di Trump non avrà
successo, come quella presentata il luglio scorso dal consigliere della Casa Bianca e genero del presidente Trump, Jared Kushner—essa proponeva di creare infrastrutture finanziarie nel territorio palestinese, lungo la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, nonché il sostegno economico alle aree vicine. Era destinata a fallire dal momento che né i governi israeliano né quello palestinese hanno partecipato all’evento in Arabia Saudita—questa volta, di nuovo, i palestinesi non sono stati invitati ai preparativi.

Ci sono condizioni imposte ai palestinesi tra cui quella di porre fine alle attività letali di Hamas e l’incitamento alla violenza contro Israele. Contestualmente, il presidente americano ha scandito: “Non chiederemo mai a Israele di scendere a compromessi sulla sua sicurezza”, cioè Israele continuerà ad occupare i territori illecitamente annessi.

Dal canto suo il primo ministro Benjamin Netanyahu ha spiegato che i rifugiati palestinesi della diaspora non avranno diritto al ritorno, i palestinesi dovranno riconoscere Israele come Stato ebraico, e “verrà applicata la legge israeliana sulla Valle del Giordano, su tutte le colonie in Cisgiordania e su tutte le aree che il piano designa come parte di Israele”.

Occorre capire che la terra contesa tra israeliani e palestinesi è stata teatro di tensioni e violenze tra arabi ed ebrei sin dai tempi del mandato britannico, che fu dichiarato nel 1917, ponendo fine a 400 anni di dominio ottomano nella regione. Con la Dichiarazione Balfour dell’occupante inglese, c’era la prospettiva reale di creare una “patria nazionale” per gli ebrei in Palestina, in seguito all’appello del protagonista sionista Theodor Herzl.

Dopo la seconda guerra mondiale, con lo sterminio di sei milioni di ebrei da parte dei nazisti, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò un piano di spartizione per la Palestina, con l’istituzione dello Stato israeliano nel 1949 e un altro per gli arabi; quest’ultimo non è mai stato realizzato. In ogni caso, il nuovo paese israeliano “importò” 688.000 immigrati ebrei durante i primi tre anni, mentre 650.000 ebrei vivevano già in Israele quando fu formalmente stabilito come uno stato indipendente e sovrano. Allo stesso tempo, circa 750.000 palestinesi, oppure il 75 percento della popolazione palestinese, sono stati costretti a lasciare le loro case.

Le mappe del futuro stato palestinese e dello stato di Israele proposte da Trump

Le mappe del futuro stato palestinese e dello stato di Israele proposte da Trump

Un ostacolo per la pace è che Israele si rifiuta di lasciare i territori acquisiti, tra cui le Alture del Golan che furono strappate dai siriani nel 1967. Ma il problema odierno riguarda l’occupazione della Città Santa, problema sorto a seguito della Guerra dei Sei Giorni (1967) vinta da Israele. All’origine di questo conflitto vi fu l’attacco ad Israele da parte della Giordania che occupò illegalmente il Muro occidentale e il quartiere ebraico di Gerusalemme, impedendo in tal modo ogni possibilità di accesso degli ebrei a queste aree sante, così come all’Università e all’Ospedale. Nel 1950, la Giordania annesse i territori che aveva conquistato nella guerra del 1948, cioè Gerusalemme orientale e Cisgiordania, dichiarandosi “Protettore” della Terra Santa. Gli unici paesi che riconobbero l’annessione di questi territori alla Giordania furono la Gran Bretagna e il Pakistan, mentre tutte le altre nazioni, inclusi gli stati arabi, la condannarono: la Gran Bretagna, invero, riconobbe solo l’annessione della Cisgiordania e non ha mai riconosciuto la sovranità giordana o israeliana su alcun settore di Gerusalemme, visto che l’annessione della Giordania del 1950 e l’annessione israeliana di Gerusalemme Ovest erano considerate illecite.

Indubbiamente, è legittimo pensare che si arriverà a un’armonia politica tra gli israeliani ed i palestinesi (musulmani)—i palestinesi cristiani sono il 20% dei 13 milioni di palestinesi, ma il 70% vive al di fuori della Palestina e di Israele a causa delle persecuzioni islamiste.

A proposito, come dice Khaled Abu Toameh, un giornalista musulmano che vive a Gerusalemme, i cristiani esprimono inoltre una certa delusione per il disinteresse mostrato da parte della comunità internazionale—anche dal Vaticano e dalle comunità cristiane di tutto il mondo—per la mancanza di riconoscimento e sostegno della loro lotta per vivere come esseri umani, ad esempio, i cristiani nella Striscia di Gaza sono limitati di visitare le città sante, come Betlemme e Gerusalemme per festeggiare il Natale, tasse quale chiese palestinesi e alle loro proprietà nella città santa e in altre aree occupate, e vietandoli di sposarsi con gli ebrei, a meno che lui o lei non si convertano al giudaismo—il caso della figlia di Trump, Ivanka, quando si sposò con Jared Kushner, si convertì alla religione ebraica.

Personalmente dubito che in futuro ci possa essere pace tra tutti e due i popoli. Entrambi credono nel principio di vendetta: “l’occhio per occhio.” Naturalmente, questo è qualcosa che la comunità internazionale non vuole ammettere.

Detto questo, se gli israeliani ed i palestinesi vogliono fare la pace, la possono realizzare come la fecero il presidente egiziano Anwar al-Sadat e il primo ministro israeliano Menachem Begin il 17 settembre 1978, con gli accordi di Camp David in America. Entrambi sono stati in grado di incorporare l’insegnamento del perdono—come ci ha insegnato Gesù Cristo—e mostrare al mondo che, siccome siamo stati creati secondo l’immagine e la somiglianza di Dio, tra esseri umani ci deve essere un rispetto reciproco.