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Posted on 1gen, 2019

I beni relazionali: tra reciprocità e gratuità

Licia-Paglionedi Alessandro Clemenzia • «Per la felicità sono essenziali relazioni di natura non strumentale, quelle relazioni, cioè, che sono vissute come “beni in sé” e non come mezzi utili ad altro» (p. 27).
Qualunque sia il modo più o meno critico in cui ciascuno può porsi davanti alla complessità del tempo odierno, una condizione rimane innegabilmente stabile: il cuore dell’uomo è costantemente orientato al raggiungimento della propria pienezza. In vista di tale fine è ormai urgente recuperare l’importanza che possono assumere le relazioni, sia in ambito individuale, sia all’interno del sistema sociale. È da queste considerazioni che prende avvio, sulla scia inaugurata da altri studiosi soprattutto economisti (L. Bruni, S. Zamagni, B. Gui) dell’area di pensiero conosciuta come ‘economia civile’, la riflessione della sociologa M. Licia Paglione, in un libro recentemente uscito, intitolato: Incontri di valore. I beni relazionali e la loro emergenza (Pacini Editore, 2018).

Non è sufficiente, tuttavia, far riferimento in generale alle dinamiche relazionali, come se quest’ultime offrissero di per sé una corrispondenza al desiderio del cuore umano: «Non tutte le relazioni che viviamo sono generatrici o particolarmente generatrici di felicità» (p. 29). Proprio per questo è necessario soffermarsi sulla loro qualità.

E qui entra in gioco il concetto di “bene relazionale”, che è un termine di natura interdisciplinare: tocca l’economia, la politologia, la filosofia, la sociologia, la psicologia, ecc. Nell’ottica della sociologia, il “bene” è quella realtà capace di soddisfare i bisogni dell’uomo; “relazionale”, invece, allude a una realtà che si interpone (per questo è “terza”) tra almeno due interlocutori che si relazionano tra loro in un modo particolare: «Perché fatto di relazioni, il “bene relazionale” viene in essere solo nella reciprocità, una reciprocità molto diversa da quella condizionale tipica dei rapporti economico-contrattuali» (p. 39).

Si tratta, in altre parole, di una reciprocità che non si regge sulla certezza ex ante dei risultati ottenibili; proprio per questo si può scorgere una certa vulnerabilità in questi beni relazionali: ciascuno, in queste relazioni, deve saper correre il rischio della libera risposta dell’altro. Il bene relazionale è in sé un rapporto, un legame di particolare qualità che va ad arricchire di elementi “feliciferi” la dotazione relazionale o rete sociale delle persone.

Tra le prospettive sociologiche che permettono di interpretare questa dinamica l’autrice suggerisce: «nella prospettiva conosciuta come Paradigma del dono, il “bene relazionale” può essere considerato […] quel particolare tipo di legame che il dono, circolando, crea» (p. 40).

La reciprocità, espressa attraverso questo particolare paradigma sociologico, ha alcune peculiarità: in primo luogo essa è “personalizzata”, in quanto valorizza la specificità di ciascun partner; in secondo luogo essa è “transitiva”, poiché, anche se giocata all’interno di un’iniziale relazione duale, è aperta anche ad altre persone; essa, inoltre, è “incondizionale”, cioè non fondata sulla logica del contraccambio. Pur non essendoci questa logica del do ut des, la relazione che innerva la dinamica del dono non è mai totalmente disinteressata, in quanto contiene sempre un certo interesse verso il legame stesso e verso l’altro; si tratta, tuttavia, di un interesse non strumentale, tipico invece del paradigma utilitarista: «l’altro e il legame, dunque, diversamente che nella logica mercantile non sono strumenti, ma fini dell’azione individuale» (p. 52).

Ed è proprio in tale contesto che Paglione introduce il suo personale contributo, recuperando insieme due concetti-chiave che, nei diversi approcci sociologici alle dinamiche del dono, sembrano essere in qualche modo incompatibili tra loro: quello di “reciprocità” e quello di “gratuità”. L’Autrice stessa fa riferimento in particolare a due differenti approcci: il primo, molto diffuso in ambito sociologico e antropologico, ribadisce l’assoluta necessità della reciprocità, senza la quale verrebbe sicuramente meno la funzione insita nel dono stesso di generare nuovi legami; la gratuità, in questo senso, potrebbe far venire meno l’indispensabile fenomeno relazionale. Il secondo approccio, invece, portato avanti da diversi filosofi, tra cui Derrida, sottolinea l’indiscutibile presenza della gratuità, insita nel dono stesso, in assenza della quale le relazioni reciproche sarebbero fondate unicamente sulla logica dello scambio.

Alla luce di questi approcci, Paglione cerca di capire di quale “reciprocità” e “gratuità” si sta parlando. La reciprocità del dono, al contrario di ogni scambio mercantile, non fa riferimento né all’equivalenza né alla simmetria dei rapporti, e inoltre valorizza e favorisce l’individualità dei singoli (contro ogni tendenza di anonimato). La gratuità, da parte sua, non può ridursi a un’accezione filantropica, come se si contrapponesse unicamente alla logica del contraccambio, ma ha un significato più profondo: essa non si realizza in modo unilaterale (qualcuno, che si trova in una posizione superiore, dà a qualcun altro su una inferiore), ma è un fenomeno relazionale che investe entrambi i partners.

Paglione arriva così, a partire dal tentativo di diversi altri autori, a comprendere il “bene relazionale” esprimendo in esso la “compresenza” e la “contaminazione” (cf. p. 92) di queste due dimensioni apparentemente antitetiche. In questo senso il “bene relazionale” si presenta come un evento di gratuità tra persone che si relazionano tra loro in «un atteggiamento che implica incondizionalità, cioè la capacità di correre il rischio della “ferita”, ovvero di accettare la possibilità di una non corrispondenza da parte dell’altro, nella consapevolezza che solo stando in questa incertezza possono essere generati legami adatti a farci fiorire» (p. 93).