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Posted on 2gen, 2019

In ricordo di quei morti che non fanno notizia

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primopiano_7255di Stefano Liccioli • All’indomani della festa dei Santi Innocenti martiri l’agenzia di stampa vaticana Fides, delle Pontificie Opere Missionarie ha pubblicato l’elenco dei missionari e operatori pastorali cattolici uccisi nel 2018. Nel rapporto si precisa che non viene usato il termine “martiri” perché le vittime sono morte sì in modo violento, ma non esplicitamente “in odio alla fede”. D’altra parte si tratta, annota il dossier Fides, di esempi di «sacerdoti, religiose e laici che offrono la testimonianza evangelica di amore e di servizio per tutti, segno di speranza e di pace, cercando di alleviare le sofferenze dei più deboli alzando la voce in difesa dei diritti calpestati, denunciando il male e l’ingiustizia». In tal senso ci si riferisce a tutte queste persone con il nome di “missionari” con un significato estensivo del termine: non solo quelli “ad gentes”, ma tutti i battezzati che, come ricorda l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, sono consapevoli che “in virtù del Battesimo ricevuto ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario. Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione” (EG 120).

Nel documento si riporta che nel corso dell’anno 2018 sono stati uccisi quaranta missionari: trentacinque sacerdoti, un seminarista, quattro laici. In Africa sono stati uccisi diciannove sacerdoti, un seminarista e una laica; in America sono stati uccisi dodici sacerdoti e tre laici; in Asia sono stati uccisi tre sacerdoti ed in Europa è stato ucciso un sacerdote. Dopo otto anni consecutivi in cui il numero più elevato di missionari uccisi era stato registrato in America, nel 2018 è l’Africa ad essere al primo posto di questa tragica classifica.

Le dinamiche in cui questi missionari hanno perso la vita, puntualizza il dossier, sono spesso «tentativi di rapina o di furto, compiuti anche con ferocia, in contesti sociali di povertà, di degrado, dove la violenza è regola di vita, l’autorità dello stato latita o è indebolita dalla corruzione e dai compromessi, o dove la religione viene strumentalizzata per altri fini». Ognuno di loro, pur essendo consapevole dei rischi che correva, è rimasto al proprio posto per adempiere con fedeltà ai propri compiti.

Il rapporto racconta in sintesi anche le circostanze della morte dei vari missionari. Abbiamo José Maltez che faceva parte dell’Oratorio Salesiano e che è morto per un colpo al torace durante gli scontri tra bande e gruppi di difesa della città. Sandor Dolmus, quindici anni, giovane ministrante della Cattedrale di Leon (Nicaragua), è stato ucciso da paramilitari il 14 giugno 2018. Si trova per strada, insieme ad altri ragazzi, vicino alla chiesa di San José, nella zona di Zaragoza, a Leon, quando è stato colpito al petto da una pallottola sparata da un gruppo di paramilitari. Quelli che lo conoscevano ne parlano come un ragazzo molto buono e servizievole, che desiderava diventare sacerdote. E’ stato sepolto con l’abito dei ministranti.

Don Joseph Désiré Angbabata, parroco di una chiesa nel centro-sud della Repubblica Centrafricana è morto in seguito alle ferite che gli sono stati inferte da un gruppo armato che ha assaltato la sua parrocchia che si trovava in una zona strategica non solo per la sua posizione centrale, ma anche per la presenza di miniere di oro e diamanti ambite da diversi gruppi armati.

Tutte queste notizie troppo spesso non ricevono la giusta attenzione da parte dei media lasciando che il sangue di tutti questi fratelli e sorelle passi quasi inosservato. Per loro valgono però le parole di Gesù:«Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).