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Posted on 1gen, 2020

Due recenti discorsi del papa sull’Università

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LUMSAdi Francesco Vermigli • A distanza di dieci giorni, nello scorso mese di novembre papa Francesco è intervenuto sul senso che ha l’istituzione universitaria – quella cattolica in particolare – nel mondo di oggi. Lo ha fatto il 4 novembre ricevendo in udienza i partecipanti al Convegno della Federazione Internazionale delle Università Cattoliche (FIUC), sul tema «Nuove frontiere per i leader delle università. Il futuro della salute e l’ecosistema dell’università»; quindi lo ha fatto il 14 novembre, ricevendo i docenti e gli studenti della LUMSA (Libera Università Maria Santissima Assunta), in occasione dell’80° anniversario della fondazione.

Il parallelo che può essere fatto tra i due discorsi, non consiste però solo nell’oggetto dei due interventi, sul senso cioè del mondo universitario oggi. Il parallelo si giustifica anche sulla base di tratti comuni, idee ricorrenti e immagini e lessico che si ripresentano con innegabile simmetria all’interno dei due discorsi. Il testo che presentiamo, cercherà di individuarne gli elementi più rilevanti e può essere considerato come una sorta di ideale prolungamento dell’articolo uscito due mesi fa (vedi) in questa rivista e dedicato al significato spirituale dello studio universitario.

Innanzitutto, si nota che i due discorsi hanno una medesima contestualizzazione: essi non trattano il mondo dell’università in quanto tale, ma lo considerano di fronte alla complessità della realtà di oggi; più in particolare di fronte alle sfide odierne, come si legge nel discorso tenuto alla FIUC. Ora, il termine “sfida” non è un termine qualunque nel lessico di papa Francesco, ma allude ad uno dei plessi decisivi del suo pensiero e della sua prassi ecclesiale. In papa Francesco, “sfida” è ciò che si pone dinnanzi alla vita della “Chiesa in uscita”, come occasione propizia di rinnovamento nello slancio missionario (cfr. Evangelii Gaudium, 20). Dunque la comunità accademica – quella cattolica con evidenza – partecipa a quel cammino di conversione missionaria a cui la Chiesa è invitata dal papa.

Il discorso tenuto ai docenti e agli studenti della LUMSA pare maggiormente preoccupato di organizzare il messaggio che egli intende lasciare al mondo universitario. Lo si avverte in modo particolare nel momento in cui elenca quattro responsabilità della comunità accademica «in questa epoca in cui si accelerano i processi comunicativi, tecnologici e di interconnessione globale»: responsabilità di coerenza, responsabilità culturale e missionaria, responsabilità sociale e responsabilità interuniversitaria.

Ma c’è un punto ancora più interessante e che si presenta in entrambi i discorsi del papa. Si tratta per il mondo accademico di un auspicio, si direbbe, di un invito accorato: di un orizzonte generale in cui collocare i propri sforzi e di una meta da raggiungere. Il parallelo tra i due discorsi è qui costituito anche dalla presenza della medesima immagine: quella dei tre linguaggi, cioè, il linguaggio della mente, quello del cuore e quello delle mani. In qualche modo gli ultimi due linguaggi nella prospettiva di Francesco sono la correzione di un sistema accademico che potrebbe cadere nel pericolo dell’intellettualismo arido, e sono il modo concreto con cui la realtà accademica può adempiere al proprio compito più profondo e radicale.Lumsa

Mi riferisco alla missione educativa che compete all’accademia: «l’università comporta infatti un impegno non solo formativo ma educativo, che parte dalla persona e arriva alla persona» (LUMSA). In altri termini, i due discorsi tenuti dal papa a dieci giorni di distanza offrono un compito al mondo universitario, che è quello di promuovere l’educazione delle persone, non semplicemente l’accumulo di conoscenze; fedele al principio ignaziano – ma di antica ascendenza latina – del non multa sed multum. Intesa in questi termini, la comunità accademica si pensa in chiave antropologica: come istituzione, cioè, a servizio della persona, della sua «formazione integrale» (LUMSA) e «promozione» (FIUC). Inteso in questi termini, l’insegnamento universitario pensa il proprio compito educativo «come un processo teleologico»: cioè è dei docenti intendere il proprio compito come un compito «che guarda al fine, necessariamente orientato verso un fine e, quindi, verso una precisa visione dell’uomo» (FIUC).

Resta da notare un ultimo passaggio di grande densità culturale; un passaggio che trae le conseguenze da una tale visione antropologica e teleologica dell’Università: l’invito, cioè, fatto alla scienza di ogni genere a fondare una nuova epistemologia. Si tratta cioè dell’invito a pensare una nuova epistemologia che sappia integrare al proprio interno lo scopo antropologico dell’insegnamento universitario. In particolare, agli occhi del papa questa nuova sistemazione epistemologica passa attraverso la comprensione della centralità del soggetto nella conoscenza, superando l’epistemologia tradizionale che riteneva «il carattere impersonale di ogni conoscenza come condizione di oggettività» (FIUC)