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Posted on 1gen, 2020

Giustizia, legge e la ricerca di una connessione

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31Uku4QRM6Ldi Giovanni Campanella • Agli inizi di ottobre 2019, la casa editrice La nave di Teseo ha pubblicato, all’interno della collana “krisis”, una raccolta di tre saggi intitolata Elogio del diritto. Il filo rosso che lega i tre saggi è l’indagine sul rapporto che giustizia e legge hanno intrattenuto nel corso della storia, concentrandosi soprattutto sulle prime riflessioni sul diritto ad opera della civiltà greca. È possibile raggiungere una vera e piena giustizia? Da dove deriva? Cosa è in sostanza? Quando è che le leggi riescono a indicare e realizzare la giustizia nel concreto delle vicende umane? Quando è che invece sono al servizio del potente di turno? I tre autori cercano di ripercorrere la storia delle risposte che illustri pensatori greci e non solo hanno cercato di dare a queste domande. Il titolo della raccolta è anche il titolo del primo classico saggio scritto da Werner Jaeger nel 1947.

«Werner Jaeger (1888-1961), allievo del filologo Ulrich von Wilamowitz, si è dedicato allo studio dei filosofi greci del IV secolo a.C. Dal 1914 al 1933 ha insegnato a Basilea, Kiel e Berlino. Nel 1936, rimosso dall’insegnamento per convinzioni non consonanti col regime nazista, emigrò negli Stati Uniti dove ha insegnato a Berkeley, Chicago e Harvard» (p. 91).

Nel suo studio, dedicato al classicista Roscoe Pound, Jaeger ripercorre la concezione di giustizia e diritto nei poemi omerici, nell’opera di Esiodo, nel pensiero del grande legislatore Solone, nelle filosofie di Anassimandro, Parmenide ed Eraclito, nelle tragedie di Eschilo e Sofocle, fino ad approdare al pensiero di Platone.

Il secondo saggio, a noi contemporaneo e intitolato Il destino di Dike, è stato scritto da Massimo Cacciari. Cacciari è nato a Venezia nel 1944, si è laureato in filosofia a Padova ed è ordinario di Estetica presso l’Università della sua città. È stato deputato al Parlamento dal 1976 al 1983. È membro di diverse istituzioni filosofiche europee, tra cui il Collège de philosophie di Parigi. Dal 1995 è sindaco di Venezia, oltre che Preside della Facoltà di Filosofia dell’Università “Vita Salute” del San Raffaele di Milano. È stato tra i fondatori di alcune delle più importanti riviste italiane di filosofia e cultura.

Il contributo di Cacciari è ancora più strettamente filosofico e indaga sempre il fondamento della giustizia e il suo nesso con legge, ragione e verità. Anche la sua analisi si muove nell’ambito del pensiero greco. Sul finire del suo scritto però aggiunge alle categorie di legge, ragione e verità la categoria della fede ….. nel solo Giusto, tanto cara al Nuovo Testamento.

«La Giustizia di Dio si è incarnata nel Cristo, e cioè proprio in colui che non giudica, nella hyperbolè odos (1 Corinzi, 12, 31), nella via superiore a ogni umana misura, della sua misericordia – ed è da qui, da una Giustizia trasfigurata in misericordia, che essa chiama oggi ogni singolo a seguirla attraverso la fede» (p. 103).

Il professor Natalino Irti è invece l’autore del terzo e ultimo contributo, intitolato Il destino di Nomos. Natalino Irti, allievo del giurista Emilio Betti, vince, nel 1967, il concorso per professore ordinario. Ha insegnato, titolare di cattedra, nelle Università di Sassari, Parma, Torino, e, dal 1975, nell’Università di Roma La Sapienza, dove è professore emerito di diritto civile. È socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, e membro di altri sodalizî scientifici, oltre che presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, fondato da Benedetto Croce. Ha ricoperto numerosi incarichi nel sistema finanziario, tenendo per sette anni la presidenza del Credito Italiano. Per un breve periodo è stato anche docente alla Facoltà di giurisprudenza di Firenze e ha insegnato anche al direttore della nostra rivista!wernerjaegerR439_thumb400x275

Nel suo piccolo saggio, Irti analizza il dramma della legge che si scopre orfana di un fondamento. Spesso la legge è in balia di maggioranze e potenze economiche di turno. «La veritas cede all’auctoritas del facitore di leggi. (…). L’artificialità costruisce il mondo del diritto. Le lotte politiche e sociali si accendono e svolgono per il possesso dei congegni produttivi di norme» (p. 117-118). L’universalità del Nomos, che esprimeva l’essere delle cose, è stata piano piano soppiantata dall’universalismo della legge, cioè la sua idoneità tecnica ad estendersi verso il “chiunque”. L’uomo moderno è afflitto da una grande solitudine perché è spesso orfano di fondamenti e in balia di continui mutamenti. Hans Kelsen cerca di fondare il diritto sul diritto stesso. Carl Schmitt cerca di fondare il diritto sulla connessione con lo spazio, con i luoghi della terra, con gli eventi della storia dell’uomo. Friedrich August von Hayek cerca di dare al diritto un fondamento economico-produttivo. Su una pista simile si muove Max Weber, il quale suggerisce che il capitalismo ha bisogno di un diritto che si possa calcolare come una macchina. Giovanni Gentile fondava tutte le leggi nella legge di osservare le leggi.

Vere soluzioni? Sicuramente è assai arduo risolvere il problema. Esso non è emerso ora: c’è sempre stato. Un aspetto positivo innegabile è che adesso l’uomo è forse abbastanza maturo per prendere almeno coscienza del fatto che il problema esiste. Quale deve essere il fondamento della legge? Forse in passato molti erano scusabili per non essere in grado di porsi una tale domanda o per disintesserarsi della questione. Adesso tale disinteresse non è più scusabile. Ognuno dovrebbe cercare la soluzione al problema con rigore. Mi permetto di aggiungere che il cristiano ha qualche aiutino in più.