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Posted on 1giu, 2019

La sfida del «bene comune»

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downloaddi Leonardo Salutati • Il concetto di bene comune, come principio che genera, unifica e custodisce la società umana, sta al cuore della Dottrina sociale della Chiesa (cf. LS 156). Radicato in una lunga tradizione di pensiero che prende le mosse da Aristotele e rivisitato da San Tommaso alla luce della visione cristiana, il bene comune è principio organizzativo di tutta la riflessione in ambito politico, sociale ed economico. Ripercorrendo le encicliche sociali cominciando da Rerum novarum fino alla Laudato si’ di Papa Francesco, possiamo cogliere come ciascuna di esse lo declini in funzione dell’ambito sociale di riferimento.

La Rerum novarum di Leone XIII si inquadra nel contesto dello scontro con l’ideologia marxista che interpreta la vita sociale come una lotta di classe senza compromessi. Diversamente, il Papa ricorda con fermezza che nella società, il principio organizzativo è piuttosto l’equo relazionarsi delle persone, in base al loro ruolo nel servizio di tutti, per cui lo stato ha un’autorità legittimata dal servizio all’interesse comune o al bene pubblico, per promuovere la prosperità sia pubblica che privata, nell’osservanza delle leggi della giustizia distributiva.

L’insistenza sull’equità sarà ripresa da Pio XI nella Quadragesimo anno nel drammatico contesto della crisi economica e sociale del 1929 e del diffondersi della miseria (cf. QA 64), proponendo il bene comune come come un processo dinamico in cui le varie parti dell’organismo sociale si perfezionano nella giustizia e nella carità. Infatti, se l’esercizio della carità non può sostituirsi ai doveri di giustizia, tuttavia la sola giustizia non potrà mai conseguire l’unione di intenti e la pace dei cuori. Pio XI sottolinea anche, nella Mit brennender Sorge (1937), che i diritti naturali inerenti ad ogni persona umana costituiscono la base antropologica per la nozione di bene comune (n 37).

Il tema dei diritti umani sarà ripreso da S. Giovanni XXIII nella Pacem in terris, dove si sottolinea che l’esigenza di associarsi della persona umana deve coniugarsi con l’esercizio di una libertà responsabile, che comporta l’istituzione di un sistema giuridico in grado di garantire l’insieme dei diritti e dei doveri dell’uomo, di fatto corrispondenti alla Dichiarazione dell’ONU del 1948. Per la prima volta con Giovanni XXIII, l’idea dei diritti umani entra nel vocabolario magisteriale, andando a pieno titolo a concorrere a definire il bene comune. Sempre in Pacem in terris inoltre, il Papa propone alla comunità internazionale l’obiettivo di un bene comune universalecome via per il conseguimento della sicurezza e della pace per ogni Stato.2b6800ed3449797f0570e3909a6130fd_M

L’estensione del concetto di bene comune alla dimensione universale sarà ripresa dal Concilio in Gaudium et spes dove il bene comune dell’intera famiglia umana (GS 26), universale (GS 68) del genere umano (GS 78), è lo scopo della comunità umana come tale ed è inteso come «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente (…), investendo diritti e doveri che riguardano l’intero genere umano» (GS 26). Il testo conciliare indica inoltre come modo concreto per conseguire il bene comune, l’esercizio della solidarietà sociale da consideraretra i principali doveri dell’uomo d’oggi (GS 30).

La Populorum Progressio di S.Paolo VI, espliciterà le dimensioni e l’estensione della solidarietà internazionale costitutiva del bene comune, nel momento in cui la questione sociale acquisisce dimensione mondiale (PP 3), invitando alla ricerca di uno sviluppo integrale (PP 14) per tutti gli uomini.

Venti anni dopo nella Sollicitudo rei socialis S.Giovanni Paolo II illustra la dimensione morale della solidarietà qualificandola come vera e propria virtù sociale (SRS 38), consistente nella «determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti» (ibid.), sottolineando con forza la dimensione dinamica del bene comune con l’appello urgente ad impegnarsi a livello personale e collettivo per promuovere le dimensioni della responsabilità e della solidarietà a livello universale.

Di fronte alla sfida della globalizzazione, in Caritas in veritate Benedetto XVI reinterpreta le intuizioni di Populorum progressio riproponendo la centralità del bene comune come «criterio orientativo dell’azione morale» (CV 6). A sua volta Papa Francesco nella Laudato si’, affronta la sfida ecologica che riguarda la nostra casa comune, proponendo un’interpretazione del bene comune come principio unificante dell’etica sociale, come stile di vita responsabile che tiene conto anche delle future generazioni, cui lasciare un mondo vivibile per tutti.

Al termine di questo sintetico itinerario, emerge come il principio del bene comune si radichi in un’antropologia relazionale, che esige di «impegnarsi incessantemente per favorire un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria» (CV 42), in quanto l’uomo può esprimere la sua vocazione ad essere immagine di Dio solo in una rete di interdipendenze ambientali e sociali, ispirate dalla carità nella verità come principio che orienta e dà forma all’azione per realizzare la civiltà dell’amore.