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Posted on 1lug, 2018

Va’ verso di te

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PRAGLIAdi Giovanni Campanella • Nel maggio 2018, la Edizioni Dehoniane Bologna ha pubblicato, all’interno della collana “Sentieri”, un piccolo libretto intitolato Ritrovare se stessi e scritto da Sandro Carotta, monaco benedettino dell’abbazia di Praglia (Padova).
Il libretto è un interessantissimo commento della storia di Abramo (Gen 12-22), presa come paradigma dell’itinerario di ogni credente.
Si parte da un contesto familiare già segnato dalla morte e da relazioni quasi incestuose. Abram sposa la sorellastra Sarai. Ma dalla confusione che già aveva caratterizzato pesantemente la precedente vicenda di Babele, Dio chiama l’uomo, attraverso Abram, a una nuova vita. Invece di “Vattene”, Carotta traduce lekh lekhà di Gen 12,1 con “Va’ verso di te”: il cammino di scoperta di Dio coinvolge anche la scoperta di sé stessi, della propria autenticità, del nostro senso più intimo iscritto nel cuore. E Dio ci conduce per mano in questo lungo cammino verso noi stessi e la liberazione dal nostro ego. Questo esodo comporta tre uscite: dalla radice etnica, dalla radice materna e dalla casa del padre. Dio promette ad Abram una terra, che non è tanto un luogo geografico quanto un nuovo appagante spazio di relazione. La discendenza è simbolo di orizzonte che non finisce, nonostante che apparentemente la vecchiaia dei personaggi della vicenda indichi solo morte. In Abram, Dio benedice nuovamente l’umanità: è una nuova creazione. Tutta l’esistenza è al servizio dell’avvento dell’io, del soggetto. Dio suscita questo avvento, accompagna l’uomo e lo nutre nel cammino (uno dei suoi nomi, El Shadday, deriva da “seni”, in ebraico shaddayim).

La terra promessa è una terra donata. Riceverla comporta un esodo dalla logica del possesso alla logica del dono. Abram è chiamato a portare questa logica nuova, questa benedizione, anche laddove precedentemente era stata indirizzata una maledizione, a Canaan, a causa del comportamento di Cam, nei confronti del padre Noè. L’espressione “fiumi di latte e miele” associata a Canaan sembra essere contraddetta dall’infertilità di quella terra ma, attraverso deprivazioni materiali, Dio evidenzia maggiormente la sua azione e conduce Abram a ricchezze spirituali. Sarai dona tutta se stessa a suo marito e gli obbedisce in tutto, anche a costo dell’ umiliazione. E’ presa in sposa dal re di Egitto e da Achimelech ma sopporta pazientemente.

Anche il comportamento di Abram nei confronti di suo nipote Lot è edificante. Abram dà la parte migliore della terra a Lot e si prende la parte più spregevole. Ma Dio lo accompagna sempre e gli dà uno sguardo più grande: mentre Lot guarda solamente davanti a sé, Abram è invitato da Dio a guardare tutto attorno a sé. Abram ringrazia e riconosce comunque i doni di Dio, costruendogli un altare.

Abram accorre in aiuto del nipote quando si trova in pericolo a Sodoma. La scelta di Lot della parte migliore non si rivela fortunata. D’altra parte, è Abram a essere portatore della benedizione divina. Anche Abram benedice costantemente Dio, in una bella relazione reciproca. La fiducia di Abram in Dio lo conduce a una pienezza di essere, che coincide con una pienezza di senso. Anche sul piano delle cose, Dio benedice Abram, in barba a una concezione platonica di fuga mundi, apparentemente cristiana ma ben lungi dall’esserlo. In fondo, la vita e tutte le cose hanno inizio da un benedire. Ma la benedizione è un dono che deve trasmettersi, deve essere un moto circolare per esplicarsi in pienezza, per rendere veramente liberi e non prigionieri.

Quando sperimenta lo scoraggiamento, Abram è confortato da Dio, che assimila la sua discendenza futura alle stelle. Inoltre, Dio conferma Abram col sacrificio dei cinque animali, simbolicamente assai denso.

D’altra parte, la sterilità è una grande prova. «Volendo porre fine alla sua umiliazione, Sara ricorre a una pratica mesopotamica allora vigente: prende in affitto il grembo di Agar, la schiava egiziana» (p. 42). Sara poi si comporta molto duramente con Agar. Ma Dio è magnanimo anche con Agar.

La circoncisione è un segno di appartenenza profonda a Dio. La relazione con Dio è tanto radicale da essere simboleggiata da una recisione della carne, proprio in un punto strettamente collegato al futuro dell’uomo. Dio cambia il nome di Abram (“padre alto”) in Abramo, Abraham ossia “padre di moltitudini”, e quello di Sarai (“mia principessa”) in Sara (“principessa”), sradicandoli dalla dimensione del possesso alla dimensione dell’apertura all’Altro e agli altri.

Nell’episodio della legatura di Isacco, Abramo uccide l’ariete, animale padre, simbolo di forza e potere ma anche di una paternità bloccata. Solo così Abramo può permettere ad Isacco di essere autonomo, crescere e intraprendere il suo cammino e la sua storia.
E’ solo nel dono di sé che l’uomo scopre in pienezza sé stesso, la sua chiamata, le sue potenzialità. E solo Dio conduce gradualmente l’uomo fuori da sé, alla scoperta dell’uomo.