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Posted on 1lug, 2019

Il nuovo piano per la pace in Medio Oriente: Un’altra illusione e tempo perso

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di Mario Alexis Portella Gli Stati Uniti d’America hanno lanciato in Bahrein il mese scorso un nuovo piano di pace per il Medio Oriente, in modo specifico tra Israele e i palestinesi, proposto da Jared Kushner, consigliere della Casa Bianca e genero del presidente americano Donald Trump. Chiamato l’“accordo del secolo”, esso mette sul piatto 50 miliardi di dollari di investimenti nei territori palestinesi lungo la Cisgiordania e la Striscia di Gaza per sostenere l’economia delle aree limitrofe negli stati confinanti di Giordania, Libano ed Egitto. Nonostante l’entusiasmo, il presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina Mahmud Abbas non si è presentato all’incontro, così rifiutando un altro tentativo per la pace. La sua giustificazione è stata attenuata dal rifiuto dell’amministrazione Trump di approvare la creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est — la “soluzione dei due Stati” che è stata vista a lungo a livello internazionale come l’unica via percorribile per una pace duratura. Ma questo piano era destinato a fallire prima che il negoziatore ebreo-americano lo presentasse.

 

Da anni la diplomazia internazionale ha lavorato—senza successo—con l’obiettivo di raggiungere un accordo di pace che metta fine al conflitto israelo-palestinese con la creazione di due Stati che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza, corrispondenti in linea di massima all’attuale stato d’Israele da una parte e a Cisgiordania e Striscia di Gaza dall’altra. L’ultimo tentativo di negoziato, su iniziativa americana, fu nel luglio 2013 e si è concluso senza risultati nell’aprile dell’anno successivo. A complicare un possibile accordo c’è la questione di Gerusalemme, città sacra per ebrei, cristiani e musulmani, che Israele considera propria capitale, malgrado ciò non sia riconosciuto a livello internazionale. Sulla collinetta dove oggi sorge la Moschea di al-Aqsa, terzo luogo sacro per i musulmani, si ergeva il tempio biblico degli ebrei di cui rimane soltanto, alla base dell’altura, il muro del pianto sacro agli ebrei. Altra questione chiave da annoverare tra le cause del conflitto israelo-palestinese è la presenza di ampi insediamenti ebraici in Cisgiordania.

Gran Mufti of Jerusalem Amin al-Husseini e Adolf Hitler a Berlino,  28 novembre 1941. (Photo: Getty Images)

Gran Mufti of Jerusalem Amin al-Husseini e Adolf Hitler a Berlino, 28 novembre 1941. (Photo: Getty Images)

 

Ci serve a capire che la terra contesa fra israeliani e palestinesi è stata teatro di tensioni e violenze fra arabi ed ebrei fin dai tempi del mandato britannico, che nel 1917 mise fine a 400 anni di dominio ottomano. Con la dichiarazione di Balfour il governo di Londra dichiarò allora di appoggiare una “patria nazionale ebraica in Palestina”, sostenendo gli ideali sionisti di Theodor Herzl. La dichiarazione diede un’ulteriore spinta ad un movimento di immigrazione in Palestina già in atto fra gli ebrei della diaspora, frutto della dispersione del popolo ebraico avvenuta durante i regni di Babilonia (586 a.C.) e sotto l’impero romano dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.). Contestualmente tra il 1934 e il 1945, intercorsero gli intimi e complessi rapporti tra il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husseini, capo spirituale dei musulmani palestinesi e Adolf Hitler. Fu un’alleanza incondizionata alla Germania di Hitler con la promessa che il Terzo Reich fosse disposto a sostenere il movimento arabo contro gli ebrei — nel 1931, il Gran Muftì aveva sostenuto la nascita del Partito Arabo per l’Indipendenza, uno schieramento che aveva reclamato a gran voce l’unione politico-religiosa tra Palestina e Siria, regione posta sotto mandato francese.

 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, e lo stermino di sei milioni di ebrei da parte dei nazisti, l’Assemblea generale dell’Onu approvò un piano di partizione della Palestina, con la costituzione di uno stato ebraico nel 1949 e un altro arabo. Circa 688.000 immigrati vennero in Israele durante i primi tre anni; circa 650.000 ebrei già vivevano in Israele al momento dell’istituzione dello Stato. Da qui prese vita quello che oggi conosciamo come conflitto israelo-palestinese.

 

Il problema odierno, comunque, riguarda l’occupazione della Città Santa, problema sorto a seguito della Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967) vinta da Israele. All’origine di questo conflitto vi fu l’attacco ad Israele da parte della Giordania che occupò illegalmente il Muro occidentale e il quartiere ebraico di Gerusalemme, impedendo in tal modo ogni possibilità di accesso degli ebrei a queste aree sante. Nel 1950, la Giordania annesse i territori che aveva conquistato nella guerra del 1948, cioè Gerusalemme orientale e Cisgiordania, dichiarandosi “Protettore” della Terra Santa. Gli unici paesi che riconobbero l’annessione di questi territori alla Giordania furono la Gran Bretagna e il Pakistan, mentre tutte le altre nazioni, inclusi gli stati arabi, la condannarono: la Gran Bretagna, invero, riconobbe solo l’annessione della Cisgiordania e non ha mai riconosciuto la sovranità giordana o israeliana su alcun settore di Gerusalemme, visto che l’annessione della Giordania del 1950 e l’annessione israeliana di Gerusalemme Ovest erano considerate illegali.

 

Israele, dopo la sua vittoria, siccome era incorso nell’ira del mondo islamico, temeva un altro Olocausto; divenne quindi un “impero” sionista. Essi presero i luoghi sacri di Gerusalemme e i luoghi delle loro storie bibliche. Ma la terra arrivò con molti palestinesi che Israele non poteva né espellere né assorbire.

 

Negli ultimi 50 anni, Israele ha cercato di mantenere entrambe le situazioni: prendere la terra piantando insediamenti ebraici su di essa; e mantenere i palestinesi senza diritto di voto sotto l’occupazione militare, negandoli il loro proprio stato o l’uguaglianza politica all’interno di Israele. I palestinesi, allo stesso tempo, hanno danneggiato la loro causa attraverso decenni di violenza indiscriminata.

 

Uno degli obiettivi dell’“accordo del secolo” chiede all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti di fornire assistenza economica ai palestinesi e contestualmente costruire un oleodotto dall’Arabia Saudita a Gaza, dove potevano essere costruite raffinerie e un terminal di spedizione. I profitti creerebbero impianti di desalinizzazione, dove i palestinesi potrebbero trovare lavoro, affrontando l’alto tasso di disoccupazione. Il piano include anche lo scambio di terre, dove la Giordania avrebbe dato terra ai territori palestinesi, e in cambio, la Giordania avrebbe avuto terra dall’Arabia Saudita, e quel paese avrebbe recuperato due isole del Mar Rosso che avrebbe dato all’Egitto per amministrare nel 1950. Il piano mira inoltre a iniettare 950 milioni di dollari nell’industria del turismo palestinese. L’“accordo del secolo”, come già menzionato, non propone uno Stato indipendente e sovrano per i palestinesi; loro avranno solo uno Stato autonomo in vista che Israele ancora si rifiuta di riconoscere la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu in data 23 dicembre 2016 gli chiede di porre fine alla sua politica di insediamenti nei territori palestinesi, inclusa Gerusalemme.

 

Indubbiamente è lecito pensare che prima o poi si realizzerà la pace tra gli israeliani ed i palestinesi, benché i due popoli credano che le loro rivendicazioni siano giustificate; i palestinesi musulmani, addirittura, vanno purtroppo ben oltre armando i terroristi che si suicidano facendo strage di ebrei. Ritenere che questo odio sia facilmente indebellabile oppure che tutte e due facciano la pace fra di loro in questi condizioni è impossibile. E questo è perché—qualcosa che la comunità internazionale e la Sede Apostolica non vogliono ammettere—essi credono nel principio del taglione: “occhio per occhio, dente per dente”.

 

Gli ebrei hanno superato qualche discipline del Testamento Antico, come la lapidazione delle donne adultere e la vendetta giustificata—attribuita alla legge mosaica—mettendole nei contesti storici ed esegetiche. Però, se qualcuno inizia a crearli problemi, gli israeliani hanno storicamente mostrati di non essere tolleranti; loro buttano fuori la vendetta giustificata. I palestinesi, invece, non hanno superato il principio del taglione perché il Corano non glielo permette, neanche la convivenza con una gente che eleggono il loro governo democraticamente, specialmente il capo di Stato è ebreo.

 

L’unico modo in cui gli israeliti e i palestinese possono arrivare alla pace è l’incorporazione dell’insegnamento del perdono come insegnatoci da Gesù Cristo, come il presidente egiziano Anwar al-Sadat e il Primo Ministro israeliano Menachem Begin hanno fatto il 17 settembre 1978 con gli accordi di Camp David — essi condussero al trattato di pace israelo-egiziano del 1979 e al ritiro delle truppe israeliane dal Sinai. Se tutti e due israeliani e palestinesi vogliono fare la pace, lo possono fare.