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Posted on 1mag, 2018

Il cammino di santità nelle indicazioni di Papa Francesco

1523378760_5accea46e5032di Francesco Romano • L’esortazione apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate” (GE) é stata pubblicata il 19 marzo 2018 a distanza di poche settimane dalla Lettera “Placuit Deo” della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non si tratta di casualità, perché le due grandi e ricorrenti tentazioni, la neo pelagiana e la neo gnostica, dalle quali la Lettera “Placuit Deo” intende mettere in guardia, vengono presentate dall’Esortazione “Gaudete et exsultate” come “due sottili nemici della santità”.

Il sottotitolo dell’Esortazione, “chiamata alla santità nel mondo contemporaneo”, ne riassume con tutta evidenza il tema e la finalità. La santità è un percorso che coincide con la vita dell’uomo, nessuno escluso e senza alcun limite di tempo. La santità non è riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie per dedicare molto spazio alla preghiera. La risposta alla chiamata alla santità è di «vivere con amore offrendo a ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno» (GE 14).

Ogni momento è propizio per fare attento l’orecchio alla chiamata. Per questo la Lettera non si presenta come una esposizione dottrinale sulla santità, ma ha per scopo di «far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità» (GE 2). E in questo senso il Papa spera che le sue «pagine siano utili perché tutta la Chiesa si dedichi a promuovere il desiderio della santità» (GE 177).

Il Papa volge uno sguardo molto allargato sul panorama della santità andando con il pensiero al di là di coloro che già sono stati beatificati o canonizzati per affermare che la santità è nel popolo di Dio paziente, che lui definisce “la classe media della santità” (GE 7) come i genitori, i lavoratori che sostengono le loro famiglie, i malati, le religiose anziane che continuano a sorridere.

Il punto centrale dell’Esortazione è la sottolineatura che la santità viene da Dio ed è un dono della grazia, non il risultato del proprio sforzo. Per questo, in stretta continuità con la recente lettera “Placuit Deo” vengono indicati i “due sottili nemici della santità […] due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo” (GE 35).

Anche all’interno della Chiesa è possibile che si insinuino “forme di sicurezza dottrinale o disciplinare che danno luogo a un elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare” (GE 35). Vi sono infatti coloro che pretendono di dominare la trascendenza di Dio come chi vuole che tutto sia chiaro e sicuro, mentre “noi arriviamo a comprendere in maniera molto povera la verità che riceviamo dal Signore. E con maggior difficoltà riusciamo a esprimerla. Perciò non possiamo pretendere che il nostro modo di intenderla ci autorizzi a esercitare un controllo stretto sulla vita degli altri” (GE 43).

Nel cammino di santità la grazia raggiunge gli uomini sorprendendoli nelle loro condizioni reali, “Dio ci supera infinitamente, è sempre una sorpresa e non siamo noi a determinare in quale circostanza storica incontrarlo dal momento che non dipendono da noi il tempo, il luogo e le modalità dell’incontro” (GE 41).

La tentazione che ancora oggi molti hanno di affidarsi alle proprie forze, per i pelagiani corrisponde alla convinzione che tutto si può fare con la volontà umana come se essa fosse qualcosa di puro, perfetto, a cui si aggiunge la grazia. Per il Papa le fragilità umane non sono guarite completamente dalla grazia. La grazia suppone la natura e la sana in modo progressivo (GE 50). L’impronta pelagiana è presente anche in coloro che si sentono attaccati a “un certo stile cattolico” (GE 46), confidano nello sforzo umano magari “incanalato attraverso norme e strutture ecclesiali” (GE 58).

Non si può vivere una vita cristiana senza la grazia di Cristo che non può essere assorbita o sostituita dal perfezionismo con cui si dedicano alle pratiche e agli impegni ecclesiali come “l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa” (GE 57). Questi atteggiamenti segnano la distanza dal dono della grazia e manifestano quanto l’atteggiamento pelagiano sia una falsificazione del messaggio evangelico e si pone alla ricerca dell’affermazione di se stesso e del proprio gruppo dando eccessiva importanza all’osservanza di determinate norme proprie. Questo riguarda “gruppi, movimenti e comunità che tante volte iniziano con un’intensa vita nello Spirito, ma poi finiscono fossilizzati o corrotti” (GE 58).

Nel mettere in guardia dalle proposte ingannevoli e fuorvianti, il Papa esorta a non lasciarci scoraggiare per le difficoltà che segnano il percorso della chiamata universale alla santità, soprattutto se sostenuti dalle opere di misericordia e di carità che restano il miglior baluardo di fronte alle nuove forme di gnosticismo e pelagianesimo. Al centro della gerarchia delle virtù vi è la carità (GE 58) che, in quanto virtù teologale, non si esercita con lo sforzo della volontà personale, ma per effetto della grazia che attira e muove (GE 60).

Nel presentare le beatitudini come la “carta d’identità del cristiano” il Papa ricorda che “la parola felice o beato diventa sinonimo di santo, perché esprime che la persona fedele a Dio e che vive la sua Parola raggiunge nel dono di sé la vera beatitudine” (GE 64).

Il Papa mette in guardia anche da certe convinzioni distorte di chi crede che con il culto e la preghiera o osservando alcune norme etiche da gloria a Dio. Invece, “il criterio per valutare la nostra vita è anzitutto ciò che abbiamo fatto agli altri” (GE 104).

Il discernimento è l’unico modo e anche un dono che dobbiamo chiedere per sapere “se una cosa viene dallo Spirito Santo o dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo” (GE 166). Il discernimento, anche nelle piccole cose, ci permette di sottrarci dalle tendenze del momento, è “uno strumento di lotta per meglio servire il Signore”, per essere capaci di riconoscere i tempi di Dio e la sua grazia. Il Papa incoraggia a fare ogni giorno un sincero esame di coscienza per entrare in dialogo con il Signore che ci ama (GE 169).

Occorre promuovere l’attitudine all’ascolto, afferma il Papa, per avere la libertà di rinunciare al proprio punto di vista parziale, alle proprie abitudini e ai propri schemi, con un atteggiamento di obbedienza al Vangelo e al Magistero “cercando di trovare nel tesoro della Chiesa ciò che può essere più fecondo per l’oggi della salvezza […]. Le medesime soluzioni non sono valide per tutte le circostanze e quello che era utile in un contesto può non esserlo in un altro” (GE 173).

La speranza del Papa è che l’Esortazione “Gaudete et exsultate” possa essere utile a tutta la Chiesa nel promuovere il desiderio di santità chiedendo allo Spirito Santo di infonderlo in ciascuno di noi: “così condivideremo una felicità che il mondo non ci potrà togliere” (GE 177).