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Posted on 1mag, 2018

Lo sviluppo economico nella «Gaudium et spes»: un insegnamento ancora attuale

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fabbricadi Leonardo Salutati • Il tema dello sviluppo è centrale all’interno del capitolo dedicato alla vita economica e sociale di GS (nn. 63-72) ed offre una prospettiva che sarà ripresa dal Magistero sociale successivo fino ad oggi. Per i Padri conciliari era ben chiaro che lo sviluppo non era da intendersi soltanto in senso quantitativo, ma che riguardava anche i cambiamenti nella struttura di tutte le relazioni economiche e sociali. Fu una intuizione che anticipava di anni l’esigenza, che si manifestò in seguito, di superare una modalità di valutazione solo quantitativa dello sviluppo incentrata sul PIL e di adottare, come farà poi l’ONU con gli “Indici di sviluppo umano”, altri criteri quali, per esempio: l’alfabetizzazione, la qualità dell’istruzione, la sanità, l’attesa di vita, la qualità dei sistemi di protezione sociale, la disparità di reddito, ecc.

La riflessione di GS si concentrava sulla complessità della realtà economica e sociale con le sue interconnessioni, che l’attuale sistema globale ha pienamente manifestato. Per questo i principi che il documento conciliare elenca, rivelano ancora oggi tutta la loro attualità. Essi sono essenzialmente quattro.

Il primo ricorda che lo sviluppo economico deve contribuire allo sviluppo di tutto l’uomo integralmente considerato tenendo cioè conto della gerarchia dei suoi bisogni materiali e delle esigenze della sua vita intellettuale, morale, spirituale e religiosa (n. 64). È una visione radicalmente opposta a quella economicista (n. 63), che riduce l’uomo ai suoi soli bisogni materiali, che sarà continuamente riproposta e arricchita dal Magistero successivo fino a Papa Francesco.

Il secondo principio è legato al primo ed insegna che lo sviluppo economico deve rimanere sotto il controllo dell’uomo. Non deve essere abbandonato all’arbitrio di pochi uomini o gruppi che abbiano in mano un eccessivo potere economico, né della sola comunità politica, né di alcune nazioni più potenti. (n.65). Pensiamo, per esempio, quali conseguenze ha avuto il trascurare questa indicazione in occasione della crisi dei mutui subprime del 2008 e delle crisi provocate dall’attività finanziaria esclusivamente speculativa. Al n. 70 si precisa ulteriormente l’obbligo di una opportuna programmazione per assicurare il giusto equilibrio tra i bisogni attuali di consumo, sia individuale che collettivo, e le esigenze di investimenti per la generazione successiva.

Il terzo principio definisce il fine dello sviluppo. Richiamando la necessità dello sviluppo di ogni uomo e di ogni gruppo umano, di qualsiasi razza o continente (n.64), alla luce delle ingenti disparità economico-sociali che si accompagnano a discriminazioni nei diritti individuali e nelle condizioni sociali, si afferma che lo sviluppo esige che venga messo fine ad ogni disparità, per rispondere alle esigenze della giustizia e dell’equità, nel rispetto dei diritti personali e dell’indole propria di ciascun popolo (n. 66). È ancora di grande attualità poi il richiamo esplicito, nello stesso paragrafo, al rischio per gli agricoltori di essere cittadini in condizioni sociali di inferiorità, soprattutto nel “terzo mondo”, ed al loro diritto di essere sostenuti per aumentare la produzione e garantirne la vendita, nonché per la realizzazione delle trasformazioni e innovazioni necessarie, come pure per raggiungere un livello equo di reddito.

Il quarto ed ultimo principio ricorda che tutti i cittadini hanno il diritto e il dovere – e il potere civile lo deve riconoscere loro – di contribuire secondo le loro capacità al progresso della loro propria comunità (n. 65). Il dovere di solidarietà impone poi di non lasciare inutilizzate risorse che potrebbero servire al bene comune ed esige che, salvo il diritto di migrazione, le comunità non siano private dei mezzi materiali e delle risorse intellettuali di cui hanno bisogno.

Il fenomeno delle migrazioni internazionali, che è una delle caratteristiche più importanti della realtà contemporanea con proporzioni inusuali, pur non essendo trattato dettagliatamente dal Concilio, in quanto cominciava allora ad affacciarsi sulla scena internazionale, è però considerato come un importante fattore di crescita economica. Per questo GS ricordava che la giustizia e l’equità richiedono di eliminare accuratamente ogni discriminazione nelle condizioni di rimunerazione o di lavoro (n. 66) favorendo l’integrazione nella vita sociale del popolo o della regione che accoglie i migranti, senza abbandonare l’impegno a promuovere, nella misura del possibile, posti di lavoro nelle regioni stesse d’origine (ibid.).

Affermare come fa GS il dovere di essere al servizio di tutto l’uomo e di ogni uomo come pure di ogni popolo, provoca necessariamente ad interrogarsi sul modo di operare dell’economia mondiale e sull’esistenza di regole adeguate in ambito finanziario, per definire le caratteristiche di quello sviluppo dei popoli di cui si avverte sempre di più l’urgenza e che il Magistero sociale della Chiesa può contribuire ad elaborare.