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Posted on 1mag, 2019

Qualche spunto dagli antichi sul bene sociale

downloaddi Giovanni Campanella • Nel mese di aprile 2018, la casa editrice Youcanprint Self-Publishing ha pubblicato un piccolo libro, intitolato Le tasse (prima di noi). L’autore è Antonio Bevacqua.
Antonio Bevacqua, nato nel 1954 a Catanzaro, dove vive e lavora, è commercialista e giornalista pubblicista. Ha al suo attivo varie pubblicazioni di tecnica tributaria. Il libro che mi accingo a trattare è invece più divulgativo. Esso passa molto brevemente in rassegna i primi sistemi fiscali, dal più antico fino agli albori dell’impero romano.

La lettura del libro è agevole, nonostante l’argomento possa sembrare ostico di primo acchito. Le presentazioni sono, a dire il vero, un po’ fuorvianti perché potrebbero spingere a pensare che il libro riesca a dire qualcosa riguardo a tutti i principali sistemi fiscali, dall’inizio fino ai giorni nostri, comprendendo quindi anche medioevo, evo moderno e storia contemporanea. In realtà, la trattazione si ferma all’epoca di Gesù (non tenendo conto del breve capitolo riguardante le popolazioni americane precolombiane). Ma le dimensioni contenute del libretto possono comunque remare contro una potenziale impressione sbagliata in tal senso. Bevacqua riesce tuttavia a dare una buona rappresentazione del sentimento che i popoli antichi avevano nei confronti dei tributi. Sono rintracciabili alcuni interessanti elementi di giustizia sociale caratterizzanti i diversi secoli di storia umana arcaica.

È altamente probabile che la tassazione sia nata con la vita comunitaria. Già presso le antichissime popolazioni mesopotamiche, agli agricoltori e ai pastori non era richiesto nulla a motivo del loro misero tenore di vita. Ciò sorprende comunque positivamente perché la questione non era così ovvia, soprattutto in epoche così antiche. Purtroppo però, come spesso accadrà, non erano i più ricchi e potenti a sostenere il maggior carico tributario, in forza di ampie esenzioni, ma la classe media.
Un primo sistema fiscale organizzato è forse rinvenibile in Egitto sul finire del terzo millennio prima di Cristo. Ogni sistema fiscale ha avuto poi, lungo il corso del tempo, le sue storture, i suoi difetti e i suoi pregi.

Nella trattazione di Bevacqua, l’ultimo posto della classifica, in relazione all’equità della tassazione, spetta all’Egitto tolemaico, a cui si attribuisce il più pervasivo e gravoso sistema tributario della storia. Di esso ci è stato tramandato un elenco di tributi impressionante. Invece, dall’altro lato della classifica, spicca molto positivamente l’impero indiano dei Maurya (322 a.C. – 185 a.C.).

Alla richiesta dei tributi da parte del sovrano Maurya doveva corrispondere il sacro dovere di fornire ai cittadini ogni protezione (interna ed esterna) e offrire servizi sociali indispensabili come strade, nuovi villaggi, scuole e altre attività benefiche. Era un principio così fortemente sentito che dava ai cittadini il diritto di sospendere il pagamento dei tributi o addirittura di chiederne il rimborso nel caso in cui il re avesse fallito nei suoi doveri!!

«Scrive il poeta Kalidasa, elogiando un regnante dell’epoca: “È stato solo per il bene dei suoi sudditi che ha raccolto da loro le tasse, proprio come il Sole attira l’umidità dalla Terra, per restituirle mille volte”» (p. 27).

Sotto i Maurya, i ricchi dovevano pagare imposte più elevate rispetto ai più poveri. I malati, i minorenni e gli studenti erano esentati o addirittura ricevevano particolari remunerazioni! A chi lavorava la terra era richiesto un sesto dei profitti realizzati (non del prodotto lordo!). Chi prelevava acqua doveva devolvere un quarto del prodotto ma a fronte del fatto che lo Stato aveva dovuto costruire, manutenere e proteggere i canali di irrigazione.

Chi non poteva contribuire né in denaro, né in natura, doveva lavorare gratuitamente per uno o due giorni al mese per le fabbriche statali. Però durante quei giorni era mantenuto dallo Stato.

Beh, che dire, tanto di cappello! Anche se ipotizzassimo che questi resoconti siano stati infiocchettati da cronisti compiacenti, colpirebbe comunque il fatto che da essi, riferentesi ad eventi che ci precedono di ben più di due millenni, traspaia un già così alto senso di bene comune o anche la sola idea di ciò che può essere giusto, equo e desiderabile per un contribuente. Nonostante il lungo lasso di tempo, meraviglia molto il carico di sorprendente attualità del loro insegnamento, soprattutto nella presente temperie politica ed economica.