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Posted on 1mag, 2020

Lucia Bruni 2020

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Alice_in_Wonderlanddi Carlo Nardi · “Oh, pensa”, disse Alice Liddell, quella delle Meraviglie, “come sarebbe bello se potessimo passare attraverso lo specchio! Sono sicura che ci sono delle cose bellissime là dentro! Facciamo che ci sia un modo per passarci attraverso, facciamo che sia diventato tutto come un leggero velo di nebbia.”
Le favole dormono con tutti noi, sul nostro cuscino, e, come i libri, sono il passaporto della fantasia per accettare e vivere meglio la realtà.
Se tutti i libri nei loro infiniti caratteri, potessero aprire le pagine e spiccare il volo, getterebbero tanti piccoli semi preziosi. La terra, come l’animo umano, quando è ben coltivata, dà sempre i suoi frutti.
La funzione più nobile dello scrittore”, diceva Ignazio Silone, “è di trasformare l’esperienza in coscienza.”
Facciamo che questo momento così confuso, spaurito, incerto, sospeso sia pari a una tempesta che frantumi vecchie e inerti abitudini su cui ci eravamo adagiati, scuota i nostri animi e contribuisca a riportare un’armonia di significati e messaggi utile a nutrire il bisogno e il desiderio di accrescere la nostra conoscenza.
Oppure accettiamo le sagge considerazioni di Hunk, lo spaventapasseri che incontra Doroty Gale nel mago di Oz?
Io non possiedo il cervello: solo paglia.”
“Come fai a parlare se non hai il cervello?”
“Non lo so. Ma molta gente senza cervello ne fa tante di chiacchiere.”

Imparando, si ringrazia.

Libro di prete, libro mattone”: un modo di dire che ricordo d’aver letto in una recensione di don Pellizzari – teologo al Seminario di Cestello, letterato di metà Novecento, Ricciolone per quelli di Castello e del Sodo, dov’era cappellano al cosiddetto Monacaio -; si trattava di una sua considerazione sulla Vita di Cristo, autore l’abate Ricciotti: un libro del tutto immune dalla suddetta sentenza, secondo Pellizzari, perché chi lo legge vi trova un’ampia dottrina e una chiara semplicità a cominciare dal prologo breve e schietto, intriso di trepida umanità e di schietto Vangelo. Eppure il detto, birboncello anzi che no, mi accompagna tutte le volte che mi accingo a prendere la penna in mano e anche prima di rovesciare lo scritto nel computer per integrare, rivedere e correggere.
Come mai? Per il mio mestiere – peraltro gradevole – d’insegnamento e di ricerca mi occupo della storia della letteratura cristiana dall’avanzato primo secolo all’alto medioevo, nei tempi dei cosiddetti Padri della Chiesa. E ancora di mestiere, beh! di ministero – tutt’e due le simili parole vengono dal latino
ministerium dal suono per noi solenne -, per il fatto che sono un prete fiorentino e priore di Santa Maria a Quinto.
Quindi, come parlo di patristica o di patrologia, intendo storie di età romana, e vanno conosciute a garbo per farle a loro volta spiegare con metodi e criteri adatti. È questa l’opera della storiografia, filologia, linguistica e “figli e figlie” di scienze antiche e nuove.
Nel contempo sono in una parrocchia fin dall’agosto del 1989; e lì ho conosciuto il babbo e la mamma di Lucia, e nell’archivio, fin dal parroco Luigi Franchi, ho la custodia delle loro carte che rimandano alle cose eterne, quelle di Dio. In quei paraggi ci sono anche altre fonti di conoscenze storiche: monumenti, come le nostre tombe etrusche, ma anche gli scarabocchi su muri vecchi e, ahimè, freschi di imbiancatura. E sono anche a portata di mano fragili e umili le carte che parlano di Quinto e dintorni per adire a fonti certe, sennò a probabili e, se non c’è di meglio, addirittura solo verosimili: accorgimenti con cui si cerca di scrivere la storia. Talora però ci troviamo tra le mani il puro possibile, e allora non si può parlare di storiografia a regola d’arte. Ma solo come possibile è quanto si legge in un romanzo storico. E dico poco! Il Manzoni illumina il seicento più di tante storie in merito pubblicate da professoroni, e così la Yourcenar con le sue Memorie di Adriano ci immerge in usi e costumi, e nei palpiti del cuore degli uomini nel Mediterraneo greco-romano del secondo secolo dopo Cristo. Tant’è che anche i più scrupolosi storici dell’antichità si basavano sul criterio per cui lo storiografo avrebbe potuto mettere sulle labbra di un personaggio in carne ed ossa parole che in quella situazione era proprio il caso che il medesimo avrebbe detto cosi e cosà. Penso ai rigorosi Tucidide, Luca evangelista e Tacito, che tuttavia paiono attuare questo stile (a meno che non ci fosse stato undownload stenografo: il che poteva essere o non essere).
Ed è anche lo stile del genere letterario di Lucia Bruni con le sue “storie” originali e con il gusto del novellare di un tempo che fu, a veglia sul canto del fuoco, quando, sbisoriata la corona e messi a letto i bambini – i tetti bassi -, si ragionava del passato, dell’oggi e del domani, e di tutto e di più.
E così l’opera della Lucia mi ha indotto a prender sul serio l’ironico detto “Libro di prete, libro mattone”, e ricordare che, se si scrive, lo si fa per farsi capire e volentieri. Che poi ci riesca o meno … Intanto sono grato alla curiosa e intraprendente quintigiana, a Lucia Bruni, per il mio proposito, da lei punzecchiato felicemente