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Posted on 1mar, 2018

«Guai a me se non annuncio il Vangelo»

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7687-odi Stefano Tarocchi • Quando l’apostolo Paolo parla delle manifestazioni del risorto, scrive nella prima lettera ai Corinzi: «Ultimo fra tutti apparve anche a me» (1 Cor 15,8). Conferma così il triplice racconto della sua chiamata sulla via di Damasco, narrato dagli Atti degli Apostoli; è da notare, infatti, che nella stessa lettera ai Corinzi, scrive proprio così: «Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro?» (1 Cor 9,1), quando rivendica il suo titolo di inviato («apostolo»)

Qui si innestano tutte le dinamiche della sua missione: «il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» (1 Cor 9,14). Lo ha appena espresso con chiarezza: «Se noi abbiamo seminato in voi beni spirituali, è forse gran cosa se raccoglieremo beni materiali?» (1 Cor 9,11). E che questo sia un lavoro, è stato esplicitato proprio all’inizio della sezione della medesima lettera: «non siete voi la mia opera nel Signore? (1 Cor 9,1).

Il suo ragionamento è ancora più stringente: riferendosi alla Scrittura (Deuteronomio 25,4: «non metterai la museruola al bue mentre sta trebbiando»), Paolo si chiede: «forse Dio si prende cura dei buoi? Oppure lo dice proprio per noi? Certamente fu scritto per noi. Poiché colui che ara, deve arare sperando, e colui che trebbia, trebbiare nella speranza di avere la sua parte» (1 Cor 9,9-10). Si tratta di una argomentazione detta a fortiori: se Dio si prende cura delle creature «senza ragione», a maggior ragione Dio si prende cura della creatura che pensa. Notava argutamente Martin Lutero che il testo del Deuteronomio non è stato scritto per i buoi, dato che «i buoi non sanno leggere».

Anche in una delle lettere pastorali si fa ricorso alla medesima citazione (1 Tim 5,18: «dice la Scrittura: Non metterai la museruola al bue che trebbia, e: Chi lavora ha diritto alla sua ricompensa»). Proprio quest’ultimo elemento si trova comunque in sintonia con le istruzioni date da Gesù agli apostoli nella loro missione, come le riferisce il vangelo secondo Matteo: «chi lavora ha diritto al suo nutrimento» (Mt 10,10). Che Matteo utilizzi anche Paolo come Scrittura ispirata).

A questo complesso di cose legato ad una ricompensa Paolo però decide di rinunciare: «io non mi sono avvalso di alcuno di questi diritti. Preferirei piuttosto morire. Nessuno mi toglierà questo vanto!» (1Cor 9,15). Per arrivare a questa conclusione senza via di uscita, Paolo argomenta, in nome del Vangelo: «noi non abbiamo voluto servirci di questo diritto ma tutto sopportiamo per non mettere ostacoli al vangelo di Cristo. Non sapete che quelli che celebrano il culto, dal culto traggono il vitto, e quelli che servono all’altare, dall’altare ricevono la loro parte? Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» (1 Cor 9,12-14).

Quello che dice quasi all’esordio della medesima lettera come difesa del proprio ministero, (1 Cor 4,12: «ci affatichiamo lavorando con le nostre mani»), ha un’unica eccezione: la chiesa di Filippi: «lo sapete anche voi, Filippesi, che all’inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli; e anche a Tessalònica mi avete inviato per due volte il necessario. Non è però il vostro dono che io cerco, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto» (Fil 4,15-17).

Peraltro, davanti alla chiesa di Corinto, Paolo non si limita a mettere in rilievo la posizione sua e quella di Barnaba, suo compagno di missione (si veda At 4,36; 9,27; 11,22.30; 12,25; i capp. 13-15): «soltanto io e Bàrnaba non abbiamo il diritto di non lavorare? E chi mai presta servizio militare a proprie spese? Chi pianta una vigna senza mangiarne il frutto? Chi fa pascolare un gregge senza cibarsi del latte del gregge? Io non dico questo da un punto di vista umano; è la Legge che dice così» (1 Cor 9,6-8). E aggiunge che questo testo: «certamente fu scritto per noi. Poiché colui che ara, deve arare sperando, e colui che trebbia, trebbiare nella speranza di avere la sua parte» (1 Cor 9,10).

Sulla stessa lunghezza d’onda, l’apostolo si spinge anche oltre: «Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?» (1 Cor 9,5). Ora, il testo della traduzione CEI è alquanto contorto: in realtà, Paolo sta parlando di una «credente, come moglie». Anche questo è un diritto riconosciuto agli altri apostoli, fino a Pietro («Cefa»).

Ciò che gli sta a cuore è tutt’altro: «annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo» (1 Cor 9,16-18).

Si direbbe rovesciata la logica che normalmente viene usata nella nostra esperienza quotidiana: non ci attendiamo una ricompensa quando affrontiamo volontariamente un compito, ma, al contrario, quando ci viene affidato.

Nasce così la riflessione sul ministero apostolico come dimensione di servizio e di apertura verso tutti, laddove sono stati collocati dall’azione provvidenziale: «pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor 9, 19-22).

L’azione dell’apostolo è solo l’annuncio del Vangelo: «tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io» (1 Cor 9,23). Nell’annuncio agli altri, in qualunque situazione esistenziale si trovino, Paolo annuncia il Vangelo anche a sé stesso.