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Posted on 1nov, 2016

Come interpretare i segni dei tempi

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1076077di Leonardo Salutati • Gli avvenimenti drammatici che segnano la nostra storia, catastrofi cosmiche (terremoti, epidemie) o eventi politici (rivoluzioni, guerre, genocidi), interpellano in profondità persone e società sulla condizione umana. Di frequente si sollevano gli interrogativi sul perché e di chi sia la colpa. All’inizio del secolo dei Lumi, il terremoto che distrusse Lisbona (1755) offrì a Voltaire e ai filosofi l’occasione di rilanciare questi grandi interrogativi critici che risuonano ancora oggi. Da sempre, prima la fede ebraica e poi la fede cristiana si sono fatte carico di queste domande. Cristo stesso fu un giorno interpellato sul senso di una catastrofe (il crollo della torre di Siloe) e di un drammatico avvenimento politico-religioso (il massacro a opera di Pilato di alcuni galilei che stavano offrendo sacrifici rituali, cf. Lc 13, 1-5).

La piccola parabola dei segni del cielo si inscrive proprio nell’interrogativo di che cosa siano segno certi tempi:«Quando si fa sera, voi dite: “Bel tempo, perché il cielo rosseggia”; e al mattino: “Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo”. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?» (Mt 16,2-3). Di fatto Gesù invita a capire la realtà del Regno di Dio attraverso l’interpretazione delle realtà terrestri, richiamando alla vigilanza e alla conversione.

Se l’espressione segni dei tempi nella letteratura protestante è intesa con un’accezione prevalentemente apocalittica, in ambito cattolico vi è una interpretazione di taglio messianico, nel senso che i segni dei tempi sono indizio del veniente, indicano il dovere di cercare adesso nella storia concreta degli uomini le tracce della venuta di Dio in mezzo a loro.

La lettura dell’attualità sociale è una tradizione relativamente moderna, ma ben consolidata nella Chiesa. Ogni enciclica sociale nasce a partire dalla lettura di eventi di dimensione sociale e culturale che segnano l’epoca. L’attenzione a “realtà nuove” è facilmente riscontrabile nelle singole encicliche. Per esempio, per la prima di esse, appunto chiamata Rerum novarum (1891), è la «condizione degli operai» nello sviluppo dell’industria capitalista e la presa di coscienza di classe.

Quarant’anni dopo, la Quadragesimo anno (1931) rilegge i frutti positivi di questa interpretazione e la precisa in maniera tematica, ma rileva avvenimenti nuovi: l’egemonia del potere economico, le ideologie socialista e comunista, la scristianizzazione dei costumi.

Analogamente, nella Mater et magistra (1961) Giovanni XXIII sottolinea i cambiamenti sociali più recenti: le innovazioni scientifiche, tecniche (in particolare l’uso dell’energia nucleare), sociali, politiche (specialmente sul piano internazionale) e rileva, giudicandoli con favore, eventi quali il disarmo, i diritti dell’uomo, lo sviluppo.

Senza dubbio è di grande rilievo l’aver intravisto in Populorum progressio (1967) che «la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale».

Si può continuare di questo passo con la Octogesima adveniens (1971) di Paolo VI e ancora più esplicitamente con le encicliche praticamente decennali di Giovanni Paolo Il: Laborem exercens (1981), Sollicitudo rei socialis (1987, 20° anniversario della Populorum progressio), Centesimus annus (1991) ma anche la Tertio millennio adveniente (1994). Nel 2009 la Caritas in veritate di Benedetto XVI e recentemente Papa Francesco con la Evangelii gaudium e la Laudato si’. Pertanto la Chiesa cattolica vive, e ne ha consapevolezza, situata nella storia degli uomini, continuamente attenta alle novità delle situazioni.

In tutte le realtà umane il cristiano è chiamato a riconoscere segni di realtà divine, e cioè del disegno di Dio sull’umanità, dalle sue origini fino alla sua fine, passando per l’attualità. Sono segni del Regno di Dio in mezzo a noi. La Gaudium et spes invitava a prendere in considerazione tre realtà nelle quali si fa sentire un appello: gli avvenimenti, le richieste e le aspirazioni degli uomini (cfr GS 11).

Il manifestarsi del segno implica sempre un invito a crescere nella fede, speranza e carità, e ad impegnarsi senza paura. Chiunque riconosce in un evento tale invito si trova alla presenza dello Spirito di Gesù Cristo. Per averne conferma è necessario discernere (GS 11) riferendosi a vari criteri. Anzitutto, la veracità di un segno si riconosce per il suo amore all’uomo. Poi nella sua somiglianza con un avvenimento riportato nella Sacra Scrittura come un segno, ciò vale anche e soprattutto quando questo segno appare sorprendente oppure scandaloso agli occhi del mondo, come la morte e risurrezione di Gesù o la morte dei martiri. Infine quando comporta una chiamata a rispondere e ad agire, e talvolta indica il luogo della risposta.

Coloro che rispondono, a propria volta, diventano segno per altri come il “segno di Giona” a cui Gesù rinvia quanti gli domandano un segno dal cielo, che non consiste tanto nel fatto che il profeta sia uscito vivo dal mostro marino, quanto nel fatto che gli abitanti di Ninive abbiano cambiato vita all’ascolto della sua parola. Allo stesso modo il segno della Risurrezione del Cristo non è tanto il fatto che egli appaia sulle nubi del cielo, bensì il fatto che uomini e donne si convertano alla sua chiamata, impegnando le loro vite nell’amore di Dio e dei loro fratelli.