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Posted on 2nov, 2016

Scuola statale e non statale: quella vera parità che ancora manca

scuola_chiusa1di Stefano Liccioli • Per legge dello Stato Italiano “il sistema nazionale di istruzione è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali” (L. 62/2000 “Legge Berlinguer”), di fatto però questa parità è ancora più teorica che nei fatti, è più nei doveri che nei diritti dal momento che le scuole paritarie hanno praticamente gli stessi obblighi delle scuole statali, ma non i medesimi aiuti. A causa di un mancato vero riconoscimento e del correlativo finanziamento del suo “servizio pubblico” il sistema delle scuole paritarie (e dunque anche quelle cattoliche) versa in una condizione di sofferenza, aggravata peraltro dalla generale crisi economica. Ogni anno infatti sono molte decine le scuole costrette a sospendere la loro attività (o comunque ad assottigliarla drasticamente) e si è registrato così un calo degli alunni iscritti. Tale situazione è frutto di un’ingiustizia, praticata contro un diritto umano fondamentale della persona come è quello della libertà di scelta educativa dei genitori che devono aver la possibilità di educare i loro figli secondo i propri valori, non per un privilegio “clericale”, ma perché così è previsto dalla Costituzione italiana ed in nome della libertà di tutti (cattolici, atei, persone di altre confessioni). Tutto questo in teoria è possibile, ma solo per coloro che hanno i mezzi economici per pagare anche un retta, oltre alle tasse che già versano e che sono necessarie a sostenere i costi della scuola statale. Questa situazione dell’Italia contrasta altri principi costituzionali importanti quali l’autonomia, la sussidiarietà, l’eguaglianza tra i cittadini ed alcune indicazioni esplicite del Consiglio d’Europa (Risoluzione del 1980 e del 2012), ma va contro anche lo stesso interesse dello Stato in quanto il costo della scuola paritaria è di gran lunga al di sotto di quello della scuola statale (nel 2009 la spesa media annua dello Stato per un alunno di una scuola statale è stata pari a 6.959,455 euro, mentre per quello di una scuola paritaria è stata di 485, 870 euro; se lo Stato dovesse accogliere nelle “sue” scuole tutti gli alunni delle paritarie questi gli farebbero spendere almeno 10 volte di più) e va contro un agire comune di quasi tutti gli Stati europei compresi quelli di più lunga tradizione laica che sostengono la scuola non statale, garantendone un’effettiva parità con la scuola statale ed assicurandone così lo sviluppo e la crescita. Secondo il rapporto globale 2015/2016 sulla libertà di educazione, l’Italia si colloca al 47° posto dei 136 paesi presi in esame (il 94% della popolazione mondiale), un risultato per niente incoraggiante se si pensa che l’Italia è tra i sette paesi più industrializzati del mondo ed è tra i membri fondatori dell’Unione Europea. Nella stessa Unione europea l’Italia si attesta agli ultimi posti. E’ curioso osservare che su molti aspetti, i politici e le istituzioni nostrane sottolineano l’importanza che l’Italia s’adegui all’Europa, ma sul sostegno alla scuola non statale sembra che non ci sia questa esigenza di allinearsi all’UE. In Italia si percepisce un rifiuto ideologico dell’iniziativa privata nel campo educativo, un’iniziativa la cui discriminazione va contro la civiltà giuridica del nostro Paese. Se è infatti giusto che ogni attività formativa rispetti le normative dello Stato e sia da esso sottoposta a verifiche e controlli, non è chiaro perché, fermo restando alcuni limiti, non sia possibile che ogni famiglia scelga liberamente la scuola e l’indirizzo educativo che più giudica affine ai suoi valori ed ai suoi principi, senza dover pagare a “caro prezzo” l’esercizio di questa libertà. Eppure abbiamo visto come siano evidenti i benefici che lo Stato trae dalle scuole paritarie non solo da un punto di vista economico, ma anche da quello culturale se si guarda, ad esempio, al valore aggiunto che viene apportato alla società civile (e non solo a quella ecclesiale) dalla scuola cattolica. Questa è stata attivata molto tempo prima che gli Stati preunitari e lo Stato italiano sentissero il dovere civile e politico di rispondere al diritto soggettivo di ogni individuo all’istruzione e all’educazione, in particolare dei soggetti appartenenti alla classe media e popolare. E’ un primato storico di assoluta rilevanza in quanto attiene alla giustizia e all’equità sociale e prima ancora al riconoscimento della dignità della persona e dei suoi diritti. Nel corso di questa lunga storia la scuola cattolica si è caratterizzata (e lo fa tutt’ora) come antipatrice di pratiche educative di vera qualità: il “progetto educativo di istituto”, la didattica individualizzata e personalizzata, l’associazionismo degli studenti, dei genitori, degli ex-alunni, la scuola dell’infanzia e materna, il tempo pieno, le attività extracurricolari ed extrascolastiche, la scuola aperta al territorio, le reti di scuole, la verticalizzazione degli istituti, la valutazione del personale dirigente e docente, l’autonomia, la chiamata individuale dei dirigenti e docenti, l’internazionalizzazione (scambi di esperienze, vacanze-studio all’estero, potenziamento delle lingue comunitarie), l’inclusione degli studenti marginali. Senza però un sostegno significativo da parte dello Stato italiano, tutto questo si perderà perché le scuole paritarie rischiano di scomparire e le famiglie italiane non avranno alternative a una scuola unica, quella statale, con buona pace della libertà educativa dei genitori.

Il Cardinal Betori, intervenendo lo scorso maggio al convegno della FISM (Federazione Italiana Scuole Materne), affermò a tal riguardo:«In una società che ovunque e per chiunque esige libertà, questa libertà è conculcata nel silenzio delle grandi agenzie informative e del mondo della cultura, degli attori della vita politica. È una battaglia, quella per una scuola paritaria che sia davvero tale e davvero libera, e che sia quindi adeguatamente finanziata perché possa ben funzionare e possa gravare il meno possibile sulle spalle delle famiglie, che non dobbiamo abbandonare».