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Posted on 1ott, 2018

I primi cristiani a confronto con la politica e la ricchezza

download-5di Leonardo Salutati • Il cristianesimo è cresciuto in una società romana fondamentalmente ingiusta ed inequa, dove una piccola minoranza si accaparrava la gran parte dei beni mentre il resto della popolazione sopravviveva con lavori precari, in un contesto in cui si andava affermando il nuovo sistema politico incentrato sul potere imperiale.

I primi cristiani non cercarono di rovesciare la struttura sociale in cui erano inseriti, non avevano velleità anarchiche e neppure avevano elaborato un sistema politico ideale. La linea di comportamento, dettata dall’insegnamento di San Paolo (cf. Rm 13,1-7) e ribadita dai primi Padri della Chiesa del I e II secolo (Clemente di Roma, Giustino, Tertuliano), esortava a pagare le tasse e a sottomettersi all’autorità, ancorché pagana.

Fin dall’inizio vi è la preoccupazione per la dignità di tutti e la cura dei più indigenti. La primitiva comunità cristiana diede presto vita ad un gruppo di «sette uomini di buona reputazione» per il servizio caritativo della comunità (cf. At 6,1-7). San Paolo nello scrivere a Filemone non mette in discussione l’istituto della schiavitù ma raccomanda di trattare Onesimo non più come schiavo ma come «fratello carissimo» (Fm 16). Nonostante che solo a partire dal IV secolo sarà elaborata una riflessione sul problema della schiavitù, fin dal II secolo, in Siria, i catecumeni impararono a rispettare i propri schiavi e domestici per la paura che questi potessero «perdere il timore di Dio», perché è Dio che bisogna temere più che il padrone (cf. Didachè 4,10). I primi cristiani sapevano benissimo che il Regno di Dio doveva affermarsi non rovesciando i regni terreni, ma instaurandosi nel cuore degli uomini invitati a riconoscersi tutti figli di un medesimo Padre.

Le forti differenze di condizione economica e sociale scandalizzavano molti. Ne danno conto quasi tutti i Padri, che così elaborano una riflessione sull’uso della ricchezza al fine di evitare i due estremi: quello di chi condanna in assoluto la proprietà dei beni e quello di chi è incapace di vincere il proprio egoismo rischiando di perdersi per sempre (tra i tanti si può ricordare Clemente di Alessandria del II secolo, col suo Quale ricco potrà salvarsi?). Nel IV secolo, quando cessarono le persecuzioni e il cristianesimo fu accettato nell’Impero Romano, la situazione economica era prossima al crollo, con i poveri in aumento e i ricchi sempre più ricchi. La gran massa di conversioni al cristianesimo metteva ancora più in risalto tale incoerenza, tanto da spingere molti a lanciarsi nella vita ascetica. Fu proprio tra questi atleti della povertà e del distacco dai beni che sorsero numerosi vescovi, teologi e santi del calibro di S.Antonio abate. S.Giovanni Crisostomo, Vescovo e Dottore della Chiesa, è indubbiamente il più determinato a denunciare l’ingiustizia sociale e a distinguere una ricchezza legittima da quella frutto di rapina.

Tuttavia la vita monastica che andava sempre più diffondendosi elaborò anche delle proposte di organizzazione sociale. La regola di S.Pacomio, preoccupata di limitare la competizione nell’ascesi tra i monaci, organizza la vita e le attività produttive in gruppi di monaci che avevano tutto in comune. La Regola di S.Basilio è molto esigente, tanto da farla considerare ad alcuni più adatta a dei reclusi che a nuovi battezzati. Forse con l’intento di trasformare la società, Basilio fonderà anche una città, chiamata più tardi Basiliade. Essa fu organizzata per offrire lavoro e sostentamento ai poveri, tanto che Basilio ne parlerà come ospizio dei poveri (Lettera 150,3) che, secondo quanto riporta Sozomene, cercherà di diffondere nel resto del Ponto. S.Agostino fu meno radicale, egli perseguiva non tanto la spoliazione dei beni come fine in sé quanto piuttosto l’esercizio della solidarietà comunitaria, invitando alla distribuzione dei beni non in parti uguali ma secondo i bisogni di ciascuno. La regola di S.Benedetto proibiva ai monaci la proprietà personale ma disponeva di dare a ciascuno secondo i suoi bisogni.

La vita monastica rivestì una importanza vitale nei secoli a cavallo tra Antichità e Medioevo, guadagnandosi un apprezzamento tale che, lentamente, fu considerata come l’ideale di vita sociale sulla terra. Il periodo del pontificato di S.Gregorio Magno (590-604) fa da cerniera tra i due periodi nel momento in cui il potere imperiale si rivelò incapace di provvedere ai rifornimenti alimentari e alla difesa del territorio. Esso fu caratterizzato da numerosi interventi a favore della popolazione in generale e a difesa degli interessi del gran numero di piccoli agricoltori che costituiva la base dell’economia antica.

Gli antichi Padri pur non sviluppando una teoria sull’organizzazione della società, ne influenzarono la vita in modo importante, attraverso numerose iniziative tutte orientate alla difesa dei più poveri e della dignità di tutti, a cominciare dagli schiavi, denunciando lo scandalo dell’avarizia e della cupidigia che soffocava il cuore dei pochi ricchi a fronte di una moltitudine di poveri. Essi ci trasmettono una consegna e un insegnamento ancora oggi di grande attualità e capace di vitalizzare l’apostolato della Chiesa.