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Posted on 2set, 2019

Il futuro dei giovani? Dipende dalla scuola

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terzamissionedi Antonio Lovascio • Abbiamo vissuto l’estate con una crisi politica surreale, grottesca, accompagnata da un’ulteriore frenata della nostra economia. Niente crescita all’orizzonte. I numeri parlano chiaro ormai da tempo e la risposta delle classi dirigenti, quella politica per prima, sono state finora del tutto inadeguate: 10 milioni di italiani non hanno lavoro o l’hanno precario , almeno 5 milioni di posti potrebbero essere a rischio per l’impatto delle nuove tecnologie. Abbiamo perso quasi 2 milioni di posti di lavoro rispetto a 10 anni fa tra le persone sotto i 35 anni. E poi registriamo il 35% di disoccupati giovanili e 25% di NEET (giovani che non studiano né lavorano, ndr). Sono numeri terribili. che ci mettono tra i peggiori Paesi in assoluto. E non a caso siamo tra gli ultimi in Europa come investimenti in istruzione.

Non c’è quindi da stupirsi se tante famiglie hanno letteralmente paura del futuro ed esprimono avvilimento e a volte rabbia, alimentate in parte anche da chi strumentalizza queste situazioni di disagio a fini elettorali . Da chi semina panico dopo aver fatto tante promesse e messo in atto politiche (pensioni a quota 100, reddito di cittadinanza) che, alle luce dei fatti, si sono rivelate invece autentici flop non avendo favorito l’atteso ricambio generazionale nel mondo del lavoro: solo tre ingressi di fronte a dieci che hanno lasciato anticipatamente!.

Occorre quindi cambiare rotta, con misure adeguate e concrete che facciano ripartire la crescita e insieme contrastino le varie forme di populismo ed estremismo che abbiamo davanti agli occhi in Italia ed in tutto il mondo sviluppato e ancora libero: la storia dice che situazioni di questo genere possono mettere a rischio addirittura la democrazia. Il futuro dei nostri giovani, il futuro del nostro Paese, passa attraverso la scuola, per cui non dobbiamo prima di tutto permettere che essa perda la sua funzione educativa e formativa. È necessario ridarle quella linfa vitale, trasmetterle quella speranza che deve sempre essere l’ultima a morire, come ricorda Papa Francesco orientando la missione della Chiesa. Le Istituzioni, il mondo della Cultura, i docenti, i genitori, gli alunni sono chiamati – ciascuno nel proprio ruolo – a mettere il loro mattone in quest’opera di ricostruzione che deve partire anche dal basso, per correggere scelte sbagliate imposte dall’alto, dalla politica.bollettino-excelsior-intestazione

Non vorremmo essere nei panni dei nostri diplomati che devono decidere se proporsi subito sul mercato del lavoro sempre più condizionato dalla globalizzazione o proseguire il percorso di studi. Mai come in questo momento sono necessarie scelte oculate, ben soppesate, cercando di conciliare le proprie attitudini ed i propri interessi culturali con la realtà produttiva e lavorativa, per evitare di avere poi domani cocenti delusioni. Qualche suggerimento può venire dall’indagine appena sfornata da Unioncamere e Anpal, da cui si rileva che, a livello di tendenza, i contratti offerti dalle imprese ai diplomati nel 2018 erano il triplo di quelli per cui era richiesto il possesso di laurea.

Tra i diplomi più richiesti dalle imprese spiccano quelli ad indirizzo finanziario e marketing, seguiti dal meccanico e meccatronico, dal settore turistico ed enogastronomico, dall’elettronica ed elettrotecnica e dall’informatica e telecomunicazioni. Tra le professioni di sbocco per i diplomati, il 51,8% dei disegnatori industriali è difficile da reperire; difficoltà anche superiori si registrano per i tecnici elettronici (57,7%) e per gli elettrotecnici (71,5%).

Per quanto riguarda i laureati, la richiesta da parte delle imprese interessa principalmente gli indirizzi economico, ingegneria, insegnamento, comparto sanitario e paramedico. Anche in questo caso le difficoltà di reperimento per i profili di sbocco dei laureati sono spesso elevate: 48,4% per gli specialisti nei rapporti con il mercato, il 52,5% per gli ingegneri energetici e meccanici e il 64,8% per gli analisti e progettisti di software.

Scienza e tecnologia hanno indubbiamente sviluppato nuove opportunità, ma allo stesso tempo hanno reso obsoleti numerosi lavori. Molti nuovi mestieri stanno emergendo, ma altrettanti posti di lavoro attuali – ci sono indagini che parlano addirittura del 50 per cento – sono a rischio: non solo quelli manuali o amministrativi, ma pure quelli più professionali. Ecco perché la sfida da cogliere è ridisegnare il sistema educativo, con un grande investimento nella Scuola tecnica secondaria. Tenendo appunto presente che la disoccupazione giovanile si batte solo con la formazione.