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Posted on 2set, 2020

Tania, le culle vuote e l’ Italia a picco

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tania-cagnotto-e-francesca-dallapecc80di Antonio Lovascio · «Ho scelto la vita, per diventare ancora una volta mamma». La decisione di Tania Cagnotto, la campionessa di tuffi che a 35 anni rinuncia alle Olimpiadi di Tokyo e ad una possibile altra medaglia d’oro, speriamo faccia riflettere le tante donne che rincorrono le sirene dell’ultima supposta “conquista” di libertà, l’accesso all’aborto farmacologico con la pillola Ru 486 senza più ricovero in ospedale. Procedura che non cambia la natura dell’atto – la soppressione di una vita umana resta sempre tale, con qualsiasi tecnica la si voglia realizzare – ma ne modifica profondamente il vissuto essendo praticata in totale abbandono e isolamento casalingo. Come ha scritto in un editoriale su “Avvenire” il presidente della CEI card. Gualtiero Bassetti.

L’inverno demografico” – così lo definisce Papa Francesco – è destinato a continuare, anzi ad aggravarsi. Un fenomeno dimenticato dalla politica, anche se il numero dei morti supera quello delle nascite e ogni tre giovani ci sono cinque anziani. Le coppie hanno sempre meno figli e ormai il numero dei “vecchi” è superiore a quello dei giovani.

Ci sono timidi tentativi di analisi, ma la questione finora non si è mai posta con serietà. Questa indifferenza è “un enigma che non sono mai riuscito a decifrare”, scrive il laico Piero Angela (apprezzatissimo divulgatore scientifico televisivo) nella prefazione al libro “Italiani poca gente”, che affronta le conseguenze del calo demografico in termini di welfare, instabilità politica, conflitti, migrazioni e anche di declino geopolitico (basti pensare che il peso dentro alla Banca Centrale Europea si misura anche dalla popolazione e dal Pil del Paese).

L’impatto della denatalità sarà devastante. “Se le culle restano vuote, Italia a picco”, ha titolato “Repubblica” pur dando ampia voce nelle ultime settimane a commentatrici abortiste. Seguendo la freddezza dei numeri, “in trent’anni il Pil crollerà del 20% . Meno giovani e più anziani al lavoro” – ha spiegato Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e docente alla Bocconi – Vuol dire che mancano i più ideativi, brillanti, volitivi, e crolla la produttività». Il calo di natalità e l’invecchiamento della popolazione sono speculari. Un’azienda ricava più valore aggiunto dall’assumere un ingegnere appena laureato e rampante che un cinquantenne demotivato. Tutto è trovarlo, l’ingegnere: l’Ocse – che ha coniato l’espressione “equilibrio basso” in cui si è arenata l’Italia negli ultimi 15 anni – ammonisce che l’investimento in capitale umano è troppo scarso. Tant’è che il 20% degli italiani è laureato contro il 30% di media della stessa Ocse.

Causa ed effetto si intrecciano nella spirale del decremento. Chi supera le paure e decide di fare figli acquisisce anche altri meriti: è portato a concedersi vacanze il minimo necessario, ad impegnarsi di più per dare un futuro migliore appunto ai figli. Insomma a produrre di più e meglio. La simmetria è provata dall’esperienza di altri Paesi europei che hanno avuto lo stesso problema ma alla fine l’hanno superato. L’esempio della Svezia è noto, ma anche Francia, Germania, Gran Bretagna hanno sfornato sussidi, agevolazioni, infrastrutture tali da mettere le giovani madri in condizione di fare figli e tornare al lavoro senza angosce. Sono interventi costosi ma di sicura pratica. Semmai il guaio è che l’Italia vive, peggio che il resto dell’Occidente, la più grave recessione da 90 anni a questa parte. Che ha conseguenze dirette sul “tasso di fecondità”, già sceso dal 2,4 (figli per donna) della fine degli anni ’60, all’1,3 di oggi, con un declino inarrestabile cominciato ben prima della fine del ventesimo secolo. Indubbiamente il fattore incertezza è parte integrante del calo delle nascite, al pari della necessità di riconciliare lavoro e famiglia: se ciò avvenisse si utilizzerebbe almeno la riserva dì lavoro femminile ancora inespressa, come più volte hanno raccomandato i Vescovi italiani. Paure ed incertezze che portano l’ISTAT a prevedere almeno 10mila nascite in meno, di cui 4mila nel 2020. Se si aggiungono i condizionamenti economici potremmo arrivare a 20-30mila in meno. Intanto nel 2019 il calo dei residenti ha toccato il record di 189mila. In cinque anni la popolazione è diminuita di 551mila residenti (oggi 60,2 milioni di cui 18,8% stranieri). Il calo è dovuto ai cittadini italiani: ne sono nati l’anno scorso 357mi1a (nel 1964 furono registrati all’anagrafe un milione di bambini) rispetto ai 627mila deceduti, con un saldo negativo di 270mila. Certo, su questa macabra contabilità il dramma Covid avrà le sue conseguenze. Il calo degli italiani ha infatti raggiunto gli 844mila in cinque anni, come se si fosse cancellata una città come Genova. Né bastano a colmare il gap i 292mila stranieri che si sono assommati sempre nei cinque anni, che peraltro aumentano sempre meno: non più di 47mila nel 2019.

Dobbiamo riflettere su questi dati guardando al futuro del Paese, delle nostre città e delle famiglie , “chiedendoci se saremo capaci di far rivivere – come ha osservato nell’omelia per la festa di San Lorenzo l’arcivescovo di Firenze card. Giuseppe Betori – lo spirito di condivisione e partecipazione dimostrati durante il picco della pandemia, anche oltre la fase dell’emergenza sanitaria, per nutrireGiuseppe-Betori anche quest’ulteriore fase di emergenza economico-sociale, non meno problematica per il futuro della società”. Un richiamo rivolto al senso di responsabilità individuale, che solo potrà porre ostacolo alla continuazione del diffondersi del virus, ma anche a chi – politici e amministratori in primis – ha il compito di prendersi cura delle persone nella vita sociale, in cui solo la logica della vicinanza e dell’accompagnamento può sconfiggere le paure della solitudine e dell’abbandono. “In tale prospettiva – sono sempre parole di Betori, pronunciate nel giorno dell’Assunta, cui hanno fatto eco nelle stesse ore quelle di altri Vescovi – appare doveroso segnalare che non è un segno incoraggiante la logica di privatizzazione che sta dietro alle recenti modifiche normative che permettono di lasciare ancora più sola la donna di fronte al dramma dell’aborto”. Auguriamoci allora che molte donne (e coppie) seguano l’esempio di Tania Cagnotto, campionessa simbolo della vita, per poter guardare al domani con maggior ottimismo.