Camminare e rialzarsi: la lezione di vita di Papa Francesco ai giovani della GMG.

di Stefano Liccioli · Per la prima volta dopo diciotto anni non ho partecipato ad una Giornata Mondiale della Gioventù che si è svolta in Europa. Non ho partecipato per raggiunti limiti d’età (come si suol dire), ma anche perché non avevo gruppi di giovani da accompagnare. Il fatto di non essere a Lisbona, dal 1 al 6 agosto scorsi, non mi ha comunque impedito di seguire in televisione o su internet ciò che avveniva in Portogallo. Il tema di questo XXXVII raduno di giovani di tutto il mondo era ispirato al versetto evangelico “Maria si alzò e andò in fretta” (Lc 1,39). Su queste parole si è incentrato, ad esempio, l’intervento di Papa Francesco durante la Veglia, uno dei momenti più emozionanti di tutte le GMG. Nel rivolgersi ai presenti il Santo Padre ha richiamato l’importanza di sentirsi missionari, portatori al mondo di quella gioia che ci dà l’incontro con Cristo.

Il pontefice si è poi soffermato su quell’alzarsi di Maria, un verbo a cui Bergoglio si rifà spesso per sviluppare delle riflessioni che invitano ragazzi e ragazze, ad esempio, ad uscire dalle loro comfort zone per immergersi nella vita reale. In questo caso il Papa ha voluto ricordare come nella vita le cadute, i fallimenti, siano sempre in agguato, ma ciò che conta è sapersi rialzare ed aiutare gli altri a rialzarsi:«Voi credete che una persona che cade, nella vita, che ha un fallimento, che anche commette errori gravi, forti, che la sua vita sia finita? No! Che cosa bisogna fare? Alzarsi! E c’è una cosa molto bella che oggi vorrei lasciarvi come ricordo. Gli alpini, ai quali piace scalare le montagne, hanno un canto molto bello che dice così: “Nell’arte di salire – sulla montagna –, quello che conta non è non cadere, ma non rimanere caduto”. È bello! Chi rimane caduto è già “andato in pensione” dalla vita, ha chiuso, ha chiuso alla speranza, ha chiuso ai desideri e rimane a terra. E quando vediamo qualcuno, un nostro amico che è caduto, cosa dobbiamo fare? Sollevarlo».

Nella sua semplicità (ma ormai essere semplici è un atto di coraggio perché, per dirla con Chesterton, siamo nei tempi in cui bisogna attizzare fuochi per testimoniare che due più due fa quattro) la considerazione del Santo Padre è quella di un vero educatore. Proprio in questi giorni c’è un acceso dibattito, a partire dalla lettera-sfogo di un neo maturato di Milano, su quanto la scuola sia o meno causa del malessere dei nostri giovani forse perché pone loro delle richieste e li sottopone a delle valutazioni. Il lavoro da fare con le nuove generazioni non è quello di abbassare gli ostacoli per farle sentire più forti ed in grado di superarli, ma accoglierle così come sono, con le loro fragilità, per farle crescere secondo ciò che c’è di più vero dentro di loro. E’ un lavoro, però, impegnativo per chi accompagna ragazzi e ragazze, essere degli “adulti spazza-neve” che tolgono cioè gli ostacoli di fronte ai loro alunni o figli è sicuramente più facile, ma in fin dei conti è una scorciatoia che porta solo ad una deminutio personale.

La prospettiva indicata dal Papa è invece quella autentica secondo cui «nella vita, per ottenere le cose bisogna allenarsi a camminare». Questo significa, però, dare veramente fiducia ai giovani, credere in loro, nelle loro risorse ed in quello che possono realizzare. Ha concluso il Santo Padre: «Nella vita, nulla è gratis, tutto si paga. Solo una cosa è gratis: l’amore di Gesù! Quindi, con questo gratis che abbiamo – l’amore di Gesù – e con la voglia di camminare, camminiamo nella speranza, guardiamo alle nostre radici e andiamo avanti, senza paura».

Alcuni osservatori del mondo cattolico hanno fatto notare che la notizia dei giovani che hanno partecipato alla GMG di Lisbona (un milione e mezzo i partecipanti alla veglia del sabato sera, tanto per citare i numeri del momento più atteso della sei giorni) è passato quasi inosservato sui media nostrani, tranne quelli di area cattolica. La cosa non mi ha sorpreso e se in questa sede richiamo questo fatto è perché non dobbiamo dimenticare che, per usare una celebre immagine, “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”. Mi piace pensare che quel milione e mezzo di giovani sia una foresta che sta crescendo per dare ossigeno alla nostra povera umanità. E poca importa se qualcuno li chiama fanatici o li snobba considerandoli frutti di un mondo che ormai è al tramonto: evviva loro e chi li ha accompagnati in Portogallo perché con la loro presenza ci dimostrano che un altro mondo è possibile e che per realizzarlo bisogna andare controcorrente e sfidare la mentalità comune. Questo sì che è coraggio.