I Social e gli inquietanti volti del disagio giovanile

di Antonio Lovascio · Quasi ogni giorno sentiamo ripetere da psicologi, psicanalisti ed educatori che l’esperienza traumatica, collettiva della pandemia ha generato una diffusione ulteriore del disagio tra i giovani. Le manifestazioni più ricorrenti sono comportamenti autolesivi, una violenza anarchica, erratica, non ideologica; e poi somatizzazioni, attacchi di panico, disturbi dell’alimentazione. E soprattutto ritiro sociale. Ritiro dalle relazioni sociali e spesso dalla scuola. Manifestazioni inquietanti che sono poi la dimostrazione più lampante dello sfacelo educativo in cui, volenti o nolenti, siamo tutti coinvolti. E’ giusto parlarne, riflettendo nel rivedere nella nostra mente le immagini della tragedia di Casal Palocco. Parla da sé il video attraverso cui un giovane youtuber romano proclama esaltato al mondo intero il proprio entusiasmo per aver noleggiato la Lamborghini che poche ore dopo, lanciata a tutta velocità con a bordo cinque ragazzi, si schianterà contro una Smart causando la morte del piccolo Manuel (cinque anni), che viaggiava con la madre alla guida ed il fratellino.

La cronaca purtroppo supporta sempre più le tesi degli esperti che affermano come i Social non abbiano potenziato i legami sociali, ma abbiano invece dematerializzato le amicizie, i rapporti fra i giovani. Questa connessione – lo ha ben spiegato Massimo Recalcati, psicoanalista spesso in tv, docente allo Iulm di Milano e all’Università di Verona –

non è reale ma virtuale. E oggi uno dei grandi rischi è proprio confondere il reale col virtuale. In psicanalisi si chiama allucinazione. L’uso dei Social genera una dipendenza tossica: l’assenza di pausa, l’assenza di intervallo. L’incidente mortale di Casal Palocco è stato provocato da una connessione continua di 50 ore dei ragazzi che l’hanno causato. Mentre si gioca nella realtà virtuale, si toglie la vita ad un bambino nel mondo reale.

In questo nuovo pianeta digitale e iperconnesso, l’iPhone diventa un prolungamento del nostro corpo e dell’esperienza quotidiana della vita. La dipendenza dall’oggetto è una forma di autismo, quindi il contrario della socialità. Soprattutto l’iPhone è diventato un oggetto primario. Se tu stacchi un ragazzo dal cellulare – sostengono gli esperti – provochi una crisi di angoscia che può davvero evocare l’angoscia primaria, regressiva, del bambino svezzato dal seno materno.

E allora, cosa fare? Rinunciare alle nuove tecnologie sarebbe impossibile e sbagliato, ma sicuramente vanno ripristinate le gerarchie di valore all’interno della grande Rete. Orientando i percorsi senza occultare il male: soltanto così potremo sperare di evitarlo. Dimostrando coi fatti la differenza sostanziale fra informazione e conoscenza. Aprendo gli occhi dei giovani, spingendoli a uscire dalle loro cerchie fatate. Dovremmo avvicinarli al fuoco, anche lasciando che talvolta si brucino le dita, invece di indurli a credere di poter sempre farla franca. Incarnare, noi adulti, il limite che loro dovrebbero rispettare.

Da tempo si ripete che per il bene della società e soprattutto delle giovani generazioni è necessaria un’alleanza tra Istituzioni civili, Chiesa, scuola e famiglia. Un “patto educativo”, così lo chiama Papa Francesco, per trasmettere ai giovani i valori e le verità che danno senso alla vita. Un progetto che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature. Superando le semplificazioni eccessive appiattite sull’utilità, bisogna che gli spazi educativi non si conformino alla logica della ripetizione, dei risultati standardizzati, ma siano capaci di generare “processi creativi” in cui l’ospitalità, la solidarietà intergenerazionale e il valore della trascendenza fondino un nuovo modello culturale. L’educazione, infatti, ha un potere di trasformazione. “Educare è sempre un atto di speranza” – come evidenzia Bergoglio parlando in un’ottica globale – che rompe i fatalismi, che trasforma la “logica sterile e paralizzante dell’indifferenza” in una diversa, capace “di accogliere la nostra comune appartenenza”.

Ma perché il fare rete tra le agenzie educative non rimanga uno dei tanti slogan che circolano tra gli “addetti ai lavori”, bisogna diffondere e incrementare gli esempi virtuosi già esistenti che non hanno avuto bisogno di tante teorie ma sono diventati subito pratica anche all’interno delle comunità ecclesiali . L’oratorio è una di queste realtà laddove, per esempio, ha aperto le sue porte per il doposcuola dei ragazzi che hanno bisogno di un aiuto per i compiti. Il mettersi a disposizione di chi è più svantaggiato o in famiglia ha poche occasioni per essere seguito dai genitori, si sviluppa in parallelo con la scuola e con altre agenzie educative. Non si può poi dimenticare quel mondo che fa riferimento allo sport, che non è solo agonismo ma anche – e soprattutto – un grande strumento di formazione se insegna non solo a vincere ma anche come si raggiunge la vittoria.

La Chiesa ha una missione educativa e deve svolgerla – sollecitando il suo laicato – con coraggio, senza complessi. L’educazione cristiana è, in fondo, l’educazione di tutto l’uomo. Non è possibile scindere per un fanciullo o un adolescente i sacramenti dalla scuola, il gioco, lo sport, le relazioni con gli altri. E questo vale anche per gli adulti, perché integralità significa tutto ciò che nella vita ci tocca. È un messaggio autenticamente cristiano che, però, non è necessario declinare in senso confessionale, perché vale per una persona a qualunque latitudine e di qualsiasi età.