La carità fondamento imprescindibile della pace tra i popoli

di Leonardo Salutati · Il 1° agosto 1917 Papa Benedetto XV scriveva una Lettera ai Capi dei popoli belligeranti, in cui definiva la guerra che dal 1914 sconvolgeva l’Europa «lotta tremenda la quale ogni giorno di più apparisce una inutile strage». Il 31 ottobre 1918, il vescovo di Padova mons. Pellizzo, riferendosi all’andamento della guerra sull’Altopiano dei Sette Comuni a seguito della spedizione punitiva organizzata dall’Austria, scriveva al Papa: «la carneficina inutile continuerà purtroppo, a meno che intervenga un provvido armistizio». A sua volta il Vescovo di Vicenza mons. Rodolfi rivolgendosi alla Santa Sede così si esprimeva: «Santo Padre, questa ormai non è più guerra, è brutalità, è insidia notturna, è aggressione violenta del debole e dell’innocente; sono veri assassinii che si commettono contro le stesse norme della guerra, con disonore orrendo dell’umanità».

Nella stessa nota del 1 agosto 1917 Benedetto XV, audacemente, per fermare il conflitto mondiale proponeva il disarmo reciproco, la libertà di navigazione sui mari, l’arbitrato internazionale delle dispute, la rinuncia di ogni parte ai risarcimenti di guerra, la restituzione dei territori occupati, la negoziazione conciliatoria delle rivendicazioni territoriali tra parti avverse, purtroppo senza alcuna immediata conseguenza

Ai nostri giorni, a distanza di un secolo, l’Inutile strage purtroppo continua nel cuore dell’Europa e Papa Francesco sembra riecheggiare le parole di Benedetto XV e dei vescovi di Padova e Vicenza quando, nell’omelia in occasione della VI Giornata mondiale dei poveri del 13 novembre 2022, così si esprime: «Oggi ognuno di noi deve interrogarsi davanti a tante calamità, davanti a questa Terza guerra mondiale così crudele».

Il fatto è che per ottenere la pace non basta richiamarsi a un’idea puramente umana di fratellanza tra gli uomini. Il Novecento che si aprì all’insegna della fratellanza universale è stato, in realtà, il secolo più cruento della storia. Sempre Benedetto XV nell’enciclica Ad Beatissimi del 1 novembre 1914, mentre divampava la Prima guerra mondiale, ammoniva: «Mai forse più di oggi si parlò di umana fratellanza (…) La verità è però questa, che mai tanto si disconobbe la umana fratellanza quanto ai giorni che corrono».

Neppure è sufficiente affidare la realizzazione della pace solo a strumenti umani. Pio XI, nell’enciclica Caritate Christi compulsi del 3 maggio 1932, avvertiva che a nulla servono «i trattati di pace, né i patti più solenni, né i convegni o le conferenze internazionali, né gli sforzi più nobili e disinteressati di qualunque uomo di Stato, se prima non siano riconosciuti i sacri diritti della legge naturale e divina».

Se vogliamo accoglierne l’insegnamento, S.Tommaso d’Aquino ci istruisce che la vera pace sussiste laddove vi sia un vero amore a Dio e al prossimo, cosa che può aversi solo nell’anima in grazia, perché «senza la grazia santificante non può esserci una pace vera, ma solo apparente» (STh II-II, q.29, a.3, ad 1). Da questo presupposto derivano due conseguenze. Poiché la carità suppone la grazia santificante, la vera pace suppone l’assenza del peccato, per cui, analogamente, là dove esistono strutture di peccato (cf. Populorum progressio n. 21, Sollicitudo rei socialis nn. 36-40), dove vi è colpa sociale, non può esserci la vera pace sociale che non è la semplice assenza della guerra.

Se poi accettiamo con S.Tommaso che la carità è la causa propria della pace, la seconda conseguenza consiste nel fatto che la pace non è propriamente effetto della giustizia come annunciato dal profeta Isaia (cf. Is 32,17). Infatti, S.Tommaso dichiara esplicitamente che « pace è indirettamente opera della giustizia, in quanto questa ne rimuove gli ostacoli. Ma direttamente è opera della carità: poiché solo la carità causa la pace in forza della sua natura» (Sth II-II, q. 29, a. 3, ad 3.

Alla luce di queste considerazioni il Magistero della Chiesa insegna che le cause profonde della guerra non sono di ordine politico od economico, ma spirituale e morale e risalgono alla violazione dell’ordine naturale e cristiano e all’abbandono della legge di Dio nella vita individuale, nazionale e internazionale. Pio XII, nella enciclica Summi Pontificatus del 20 ottobre 1939, insegna che «la radice profonda e ultima dei mali che deploriamo nella società moderna, è la negazione e il rifiuto di una norma di moralità universale, sia della vita individuale sia della vita sociale e delle relazioni internazionali; il misconoscimento cioè, così diffuso nei nostri tempi, e l’oblio della stessa legge naturale, la quale trova il suo fondamento in Dio, creatore onnipotente e padre di tutti, supremo ed assoluto legislatore».

Giovanni Paolo II ribadisce che la pace ha il suo fondamento nell’«ordine razionale e morale» della società che non può «prescindere da Dio, che è fonte primaria dell’essere, verità essenziale e bene supremo» (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 1982).

Per cui una volta scardinato l’ordine naturale, alla forza della legge si sostituisce la legge della forza e della violenza. Ne è una tragica testimonianza, oggi, l’assoluta insignificanza dell’ONU che, non riferendosi nella sua attività all’«ordine razionale e morale», da garante dei diritti umani fondamentali inerenti a ciascuna persona e della pace nel mondo, appare piuttosto luogo di scontro delle ragioni dell’un contro l’altro popolo, dell’una contro l’altra coalizione di Stati, impotente di evitare che le lancette dell’orologio dell’umanità siano tornate indietro all’epoca in cui si consideravano le armi come unica possibilità di risoluzione dei conflitti.